Daily: la fisicità del cyberspazio

Sociogramma 6 aprile 2011
Sociogramma 6 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.

Come era prevedibile, da molti dei blog di questa bella e giovane comunità emerge preoccupazione e talvolta anche indignazione o scoramento, per le sorti del mondo in generale e, a ragione, per quelle del nostro strano paese. Benissimo, condivido, certamente.

Fra gli innumerevoli micidiali e complessi problemi del nostro tempo c’è quello delle fonti energetiche, che comporta non solo quello della scelta delle fonti di energia ma anche quello dell’impiego della medesima, dell’inquinamento conseguente, della qualità di vita scadente nei centri urbani congestionati eccetera.

È anche noto come vari altri paesi europei si siano mossi già da tempo con tanta lungimiranza in più, ritorvandosi con belle città molto più vivibili e magari utilizzando tanto più sole di noi che ne avremmo tanto di più, eccetera.

Veniamo a noi. Condivido tutti i precedenti argomenti e mi ritrovo spesso fra i più incattiviti critici del Belpaese, anche troppo, forse. Attenzione però, non è sempre e solo colpa di qualcos’altro, dei poteri, dei poteri forti, della classe politica inetta, della congiuntura, del “sistema”, eccetera.

Le cose che accadono sono frutto di una somma di fattori, e se si tratta di una collettività, sono frutto anche dell’insieme di comportamenti della collettività, comunque.

Calo nel pratico, per chi sta a Firenze o gli può capitare di venirci. Guardate che qualcosa nell’ataf è cambiato. Può valer la pena di usare il bus. Ma che c’entra il cyberspazio?

  1. Si può fare il biglietto con un sms. Ci si registra qui, una volta per tutte. Poi, al momento di prendere il bus, si manda un sms al numero 3399941264 con scritto “ataf” nel testo e dopo circa 20 secondi vi arriva un sms col biglietto. Se viene il controllore gli mostrate questo sms. Costa lo stesso prezzo di quello normale e vale lo stesso tempo.
  2. È possibile sapere, ad ogni fermata quando passa il prossimo bus della linea che ci interessa. Basta scrivere un sms al numero 3424112512, con un testo del tipo: fmxxxx yy. Il simbolo fmxxxx è il codice che si trova scritto sulla palina che c’è ad ogni fermata e yy indica il numero della linea che ci interessaCodice della fermata del bus che è scritto sulla palina che c'è ad ogni fermata delle linee ATAF di Firenze.. Per esempio, per prendere il bus numero 14 alla fermata davanti ai locali del Cubo, a Careggi, si deve scrivere fm0633 14. Questo secondo servizio lo potete provare subito, non c’è bisogno di iscriversi a nulla. La risposta del tipo Prossimi transiti: PIERACCINI 02-14: IL GIRONE 11:40 VIA RIPA11:52 arriva dopo 10-20 secondi.

Li sto provando. Funzionano. Allora, il problema dei parcheggi a Careggi è grave. Nelle succitate città nordiche che paiono – e in effetti lo sono – tanto virtuose, la gente, e in particolare i giovani, ma non solo, si sposta moooolto di più con i messi pubblici e con la bicicletta. La condizione nella quale giovanotti di vent’anni vanno a studiare in macchina partendo dalla città per arrivare nell medesima città, è una condizione da paese povero e culturalmente arretrato. Avere, eventualmente, studiato i classici, deve primariamente servire a innescare riflessioni e conseguenti azioni di questo tipo, altrimenti rimane solo cultura da salotto, che oggi serve a poco, e si vedono i risultati.

Sapere abitare il cyberspazio è anche questo.

P.S. Devo ringraziare un servizio di  Controradio dove ho appreso di queste novità da un intervista fatta al presidente di ATAF.

20 thoughts on “Daily: la fisicità del cyberspazio

  1. Ciambello ha detto:

    Io aggiungerei anche “società della compassione”. Stamattina ho guardato questo TEDTalk (ve li consiglio, sono fantastici e mi ha portato ad una riflessione. Se esistono ancora tutti questi problemi al mondo ü perchè pochi hanno compassione per altri essere umani. Provare compassione significa poi conoscere, il che può tramutarsi in aiuto, collaborazione o ispirazione reciproca. Tra l’altro la mancanza di compassione è qualcosa che purtroppo vedo giornalmente in classe.

  2. mariaserena peterlin ha detto:

    “divenire cittadini della società della conoscenza”. Una concezione che riassume, intero, il senso dell’apprendere e dell’insegnare, per mutare sempre.
    Con questa frase, in mancanza di bandiere che non amo particolarmente, sono tentata di farmi una t-shirt.

  3. Andreas ha detto:

    Ne sono convinto Mariaserena. Trovo il termine “alfabetizzazione informatica”, sotto il quale questo corso rientra formalmente, anacronistico. La pervasività delle tecnologie pone oggi un problema di comunicazione a tutto tondo, e non certo quello dell’impiego di un paio di applicazioni software. Un problema che si intreccia intimamente con quello del divenire cittadini della società della conoscenza. Non ho difficoltà a sostenere che, se fossi obbligato a “insegnare” word-excel-powerpoint in quanto prof, di informatica, io mi dimetterei immediatamente. Ho la valigia pronta. E ho comunque già rifiutato da tempo l’ingresso in un paio di “cordate” alle quali sarebbe parso ovvio contribuire. Non se ne parla nemmeno. Pronto a cambiare mestiere in un microsecondo.

  4. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Ho letto il post di Chiara Cordola; siccome nel suo post Chiara mi cita (sono stata nominata 🙂 ) e contesta vivacemente, le rispondo anche qui. In realtà la citazione che mi riguarda estrapola una frase dal contesto, e questo forse ha causata un po’ di confusione. Nessun problema, ma metto anche qui la mia risposta per contribuire a spiegare.

    “Chiara io penso che ci sia un fraintendimento, probabilmente dovuto causato da un uso non abbastanza meditato delle parole (cosa che può accadere anche a me, naturalmente).
    Tuttavia mi sembra chiaro che non ho affatto “demonizzato”come tu scrivi, infatti ho scritto che “il motorino è un sintomo di tendenza alla singolarità invece che alla socialità” (sintomo, non causa efficiente o dimostrazione); ma l’ho scritto dopo molte altre considerazioni, che forse andrebbero lette con maggiore attenzione, sulle difficoltà a muoversi coi mezzi pubblici o sulla loro mancanza. Non ho quindi giudicato nessuno, anzi per mia convinzione, maturata proprio frequentando il mondo, mi rifiuto di dividere il mondo in categorie anche quando non condivido le concezioni altrui. Il voi/noi è una contrapposizione che non mi appartiene e non apprezzo quasi mai. Per questo e per altri motivi penso sia da evitare di stigmatizzare con tanta energia quello su cui non si è d’accordo, a meno che non si tratti di qualcosa di davvero grave. Ti invito perciò a riconsiderare la tua frase, che copio/incollo e da cui dissento in piena libertà di pensiero:“semplicemente io gurado le cose sorridendo e cercando il buono che c’è il tutto mente voi (come molti adulti) guardate quello che in tutto si può trovare da criticare senza vederne le i lati positivi.”Questa, Chiara, è una definizione tutta da dimostrare.
    Mi permetto dunque di affiancarmi ad Andreas e a chi dialoga coi giovani. Avverto tuttavia con rammarico che non sempre il dialogo è inteso come un’apertura alla comprensione; e temo che in questo modo si perdano delle buone opportunità per costruire. Ma la comprensione accetta anche questi passaggi spigolosi e guarda con fiducia al domani.”

    @ Andreas, a margine mi sembra di poter notare che questo laboratorio di esercitazione all’uso della comunicazione e scrittura su web si dimostri molto utile. (Non sono forse anche un po’ esperimenti di retorica e stilistica , come si definivano nei libri di scuola? L’esposizione mediatica è una forma di comunicazione democratica molto interessante.)

  5. Chiara Cordola ha detto:

    dato che leggendo la discussione che è nata a seguito del mio commento mi sono venute in mente varie cose da dire, e veniva una cosa lunga, per la quale forse questo non era il luogo ho fatto un post (http://chiaramberle.blogspot.com/2011/04/la-mia-realta.html) sul mio blog dove espongo il mio pensiero.

    (pofessore, so che non commenta i blog per lasciare che siano uno spazio personale per noi, ma visto che nel post faccio riferimento anche a sue affermazioni,e il post non è attinente al corso, quindi non credo ci sia conflitto di interessi, si senta libero se vuole di commentare e ribattere o anche di non farlo, se preferisce)

  6. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Chiedo scusa: ho sbagliato a chiudere una parentesi, è evidente che l’algebra del discorso si rifiuta di adattarsi a me 🙂

    “Vedo anche in giro (anche nei giovani)* una tendenza a cercare sicurezze che non servono, mentre si stenta ad “abituarsi” a difendere i fondamentali.

  7. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Circa dieci anni or sono in un Collegio Docenti si discuteva della formazione delle classi. C’era il rischio di una lieve contrazione di iscritti e poteva accadere che qualche collega, con anzianità di servizio minore, potesse “perdere cattedra”. Apriti cielo: si alzò una collega sostenendo che “erano in gioco i posti di lavoro” quando invece, al massimo, ci si sarebbe dovuto spostare da una scuola all’altra, probabilmente nello stesso quartiere… Lo feci notare, ma diventai subito impopolare.
    Nella mia vita ho fatto, per vari motivi, 18 traslochi (dall’infanzia ad oggi). Non mi affeziono alle cose. Penso che siamo invece maledettamente abitudinari, e l’abitudine rende sospettosi e insicuri. Vedo anche in giro (anche nei giovani una tendenza a cercare sicurezze che non servono), mentre si stenta ad “abituarsi” a difendere i fondamentali.
    Se mi capiterà di fare un altro trasloco (finchè c’è vita c’è movimento) il web mi aiuterà; potrò regalare molta parte dei miei libri e sostituirli con ebook, cd e lp sono stati tutti “passati” nelle memorie del computer e, insomma, potrà bastarmi una casa più piccola e con finestre più grandi.
    Insomma finché è possibile perché non cogliere le opportunità dei cambiamenti e rinnovarsi ciascuno come preferisce, ma sempre con le antenne tese?
    Mettiamoci in discussione. Cambiamo gioco spesso, teniamo a cuore solo quello che è insostituibile, ossia le persone.

    Altro esempio: quando i genitori iscrivono i figli in una scuola chiedono spesso che i ragazzi “siano messi insieme, nella stessa classe, dei vecchi compagni”.
    Si formano gruppetti cementati ed inseparabili dalla materna all’università. Niente di male, anzi avere dei riferimenti è piacevole e gratificante. Ma impostare in questo modo le relazioni di un bambino non è troppo troppo troppo uniforme? Il culto dell’amicizia è un po’ come la frequentazione ossessiva (e magari esclusiva) dei classici. Vogliamo vederci intorno solo qualcosa o qualcuno di collaudato, ci fermiamo sul bordo del pozzo che conosciamo, vogliamo bere quell’acqua e non un’altra.
    E le vele restano legate.

  8. Andreas ha detto:

    Il fuori tema è l’ingrediente fondamentale del pensiero creativo e, in ogni caso, il discorso sulla civiltà non è mai fuori tema.

    Quello che tu dici, Mariaserena, è vero e quello che secondo me è più triste è il fatto che sembra essere una nostra caratteristica abbastanza tipica.

    Poiché ho una doppia nazionalità, sono forzato a constatare differenze che non vorrei vedere. Tante. Una particolarmente rappresentativa: l’assenza del sorriso.

    Capita che nel traffico congestionato due mezzi rischino di collidere perché i rispettivi conduttori non si sono intesi. Capita molto spesso, a volte purtroppo dando luogo a incidenti. Ebbene, tralasciando il solito insensato menefreghismo per regole quali limiti di velocità e distanze di sicurezza – un nostro frustrante primato – quando per fortuna non succede niente, si può risolvere il tutto con un sorriso e reciproche scuse. Dalle nostre parti è rarissimo, è normale invece imfamarsi, senz’altro. Altrove non è così. Anzi, è normale, passeggiando sconosciuto in un villaggio, sentirsi salutare cortesemente dal passante che viene incontro.

    Non tanto tempo fa vicino a quest’aula, metto piede sulle strisce dopo avere constatato che il semaforo pedonale è diventato verde. Stride una ruota a un metro dal piede, alzo gli occhi: una graziosa fanciulla, molto ben vestita, mi chiede se per caso mi diverto a andare sotto ai motorini … svicola, sgassa e se ne va. Non ho avuto il tempo di reagire, non posso escludere che le avrei mollato un sonoro ceffone sulla guancetta incipriata.

    No, questo non è futuro. Come mi piacciono quei luoghi dove ragazzi e ragazze pedalano furibondi con le gote rosse e la cartella legata alla bici. Rimasi di stucco quella volta che, accingendomi a attraversare sulle strisce, un giovanotto, arrivando di gran carriera, fenò rischiando di cadere dalla bici, e appena ripreso l’equilibrio si scusò con un sorriso …

    E quando in quelle interminabili e devo dire ormai anche noiose e, temo, inconcludenti discussioni fra coetanei, mi trovo a sostenere che questi segni del vivere quotidiano sono segni che l’istruzione (scuola-famiglia) non ha funzionato, a prescindere dalla presunta brillantezza degli studi, e mi sento dire che questa è un’analisi superficiale, ebbene, io mi preoccupo ancora di più.

  9. Mariaserena Peterlin ha detto:

    @Reby, Andreas e amici vari: penso che l’abitare fuori città non sia un problema in sé, anzi! Potrebbe servire a vivere meglio e ad alleggerire la densità abitativa dei centri urbani (congestionati dal traffico come dicono i luoghi comuni giornalistici). Avremmo bisogno di metropolitane elettriche leggere di superficie (trenini) efficienti, con buoni orari, con una vivibilità che ne renda apprezzabile l’uso, con anche (nei casi ottimali) una connessione libera e disponibile, magari un po’ di musica a bordo. Sono convinta che non sia impossibile.
    Invece, se ci si riflette, notiamo che il modello sociale nel quale siamo costretti a vivere voglia isolarci, rinchiuderci nel privato. Secondo me ci spingono, non casualmente, verso una massificazione che separa le persone e coltiva l’individualismo. Tutto è diventato, man mano, meno favorevole alla socialità.
    Non arrivo al paradosso di rimpiangere il passato, anzi: ma riflettiamoci un attimo. Mutare dovrebbe significare progredire e non tornare alla caverna, anche se tecnologicizzata.
    Invece siamo passati dalla famiglia patriarcale a quella nucleare al modello single. Un percorso verso l’isolamento, no? E dalla vita che aggregava si passa alla vita in cui ci si guarda un cagnesco dal vetro delle automobili; fino a pochi decenni or sono si vivevano insieme esperienze comuni: dal fare il pane o i bucati, lavorare nei campi e nelle officine, passare le serate raccontandosi le cose, crescere i figli scambiandosi esperienze e cure reciproche siamo passati alla frammentarietà e all’isolamento progressivo, fino ad arrivare agli uffici con piccoli box di vetro e le cuffie in testa, al supermercato in cui non si parla con nessuno, ai figli unici allevati (a volte) anonimamente e ascoltando consigli pedagogici (!!!) da… Albaparietti o qualsiasi Paolaperego, Defilippi e soci.
    Insomma ora mi rendo conto che affastello cose e che il discorso può apparire arruffato (semmai ci ritornerò) ma non è evidente che perfino il motorino è un sintomo di tendenza alla singolarità invece che alla socialità?
    E adesso ci sono le nuove mercanzie con cui ci alletta il grande sistema imbonitore sciorinandoci sotto il naso lusinghe e pretendendo che la puzza di disuguaglianza e ingiustizia sociale profumi di buono. Qual è la nuova mercanzia? facile, quella che separa, fino all’odio, le persone che prima solidarizzavano: vengano signori vengano a goder l’eccellenza, la competitività, la meritocrazia, l’ascensore sociale che non parte mai.
    Sono andata fuori tema? Me ne scuso e me ne rido :-).

  10. Reby ha detto:

    Io abito fuori città e due . Ma è un viaggio al limite della pazzia!Dura 2 ore e 1 quarto!Perchè oltre all’autobus per arrivare alla stazione, ho dovuto aggiungere l’attesa della Sita (che dalle 16:00, la corsa dopo passa alle

  11. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Purtroppo dalla città dove abito, Roma, ho pessime notizie da dare sui mezzi pubblici in particolare e sul traffico in generale. A Roma (da sempre) capita quasi di regola di aspettare un autobus anche 50 minuti, di non avere nessuna informazione sugli orari e di avere una metropolitana in cui si viaggia facendo bene attenzione: accadono anche omicidi (noti i recenti casi di pugni o ombrellate nell’occhio con conseguente omicidio), si subiscono molestie, se ti distrai ti borseggiano ecc ecc.
    Molto spesso chi viaggia non paga il biglietto, e la città, ormai di dimensioni sterminate, agonizza soffocata da concentriche e intersecanti cinture di traffico immobilizzato.
    Ci sono quartieri discretamente serviti dai mezzi, ma sono i rari quartieri centrali borghesi; il resto è jungla.
    Eppure il mezzo pubblico potrebbe essere un luogo molto diverso dove incontrare persone che fanno lo stesso tragitto o passare il tempo nei modi descritti da Andreas. Evidentemente le amministrazioni sono orientate a fare altro.

  12. Andreas ha detto:

    🙂

    cmq, “tecnicamente”, ai fini del (per)corso, volevo solo illustrare una interessante possibilità offerta dalle nuove tecnologie, ed era divertente andare a fotografare un oggetto giusto fuori dall’aula per fare un post … ok, roba da giocherelloni … 🙂

  13. Chiara Poli ha detto:

    Mi scuso… ho iniziato a scrivere il mio commento quando ancora lei non aveva scritto il suo, prof! Non volevo essere noiosa… comunque sia è vero… avere qualcuno che guida per noi la mattina è molto comodo e rilassante. Ed anche a me piaceva e piace tutt’ora viaggiare in autobus perchè si ha modo di fare tante cose quando siamo su, soprattutto per chi ha da fare tragitti lunghi. Però penso che tutti quanti siamo nati per lamentarci un po’… e quando c’è da lamentarsi di qualcosa, mi resta molto facile farlo dell’ataf! Chiedo scusa del libero sfogo! =)

    PS quando andavo al liceo, sull’autobus ripassavo moltissimo… se fossi andata con il motorino probabilmente arrivata a scuola non avrei avuto la lezione per il giorno così fresca in mente… 😉

  14. Chiara Poli ha detto:

    Sarà colpa del nome =) ma io sono d’accordissimo con quello che dice Chiara. Tutte le mattine sono costretta a prendere la linea 8 per venire all’università poichè anche io abito nella stessa zona e sinceramente se avessi la possibilità di usare il motorino – ahimè – opterei anche io per quello! Non solo hanno allungato il tragitto della linea 8 ma intelligentemente hanno anche diminuito le corse. Considerando che questa è l’unica linea che parte da quella zona per andare verso uno dei più grandi poli universitari della città e, come se non bastasse, due dei più grandi ospedali della città mi sembra davvero ridicolo che nelle ore di punta passi ogni 12-13 minuti.
    La linea 8 è solo un esempio, dato che io ho esperienza con quella, ma penso che in città questa situazione sia largamente diffusa!!

  15. Andreas ha detto:

    Sai, ognuno può raccontare la sua storia. Potrei raccontare che da quando ho 13 anni, per studiare e per lavorare ho sempre pendolato per 30 km, prendendo 2-3 mezzi, come tantissimi altri e meno di altri ancora, del resto. Che anche da adulto, anche ora, pur avendo la fortuna di disporre di ottimi mezzi privati, mi sono ingegnato e mi ingegno di usare la bici e i mezzi pubblici tutte le volte che posso. Nell’auto ho una bici pieghevole sempre pronta, sulla quale salto appena posso, in qualsiasi città mi trovi. Che ho lavorato per anni levandomi alle 5.30 per prendere il mezzo pubblico, anzi due, anche l’inverno, e mettendoci chiaramente di più, anziché usando gli ottimi mezzi che avrei potuto usare, e che ho usato quando era logico farlo. Ti potrei dire, che così facendo non ho avuto affatto la sensazione di perdere tempo, perché in quei mezzi, ho pensato, ho riflettuto, ho preparato mentalmente lezioni, mi sono ripassato delle cose a memoria, ho immaginato, ho letto libri, corretto compiti, risposto a post, scritto brani di articoli, guardato le persone, dormito. Se avessi saputo fare la maglia avrei fatto golf, ma questo ancora non lo so fare. Oggi, ho scritto un post nell’8 e al ritorno ho letto un racconto di Cory Doctorow.

    Ma tutto sommato è inutile che ognuno racconti la sua storia. Valgono i fatti. In Italia si guida molto, si vive con fatica, si vive con molto stress, si respira un bel po’ in più di smog (qualche cancro in più …), la gente è molto più nervosa, il sorriso è raro, e poi si produce meno, su tutti i fronti. Come dire che, con lo stesso joule di energia noi produciamo meno e siamo anche più tristi.

    Nel non poco tempo che mi capita di passare all’estero, quando vedo quegli enormi ammassi di bici, capisco che là c’è una scuola, che là ci sono giovani e mi rallegro. Mi rallegro anche quando vedo padri della mia età, che si capisce che sono usciti dal lavoro e che svolgono lavori di terziario elevato, magari sono dirigenti (ne conosco alcuni), che pedalano con i bambini ripresi dall’asilo in quei simpatici rimorchietti coperti, anche se pioviggina e anche se la città è collinosa …

    Beh, quella è cultura. Ma state tranquilli ci arriveremo anche noi 🙂

  16. Chiara Cordola ha detto:

    a mio parere il problema dell’autobus non è tanto il biglietto ma i tempi..
    faccio un esempio per spiegare quello che voglio dire: io abito a bagno a ripoli, ora è stata soppressa la linea 33 ma l’8 arriva fino in piazza, per arrivare alla fermata da casa mia sono 15 min a piedi, oppure 5 con un mezzo (auto, motorino) che poi dovrei lasciare per prendere l’autobus, a quel punto da lì a viale morgani in tragitto dura circa 50 mim.
    Dunque suppondendo che io vada alla fermata a piedi (perchè prendere un mezzo per poi lasciarlo lì perderei cmq lo stesso tempo fra parcheggi e co.) sono 50+15 min cioè un ora e cinque per fare i 12km che ci sono fra casa mia e l’università.
    se vado in motorino ci metto mezz’ora, e non ho nemmeno il disagio di rischiare di perdere una corsa e non arrivare in tempo, oltre ad avere la libertà di muovermi come voglio durante la giornata, mi sembra ovvoio, che per quanto io possa essere ecologista scelgo questa seconda opzione.
    Poi forse in altre situazioni può essere utile, ma così com’è adesso l’ataf non mi sembra un’alternativa valida ai mezzi propri, e se invece di fare i biglietti via sms pensassero a rivedere le linee invece di toglierle e diradare le corse forse sarebbe meglio..

  17. Giacomo ha detto:

    Il problema del poco utilizzo dei mezzi pubblici è veramente un fattore ben evidente del nostro paese.Vedere a Firenze,una città di nemmeno 400000 abitanti,ogni giorno una fila impressionante di macchine è una cosa incredibile dal mio punto di vista.Nel 2011 questo problema,in una città come Firenze e molte altre città italiane,non dovrebbe esistere o per lo meno essere meno marcato.Purtroppo però in Italia non ci si muove a risolvere i problemi;per costruire qualsiasi infrastruttura ci vuole veramente troppo tempo rispetto alla media europea.
    Speriamo che questa tramvia risolva almeno in parte i problemi del capoluogo toscano,ma ho i miei dubbi.

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