Ancora in margine ad una discussione su pubblicazioni open access vs. pubblicazioni convenzionali

Questa è l'ultima pagina dell'articolo che Albert Einstein scrisse nel 1905 sulla teoria della relatività ristretta: "Zur Elektrodynamik bewegter Körper". Annalen der Physik 322 (10): 891–921.
Questa è l'ultima pagina dell'articolo che Albert Einstein scrisse nel 1905 sulla teoria della relatività ristretta: "Zur Elektrodynamik bewegter Körper". Annalen der Physik 322 (10): 891–921.

La discussione che avevo già citato in un post precedente si rivela molto istruttiva. L’ultimo spunto interessante concerne un luogo comune piuttosto abusato: “scientifico è bello”.

Chiarisco subito che la denuncia di questo luogo comune non implica una critica al metodo scientifico – che collocato nel giusto contesto ha avuto ed ha valore inestimabile nell’evoluzione del pensiero – bensì il danno che esso arreca al metodo scientifico stesso, oltre all’ambito al quale venga applicato più o meno a sproposito.

La questione emerge dall’idea che una pubblicazione convenzionale, in particolare redatta secondo i crismi di una pubblicazione scientifica sia comunque più seria.

Provo a spiegare.

Nelle scienze fisiche

Il metodo scientifico consiste nell’impiego di esperimenti per verificare le idee che ci facciamo sul mondo. Queste sono tipicamente organizzate in teorie che, dove possibile, sono espresse in linguaggio matematico con un duplice scopo: 1) eliminare al massimo ogni ambiguità di interpretazione, 2) essere in grado di porre quesiti che diano, se possibile, risposte inequivocabili.

Questa è una cosa che ha funzionato molto bene nella fisica e in altre scienze ad essa affini, fino a tutto l’800. Successivamente le cose si sono complicate molto sul piano dell’interpretazione dei risultati e sulla comprensione del mondo che ne deriva, perché la comoda e fondamentale distinzione fra l’osservatore e l’oggetto osservato si è dissolta con la meccanica quantistica, all’inizio del 900.

Tuttavia, questa imprevista e fondamentale novità non ha per nulla tolto valore al metodo, per quanto attiene all’impiego dei risultati. La meccanica quantistica continua sì ad a essere un grattacapo irrisolvibile, una vera e propria assurdità [1] sul piano della descrizione del mondo che essa offre, ma i suoi risultati stanno alla base di tutta la tecnologia che stiamo vedendo fiorire.

La teoria nel metodo scientifico non è principessa bensì Cenerentola, ritenuta sempre più vera con l’accumularsi delle verifiche sperimentali, ma immediatamente marchiata come falsa al primo risultato negativo.

In ogni caso, è pur vero che la conoscenza scientifica consiste nell’insieme delle teorie che hanno resistito al vaglio della prova sperimentale, ed anche di quelle che hanno ceduto ma delle quali è stato compreso il campo di validità, ferme restando le difficoltà interpretative emerse nel 900.

La conoscenza diviene tale quando è condivisibile. La letteratura scientifica svolge la funzione di renderla accessibile e comprensibile per tutti, anche grazie al linguaggio universale della matematica, e deve descrivere gli esperimenti in modo che chiunque li possa ripetere.

Una teoria diviene progressivamente “più vera” via via che altri scienziati confermano i risultati ottenuti dal primo.

Un articolo scientifico deve essere scritto in modo che il lettore abbia in mano tutti gli elementi per ripetere l’esperimento esattamente nelle stesse condizioni. Per questo ci deve essere scritto tutto quello che serve o riferire le fonti dove sono scritte le conoscenze acquisite precedentemente da altri. A questo serve la bibliografia.

Nella bibliografia ci devono essere le fonti necessarie per la comprensione dell’articolo e non altro. Le fonti devono essere di tipo universalmente accessibile. La bibliografia non deve essere necessariamente lunga bensì significativamente utile per la riproduzione dell’esperimento.

Uno degli articoli scientifici più importanti dell’era moderna è “Zur Elektrodynamik bewegter Körper” (Annalen der Physik, 322 (10):891-921, pdf),  con il quale nel 1905 Albert Einstein descrisse la teoria della relatività ristretta, articolo del quale ho riportato l’ultima pagina in testa al post. Non ha bibliografia ma solo un ringraziamento all’amico e collega M. Besso.

Un revisore affrettato (molto comune oggi) avrebbe potuto giudicare male l’articolo perché la fretta non consente di capire bene le cose, specialmente in presenza di prospettive inedite, e induce ad utilizzare indicatori standard, per esempio la lunghezza e sostanza della bibliografia!

Ricapitolando, possiamo dire che il paradigma della conoscenza scientifica consiste, ad ogni momento, nell’insieme delle teorie sopravvissute sino a quel momento, comprensibili per tutti e per tutti riverificabili. Dal XX secolo in poi, va aggiunto che una teoria non dice “come è” il mondo ma descrive “come vanno le cose in date condizioni”. Quindi la conoscenza scientifica è diventata in un certo senso meno filosoficamente potente, ma molto molto utile per vivere meglio su questo pianeta – se non avessimo dimenticato di continuare il discorso sull’uomo …

Nelle scienze biologiche

Fin qui l’applicazione del metodo scientifico sembra una faccenda abbastanza semplice – si fa per dire – ma le cose si complicano non poco quando l’indagine si estende ai sistemi enormemente complessi del regno biologico.

L’approccio riduzionistico di spezzettare i fenomeni in parti abbastanza semplici da poter essere descritti in linguaggio matematico, naufraga miseramente, salvo banali e crude approssimazioni.

In genere qui la teoria si riduce a descrizioni verbali di catene causa-effetto. Di fronte all’impossibilità, nella maggior parte dei casi, di realizzare gli esperimenti controllati e riproducibili della fisica, si ricorre a metodi statistici con i quali si cerca di riproporre le medesime cause in molti soggetti, andando poi a contare gli effetti. La matematica qui aiuta principalmente nelle vesti della statistica fornendo stime di affidabilità di tali conteggi.

Le teorie sono espresse nel nostro linguaggio naturale. Il linguaggio matematico è molto potente ma si può usare per descrivere fenomeni molto semplici, magari non semplici per la nostra capacità di comprensione ma certamente ridicolmente semplici rispetto a ciò che la natura ci presenta. Per capirsi, pur rimanendo nell’ambito della “semplice” fisica, l’atomo di idrogeno è l’unico del quale siamo stati in grado di fornire una descrizione matematica completa! Nel mondo biologico, una creatura relativamente primordiale, come un’ameba, presenta già una complessità vertiginosa che esclude qualsiasi tipo di descrizione matematica.

Comunque anche qui le teorie rimangono vere fino alla prima prova contraria. Occorre tuttavia ricordare che le relazioni causa-effetto utilizzate nelle teorie biologiche si riferiscono a sistemi enormemente complessi. Sempre per capirsi, si può trattare di capire se un farmaco produce o meno un certo effetto e si fanno quindi esperimenti su gruppi di soggetti per rendere percepibili gli effetti.

La conoscenza che se ne deriva, anche se avvallata dalle analisi statistiche di affidabilità, non è una conoscenza altrettanto “potente” di quella delle scienze fisiche, perché non implica la conoscenza di tutti i meccanismi coinvolti nel trasferimento della causa nell’effetto, anzi, di norma si ignora la quasi totalità del fenomeno in questione, salvo esigui brandelli.

Ne segue che è molto rischioso estrapolare la conoscenza ad un contesto anche solo lievemente diverso, perché condizioni anche poco variate possono implicare differenze enormi.

Per farsi un’idea concreta, basti pensare all’effetto paradosso che alcuni farmaci (regolarmente disponibili in commercio)  possono presentare, per esempio l’effetto eccitante indotto da sedativi del sistema nervoso centrale in taluni soggetti. Se l’azione di tali farmaci fosse completamente nota non potrebbe accadere di osservare l’effetto addirittura contrario rispetto a quello “conosciuto”.

Tutto questo non inficia l’inestimabile valore del corpus delle attuali conoscenze biologiche, ma deve servire ad  indurre un appropriato grado di prudenza nell’impiego di tali conoscenze, consapevoli dei nostri limiti nella descrizione dei sistemi complessi. Vorrei dire un ragionevole grado di sana umiltà.

Ad esempio, la difficoltà di ricavare conoscenza dalla letteratura scientifica è testimoniata nella letteratura biomedica dall’esistenza della meta-letteratura, vale a dire da articoli con i quali si elaborano i dati pubblicati da altri articoli su di uno stesso soggetto, nella speranza che l’inevitabile maggiore disomogeneità delle condizioni sperimentali venga compensata positivamente dalla maggiore entità statistica dei dati così raggruppati.

Nelle scienze umane (limitandosi alle teorie dell’apprendimento)

Nelle scienza biologiche il concetto di conoscenza scientifica è reso più labile dalla complessità ridondante dei sistemi. Complessità che deriva dalla varietà degli elementi e dalla loro folle numerosità. In una sola cellula si contano decine o centinaia di miliardi di molecole d’acqua, una decina di miliardi di molecole proteiche suddivise in forse in un milione di specie molecolari diverse.

Giusto per avere una visione statica. In realtà la cellula vive grazie ad un intrico di catene di reazioni biochimiche sostenuto nel tempo, dove strati organizzativi di diverso rango si annidano gli uni negli altri, il tutto in complesso equilibrio e scambio con l’ambiente che ospita la cellula medesima.

Insomma, una cosa da far girare la testa ma, bisogna dire, che almeno si sa di cosa si parla.

Nelle scienze umane, con particolare riferimento a ciò che concerne l’apprendimento, siamo costretti ad affrontare un passo ulteriormente complessificante: non sappiamo nemmeno di cosa si parla!

L’apprendimento concerne i concetti sui quali è stato sviluppato un profondo e complesso discorso nei secoli, ma non si conoscono gli elementi di questi concetti. Quali sono? Sono misurabili? Perché ciò che viene comunemente misurato nelle scuole trova sempre meno riscontro nella realtà nella quale gli studenti si immergeranno?

Esistono le teorie dell’apprendimento, certo, e sono anche affascinanti, ma non hanno niente a che vedere con il concetto di teoria così come è nota nel mondo scientifico.

Non c’è niente di misurabile, niente di verificabile, e in effetti non esistono dati sperimentali, in un qualche modo confrontabili con i dati sperimentali delle scienze fisiche o anche biologiche.

Esistono invece numerose bellissime storie di esperienze vissute, estremamente significative. Storie che per la loro natura non riducibile, non possono che essere narrate, e non per questo sono meno reali, anzi.

Perchè di tutte le complesse e pur affascinanti teorie dell’apprendimento non si è praticamente vista alcuna traccia in nessun grado di scuola? Perché nel 2010, i tanti, tantissimi studenti di medicina e di scienza della formazione che io vedo studiare, fanno praticamente quella che a me sembra una scuola di filastrocche, quando girano a coppie per i corridoi “ridicendosela”? Perché ieri uno studente che conosco al quinto anno di medicina, bravissimo, non sapeva da che parte rifarsi per maneggiare una siringa? Perché questi ragazzi in vent’anni di scuole tutto imparano fuorché a cooperare, requisito fondamentale di ogni lavoro moderno? Perché in una riunione istituzionale alcuni dei miei colleghi scherzavano con un altro sul fatto che lui era l’unico che era riuscito a dare 20 ad una studentessa che si era presentata all’esame di laurea con più 30 e lode che 30, eccetto il suo esame? Che vuol dire quel 20 preso in un esame fondamentale da una ragazza che ha quasi sempre avuto 30 e lode?

Dov’è sono finiti il costruttivismo, il costruttivismo sociale, la zona di sviluppo prossimale di Vygotskij, il connettivismo, l’apprendimento cooperativo, l’apprendimento sociale, le comunità di pratica? Dove sono finite tutte queste belle idee? In pratiche messe in atto nelle nostre scuole e università?

Cormack e Hounsfield hanno preso il Nobel per la fisiologia e la medicina nel 1979 per avere ideato la TAC che in pochissimi anni è diventato lo strumento diagnostico elettivo della radiologia.

Che scienza è quella che elabora teorie non confutabili con l’esperienza e che non hanno ricadute concrete sulla vita delle persone?

Non voglio assolutamente svalorizzare il ruolo delle teorie dell’apprendimento e della conoscenza, che sto anzi studiando con grandissima passione.

Voglio invece sostenere che è un errore catastrofico applicare gli stessi metodi in ambiti radicalmente diversi, in nome di una generalizzata, superficiale e scellerata scientifizzazione di ogni discorso sul mondo.

Ed è un errore anche pretendere di ridurre esperienze umane che, in quanto tali possono essere solo narrate, ad una mera relazione scientifica.

More about I bambini e l'ambienteSto scorrendo un libro che ho appena ricevuto: “I bambini e l’ambiente” (2009, Edizioni Sonda, Casale Monferrato), di Paolo Beneventi.

È un libro ricco di idee e molto piacevole da leggere. Anche se appare nella collana “Manuali Educativi” non sembra per niente un manuale, nel senso che non è compilativo e arido come sono i manuali.

Non è nemmeno scritto in “modo scientifico”. Non c’è una bibliografia convenzionale, bensì una deliziosa sezione “Per saperne di più” che appare di quando in quando a fianco del testo, fra altri incisi, con riferimenti di vario genere.

Ho letto recentemente da qualche parte – non ricordo più dove –  che “le pubblicazioni educative sono opinabili e deboli” in contrapposizione alla “scrittura scientifica”.

Ebbene, “I bambini e l’ambiente” non rassomiglia ai manuali scientifici che ho conosciuto.  Vi saranno aspetti opinabili, come è naturale in tutto ciò che attiene alla natura umana ma non è certamente un libro debole. Lo sarebbe se venisse privato dei numerosi racconti, di tanti sorprendenti collegamenti laterali, delle citazioni di scritti di personaggi famosi legati in qualche modo alla visione del mondo checi offrono  i bambini.

Non solo lo standard di scrittura della letteratura scientifica può costituire un problema quando viene applicato in circostanze inappropriate, ma in certi suoi eccessi rappresenta un problema per il mondo scientifico stesso!

Kaj Sand-Jensen, un professore danese di ecologia, ha scritto un articolo intitolato “How to write consistently boring scientific literature” dove enuncia un decalogo di regole per scrivere articoli scientifici veramente noiosi.

In maniera ironica e divertente mostra come una scrittura spersonalizzata possa servire alla fin fine a mascherare un contenuto modesto.

Nella conclusione, osserva che ci sono movimenti di scienziati e anche editori che tendono a recuperare il valore di una scrittura più personale e viva.

Sostiene inoltre che, sebbene l’articolo scientifico così come lo conosciamo rimarrà il veicolo principale della comunicazione scientifica, è auspicabile che gli scienziati si impegnino maggiormente in una comunicazione più ampia e speculativa, che possa eventualmente anche contemplare humour e poesia. Una comunicazione in grado di far circolare maggiormente le idee fra campi diversi e di attrarre più facilmente i giovani allo studio delle scienze.

È un paradosso, ma è vero che la letteratura scientifica predominante, bulimica, ridondante, assolutamente grigia, selezionata con un processo di peer review sempre più affrettato e sommario, costituisce non l’unica ma una notevole causa di scarsa innovazione dando la preferenza ai maggiori e più consolidati filoni di ricerca.

Lascio qui sotto l’opportunità di leggere il paper di Kaj Sand-Jensen, ne vale la pena.



[1]
More about Fisica e filosofia
“Ricordo delle discussioni con Bohr che si prolungarono per molte ore fino a notte piena e che ci condussero quasi ad uno stato di disperazione; e quando al termine della discussione me ne andavo solo a fare una passeggiata nel parco vicino continuavo sempre a ripropormi il problema: è possibile che la natura sia così assurda come ci appariva negli esperimenti atomici?”

Werner Heisenberg in Fisica e Filosofia, Il Saggiatore, 1961, p. 55)

8 thoughts on “Ancora in margine ad una discussione su pubblicazioni open access vs. pubblicazioni convenzionali

  1. Andreas ha detto:

    Divertente, ma triste.

    In realtà un territorio sconfinato dove esercitare un potere tutto sommato insulso, ottenuto vendendo l’anima al diavolo: la scranna al prezzo della parola che non cade da nessuna parte.

  2. Fermina Daza ha detto:

    E continuando…Fu per prendersi gioco dei testi decostruzionistici, che Sokal pubblicò sulla rivista “postmoderna” “Social Text” l’articolo scientifico contenente una serie di affermazioni senza senso.
    Dov’è finito il costruttivismo?
    Cito Howard Gardner (Sapere per comprendere):
    “Nelle varianti più moderate, la prospettiva postmoderna ci mette in guardia contro il pericolo di privilegiare specifici punti di vista, auspica il riconoscimento di “voci” diverse (spesso tacitate in passato) e sottolinea che ogni conoscenza è frutto di un atto “costruttivo”…I “puristi” del postmodernismo sostengono (invece) che …i testi non possono contenere verità…e compito del’accademico è di mettere a nudo, mediante la “decostruzione” dei testi,…le contraddizioni interne”.
    Ecco, ora sappiamo dov’è finito il costruttivismo… nell’arsenale purista del postmodernismo…
    Pare che ci si debba attrezzare alla decostruzione dell’atto costruttivo…attenti più alle contraddizioni che alla prospettiva multiculturale del sapere…Ma chi ci suggerisce la prospettiva purista non cade egli stesso in contraddizione? Se infatti affermiamo la relatività del sapere, cade anche la prospettiva purista…
    E allora, che fine ha davvero fatto il costruttivismo?

  3. Antonio Fini ha detto:

    E pensare che già più di dieci anni fa Sokal e Bricmont misero in evidenza molte contraddizioni, con la “beffa” (un articolo fasullo dal contenuto totalmente assurdo ma “ben costruito”, che fu pubblicato da un prestigioso journal americano, dopo avere ovviamente superato brillantemente la peer-review..), poi ripresa e ampliata nel volume “Imposture intellettuali” (un bel tomo, ma vale la pena..) proprio sul rapporto tra scienza e filosofia e sull’uso spesso pretestuoso di concetti “scientifici” al di fuori dell’ambito di appartenenza.
    Beh, nessuno li ha ascoltati, evidentemente 🙂

  4. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Andreas, non posso che sinceramente ammirare ed imparare dalle tue luminose parole che trasmettono significati chiari anche a chi, come me, di scienza in generale sa davvero troppo poco ed ammette che ha sempre privilegiato, nella pratica educativa, un certo empirismo affettuoso alle teorizzazioni.

    In quanto narratrice (o raccontatrice) di storie di scuola posso dire che nel raccontarle si realizza un documento che spesso riesce a dare una rappresentazione di un’esperienza. Forse è utile.
    Distinguo (ma questa è più una mia fissazione personale) tra narrare e “dire” solo perché considero il dire come una trasmissione aperta, reciproca e diretta da una persona che dice ad un’altra che ascolta, mentre nel narrare si tende comunque, sempre che si sia in grado, a quella meravigliosa affabulante dimensione che è la letteratura.
    Chiedo venia ma il mio dialagar e divagar citando mi porta al “dire” in Dante: “che va dicendo all’anima sospira” “io non so ben ridir”, “io dico seguitando” e mille altri.

    La pubblicazione open access secondo me “dice” perché trasmette, può precisare, può interagire e forse anche modificarsi.
    La pubblicazione stampata è un approdo, una meta agognata, un punto di arrivo che mette fine ad un’avventura e un po’, alla fine, la irrigidisce.

    Ulisse vive finchè viaggia.
    (Ecco che ci ricasco… sono la solita prof-letterata divagante.)
    Grazie

  5. Maria Grazia ha detto:

    Quoto tutto ovviamente. Ultimamente sono nauseata più del normale dalle baggianate che si sostengono in nome della “scientificità” di ciò che si fa in termini di processi di insegnamento/apprendimento. Molto spesso i sostenitori dello scientifico a tutti i costi poi non sanno distinguere le patacche dalle esperienze di valore (e del resto non ne hanno alcun interesse). E ancora più spesso sono i soloni che dall’alto del loro scranno cattedratico ricamano teorie (se va bene) o scimmiottano quelle altrui (molto più spesso). Non se ne può più!!!
    (scusa lo sfogo ma il tuo post mi è capitato sotto gli occhi in un momento topico e, comunque, non sono andata troppo fuori tema ;-))

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