Non catalogare, organizzare bensì esplorare, scoprire, riconoscere


Oggi, devo andare ad una conferenza e forse poi ne dirò qualcosa. Domani devo andare ad un’altra conferenza e forse poi ne dirò qualcosa. Mercoledì parto per un viaggio che non ho potuto rimandare e tornerò Domenica. Continuerò ad essere reattivo qui ma con qualche ovvio impedimento. Per esempio, salvo inconvenienti, il prossimo incontro online, mercoledì alle 21, sarà condotto da Romina.

Pensando alle vostre reazioni, che ricevo attraverso vari canali e che sono la cosa più importante, trovo una grande varietà, che va dall’entusiasmo allo sconforto. Lo sconforto concerne la sensazione di non acchiappare tutto, il timore di disperdersi: “Devo organizzare, devo catalogare …”.

No no, almeno qui, almeno per questa volta, lasciate perdere, infischiatevene di organizzare e di catalogare. Accedete a questi spazi per “vedere che combinano oggi quei perditempo …” o qualcosa del genere. E invece provate a fare le piccolezze che vi suggeriamo – che a volte appaiono curiosamente difficili. Non scambiate alcuni vostri inevitabili fallimenti per un vostro problema. Come ho scritto in un commento stamani

Tu sapessi quante cose a me non riescono … diciamo che su 10 che ne provo ne azzecco forse 2 alla prima, 5 ce la faccio con un po’ di fatica, 3 proprio non mi riescono, e allora cerco un’escamotage, una via alternativa, e questi iniziali fallimenti si trasformano sempre nelle più feconde occasioni di crescita …

Fate come hanno fatto Gaetano e Claude nei commenti al post precedente, dove si vede che io ieri non ho risolto loro un bel niente!

Allora stamani ho un po’ esplorato, scoprendo che questa faccenda di quale codice HTML sia consentito inserire nei commenti ad un blog WordPress.com è un po’ fumosa.

In primo luogo, pare che l’autore del blog e i commentatori esterni abbiano diritti diversi, come Claude aveva ipotizzato a metà discussione, ma dico questo solo in base al fatto che io ho potuto inserire i titoli e gli altri no.

Inoltre ho trovato che la quantità di tag HTML che si possono inserire nei commenti dipende dal tema adottato nel blog. In questo, sembra, ma non sono sicuro, che possano essere usati i seguenti:

<a href="" title=""> 
<abbr title=""> 
<acronym title=""> 
<b> 
<blockquote cite=""> 
<cite> 
<code> 
<pre> 
<del datetime=""> 
<em> 
<i>
<q cite=""> 
<strike>
<strong> 

Fate delle prove, scrivetemi dei commenti giusto per provare questi tag. Alcuni non li conosco nemmeno io. Cercate voi, provateli qui e spiegateceli a tutti. Provateci tutti. Se trovate che alcuni tag sono stati già descritti, provate con altri. Senza ansia per carità, come in un gioco …

E fate questo anche con qualche blog in blogger, di qualcuno di voi, poi cerchiamo con il contributo di tutti, di mettere un punto fermo su questa faccenda.

27 thoughts on “Non catalogare, organizzare bensì esplorare, scoprire, riconoscere

  1. laura says:

    @ Claude
    ho fatto quel tentativo a scopo dimostrativo utilizzando, nel primo caso (blu) comandi HTML, mentre nel secondo, il relativo comando CSS (foglio di stile sviluppato per la prima volta nel 1996 come ho scritto) e che viene utilizzato tutt’ora.
    http://www.w3schools.com//html//html_styles.asp
    Come hai detto, ho provato a disabilitare i fogli di stile (sia con internet explorer 8 che con fire fox) ma il risultato non è stato dei migliori!

  2. Claude Almansi says:

    @grandipepe In effetti, quando insegnavo la sintassi come insegnante dl francese lingua straniera in Ticino, lo facevo anche perché ammaestrare la struttura della lingua è un mezzo per far sentire la propria voce nella società. E purtroppo i programmi di italiano cominciavano alla rovescia, da pignolerie descrittive, con ogni parola immobilizzata ben bene da una spilla con il suo cartellino sotto, come le farfalle morte delle collezioni entomologiche.
    C’è stata una classe che ho avuto per 2 anni in opzione base di francese. Ho passato il 1° anno a fargli entrare in testa che una parola che non si conosce non è un ostacolo insormontabile alla comprensione; che capire significa anzitutto saper riconoscere chi fa cosa a chi, possibilmente quando dove e come, ma soprattutto perché. Quei “perché” dei bambini che imparano a parlare. L’anno dopo passiamo alla “produzione” di testi. Riscrivo alla lavagna quelle domande della comprensione. Un ragazzo protesta: “Prof, siamo forse nel corso base ma non siamo cretini: l’abbiamo capito da soli che queste servono anche a scrivere un testo che stia in piedi!” Sintassi come empowerment.

    Ma sarà diverso nella cybercomunicazione? A questa sono arrivata dalla difesa del diritto dei disabili motori a non essere ulteriormente disabilitati da ostacoli architettonici gratuiti: nei primi anni 2000 era sorprendente l’effetto che un e-mail con persone scelte bene in copia poteva avere sulle autorità politiche 😀 Da lì sono logicamente passata alla difesa del diritto dei disabili a non essere ulteriormente disabilitati da ostacoli gratuiti nell’informazione digitale. Avevamo creato un progetto, “Per una cultura dell’accessibilità Web in Ticino”, dove si potevano sfruttare la stupenda documentazione prodotta in Italia intorno alla Legge Stanca sull’accessibilità informatica.

    Ed è così che ho imparato i rudimenti di codice che servono per facilitarla. Anche il codice numerico è sintassi, la cui padronanza è empowerment. Metti un titolo in grassetto con il tag b, finisce qui. Usi uno stile gerarchico di titolo h1, h2 o h3, dài un’indicazione sull’organizzazione del discorso. Se il lettore è cieco e usa la sintesi vocale, potrà saltare da titolo in titolo per farsi un’idea del contenuto. E tu stess@ potrai produrre facilmente un sommario interattivo che serve a tutti, anche ai non ciechi. Idem per la sintassi del codice che consente di sottotitolare un video per renderlo fruibile dai sordi, poi di tradurre i sottotitoli per i non sordi che non sanno la lingua originale. E così via.

  3. grandipepe says:

    @Claude
    un esempio di come sapere e conoscere le grammatiche per modificare i testi. E’ sociologia questa, non cybercomunicazione…
    Conoscere per potersi adattare e non per subire. Incoraggiante!

  4. grandipepe says:

    @Andreas @Maurizia @Marvi
    è l’essere un insegnante umano che rende il sapere umano. Cioè accessibil, possibile, fuibile, ricercabile. Continuiamo a dircelo che non dobbiamo “salire in cattedra” ma accompagnare nella conoscenza. E’ nella funzione di dissolvenza che rendiamo autonomi e sicuri nell’incedere gli alunni. Dobbiamo mettere a dimora i semi, curare che la terra sia fertile, annaffiare, ma poi sarà il germoglio che crescerà ad imparare a trasformare l’energia del sole in potenza vitale. Ma non dobbiamo pretendere che spuntino germogli in inverno, altrimenti non solo saremmo inciampati, ma caduti rovinosamente.

  5. Claude Almansi says:

    @Laura

    Interessante: dalla parte della sorgente si legge:

    <h2>1991</h2>
    <p><font color=”blue”>Blu</font><p>
    <h2>1996</h2>
    <p style=”color:green”>Verde</p>

    Cioè per “Blu” hai colorato in blu la parola, mentre per “Verde” hai usato uno stile di paragrafo di testo definito come verde nella lista degli stili. Quindi ogni volta che vorrai scrivere in verde, ti basterà usare quello stile predefinito. Mentre ogni volta che vorrai scrivere in blu, dovrai ri-colorare la parola – oppure creare un altro stile di paragrafo di testo se ti serve spesso.

    Io di solito non definisco stili di testo per la sola apparenza grafica, nelle pagine online: tanto, se il lettore ha altre preferenze, legge come gli pare, secondo gli stili definiti nel suo browser. Alcuni anni fa collaboravo a un sito dove il webmaster voleva i testi in Verdana 10 punti. Quindi avevo definito così lo stile di paragrafo per il testo. Poi un giorno lui mi chiama, perturbato: “Sono stato da un’amica, sul suo computer i testi del nostro sito le appaiono in Arial 12.” Gli ho detto che per fortuna vincono le preferenze che il lettore indica nel suo browser sui desideri degli autori. Se quella signora preferiva leggere in Arial 12, erano cavoli suoi, no?

    Altro esempio: un tempo il sito di lascuolachefunziona.it era scritto in rosa fuchsia su bianco. Era carino ma facevo fatica a leggerlo. Quindi quando vi andavo, cambiavo le preferenze per leggerlo in bianco e nero.

  6. Claude Almansi says:

    @ Samantha: io all’inizio mi mandavo web e-mail con i link che mi interessavano, perché non avevo la connessione a casa, quindi usavo vari computer: a scuola, in biblioteca, nei cybercafé. Ogni tanto lo faccio ancora: ad es. per articoli che scompariranno dopo qualche giorno, e che non si possono archiviare con webcitation.org, mi mando il link e il testo completo dell’articolo.

  7. Samantha / C'era l'H says:

    Io ho scoperto i social bookmarking iniziando l’università, prima facevo cartelle in cui salvavo i link che mi interessavano… preistoria, vero? 🙂

  8. laura says:

    ok, ci provo:
    1991
    Rossonero
    1996
    Nero
    Rosso

    Questo me lo ha spiegato un mio alunno di classe terza informatico-gestionale!
    D’altronde anche chi insegna, impara e ogni tanto è bene cambiare ruoli

  9. Andreas says:

    Pochi istanti dopo avere parlato della necessità di non nascondere debolezze e errori agli allievi, sbircio sul telefono e vedo il commento di Maurizia 🙂 e ora MvCarelli 🙂

  10. mvcarelli says:

    Mi piace l’intervento di Maurizia, nonostante faccio l’insegnante credo fermamente che l’educazione moderna è un fallimento perchè distrugge l’originalità della persona. Noi coltiviamo in noi e noi nostri allievi, tecnica, capacità lavorativa, efficienza, ma non favoriamo una comprensione creativa. Quando il dovere diventa la cosa più importante, la vita si fa monotona e noiosa, una routine sterile e meccanica da cui ahimè cerchiamo di fuggire. L’educazione non è accumulo di conoscenze e sviluppo di abilità, indirizzati spesso verso obiettivi insignificanti. L’educazione è comprensione di sè, e questo processo non finisce mai, e si manifesta anche quando davanti aglii allievi si inciampa……che cosa farei io…..sicuramente farei notare che lo studio più autentico e appassionato non è mai esente dall’ inciampo perché è proprio questo, il fallimento, a rendere possibile la ricerca della verità.
    grazie

  11. mvcarelli says:

    Se non ho capito male x poter fare un sito si deve programmare manualmente in HTML, o farci aiutare da un software WYSIWYG.
    Alla fine un sito internet è fatto di codice (X)HTML.
    Testo racchiuso da una serie di lettere fra parentesi angolate, che se programmati secondo una certa logica fanno apparire la pagina web correttamente. I siti internet erano fondamentalmente testo, liste, link, e qualche immagine giustificata a lato del testo. Col tempo le esigenze grafiche sono però aumentate, così come le nozioni di programmazione necessarie per poter creare un sito decente. E così venne fuori Dreamweaver (e a ruota decine di altri programmi simili: GoLive, Fireworks, FrontPage e altri ancora), per permettere a non-programmatori di creare pagine web. A prima impressione questi programmi, chiamati software WYSIWYG (What You See Is What You Get, quello che vedi è quello che ottieni), sono un dono piovuto dal cielo. Liberano i grafici dal fardello di dover imparare a programmare e danno libero sfogo alla creatività, senza alcuna limitazione. L’output è una pagina identica all’immagine che viene visualizzata nella finestra del programma, in HTML. Il programma genera il codice automaticamente, le modifiche vengono fatte direttamente sul layout, che viene impaginato automaticamente. Mi sembra di capire che sono degli svantaggi.
    Controllo del codice. Uno dei problemi principali dei software WYSIWYG è che l’utente non ha controllo sul codice. Le ultime versioni dei principali programmi di impaginazione adesso offrono la possibilità di vedere il codice prodotto dal software, ed aggiungere codice manualmente.
    Ovviamente poter controllare il codice fondamentale x poter ottimizzare il layout delle pagine e la funzionalità vera e propria. Che cosa fa il Codice browser, ogni volta che visitiamo una pagina? scarica il codice sorgente dietro le quinte. Lo interpreta, cercando di capire come presentare la pagina richiesta. Se tutto va bene, restituisce la versione della pagina che secondo lui è corretta. I software WYSIWYG scrivono il codice per noi. In un certo senso il processo, se paragonato a quello che succede in un browser, avviene al contrario. Voi specificate il layout del sito, trascinando i vari elementi della pagina nel punto giusto. Il software a questo punto prova ad indovinare quale codice potrebbe produrre il risultato desiderato.
    Purtroppo, la soluzione scelta dal programma sarà tutt’altro che elegante, e certamente non efficiente. Lo scopo del programma è solo cercare di replicare il layout specificato dall’utente. Come viene ottenuto il risultato non importa.

  12. Gaetano Strazzanti says:

    Gazie Claude per le tue preziose indicazioni.
    A questo indirizzo, che punta direttamente su Common Craft, è possibile sentire il tutorial Social Bookmarking in Plain English in italiano e vedere tanti altri video veramente interessanti.

  13. Claude Almansi says:

    Però a href è anche un tag html, per fare un hyperlink. Strano che questo sia nella lista di quelli consentiti postata da Andreas, che invece non comprende i tag degli stili di paragrafo.
    A proposito di un altro tipo di tag, cioè le etichette riferite ai contenuti, come il tag cloud qui a destra del blog di Andreas, e del catalogare: 5 anni fa avevo seguito un altro corso online, Accessibility of eLearning. I due moderatori, Catherine Fichten e Jennison Asuncion, avevano predisposto una bacheca “Risorse” nel forum, dove avremmo dovuto indicare link utili. I partecipanti condividevano un mucchio di link utili, però in discussioni su temi concreti, non in quella bacheca.
    Siccome avevo pochissimo da contribuire, avendo meno esperienza degli altri, ho fatto la raccatta-link usando la piattaforma di social bookmarking del.icio.us (adesso delicious.com) e aggiungendo alle bookmark un sacco di tag, più uno comune: accessibility_of_elearning. Nel frattempo ho traslocato i miei tag sociale su diigo.com, quindi adesso posso tuttora ritrovare i link condivisi in quel seminario sotto diigo.com/user/calmansi/accessibility_of_elearning.
    Cioè Andreas ha ragione di scoraggiare il catalogare minuzioso, che ti fa perdere di vista le dinamiche di un corso, perché sei focalizzato su un punto solo per troppo tempo. Però il catalogare con il social bookmarking e i tag contenutistici è diverso. È più veloce: leggi in diagonale la pagina per trovare cosa citarne e i punti salienti da taggare, ed è fatta in pochi secondi: in seguito potrai facilmente ritrovare la risorsa se ti serve. E questo è rassicurante.

    Per chi non avesse mai usato il social bookmarking: vedi il tutorial video Social Bookmarking in Plain English dl Lee e Sachi LeFever (con sottotitoli in 29 lingue, italiano incluso).

  14. Maurizia says:

    Ho letto su Repubblica… e mi piacerebbe condividere
    “Un bravo insegnante, raccontava una volta un grande psicoanalista come Moustapha Safouan, si riconosce da come reagisce quando, salendo in cattedra, gli capita di inciampare. Cosa saprà fare di questo inciampo? Ricomporrà immediatamente la sua immagine facendo finta di nulla? Rimprovererà con stizza le reazioni divertite dei ragazzi? Nasconderà goffamente il suo imbarazzo? Oppure prenderà spunto da questo imprevisto per mostrare ai suoi alunni che la posizione dell’ insegnante non è senza incertezze e vacillazioni, che non è al riparo dall’ imprevedibilità della vita? Potrà allora far notare che lo studio più autentico e appassionato non è mai esente dall’ inciampo perché è proprio questo, come il fallimento, a rendere possibile la ricerca della verità. Certamente ci sono insegnanti che separano il sapere dalla vita e che offrono ai loro alunni solo una serie di nozioni nate già morte. In questi casi non c’ è vita ma routinee un uso sterile del sapere. Ma se esiste una vocazione all’ insegnamento, non può che radicarsi nell’ inciampo

  15. Claude Almansi says:

    In altre parole, WordPress ha un una barra strumenti “testo ricco” per i post di tipo WYSIWYAATD (What-you-see-is-what-you-are-allowed-to-do, cioè quel che vedi è quel che hai il permesso di fare – vedi le Annotum release notes v1). Però visto che per i commenti, la barra “testo ricco” non c’è, per scoprire quel che hai il permesso di fare, bisogna andare per tentativi ed errori.
    A me sta anche bene, però per altre persone più meticolose che non amano lasciar in giro testi formattati male o con un rigurgito di codice non digerito, può essere un po’ bloccante.

  16. Andreas says:

    Sì, molto spesso la variabilità di comportamento dei browser, e in primo luogo certe idiosincrasie di Internet Explorer, causano parecchi grattacapi. In questo caso però l’imputato N.1 si trova sul lato server, che “strappa” (to strip) codice che giudica eccessivo da certi tipi di messaggi.

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