Quando gli studenti scoprono i prossimi passi … 39


È quello che ho appena detto in pochi minuti di chiacchiere, qui ad una conferenza presso la IUL: in realtà io ho una traccia in mente, o meglio, una manciata di argomenti che vorrei tangere in qualche modo, ma non la dico, non la rivelo in un “programma” dichiarato a priori. Uso gli argomenti come delle pedine da giocare, ma non le metto in fila. Le tengo lì, pronte sul tavolo. Poi cerco di far sì che la blogoclasse si muova, più possibile autonomamente. Quando giunge il momento, calo la pedina che mi sembra appropriata. Nei momenti di stanca, mi può capitare di decidere da me quale sia la prossima pedina da giocare, ma di solito è la blogoclasse stessa che me mi dà il pretesto per calarla. Talvolta, può addirittura succedere che siano gli studenti a giocare le pedine che stanno sul mio tavolo! Questi sono i momenti migliori. Ieri ne avete giocate due.

Mvcarelli ieri ha segnalato un video molto famoso, di Michael Wesh, che complementa benissimo i nostri discorsi sul codice. Sono diversi anni che io lo utilizzo, dal 2007 a questa parte. Metto volentieri il link al post di Mvcarelli, invece di udare uno dei miei vecchi link. Nel video si parla anche della codifica XML. La riprenderemo successivamente.

L’altra pedina è stata giocata da Claude a proposito del catalogare e come catalogare. In pratica ha introdotto il tagging. Prendo quindi la pedina che chiamo tagging e la piazzo qui, per ora.


Tre marmellate su uno scaffale: more, prugne e mirtilli. Se non avessi messo delle etichette sui barattoli sarebbe un pasticcio, dovrei andare per tentativi perché sono tutte e tre più o meno blu scuro.

Buona idea quella di mettere le etichette. Continuo a fare marmellate.

Trenta marmellate di cinque tipi su più scaffali, messe tutte alla rinfusa. Dov’è finita quella di rosa canina? Ho fretta … mi arrabbio …

Faccio ordine: raggruppo tutte quelle di more su uno scaffale, poi quella di prugne su un altro e così via. Perfetto, ora non ho più problemi.

Non solo, mi rendo conto di avere realizzato un concetto importante: assegnando uno scaffale ad ogni tipo di marmellata ho fatto una classificazione dove ogni scaffale rappresenta una categoria.

Se mi lancerò nel business della marmellata ed avrò centinaia o migliaia di barattoli, magari di venti tipi diversi, sarà sempre un gioco da ragazzi andare a trovare a colpo sicuro la marmellata di arance amare, basterà scegliere lo scaffale etichettato “arance amare”.

Ecco cosa ho fatto: ho generalizzato l’impiego delle etichette associandole alla categoria anziché ai singoli barattoli e appiccicandole ad un luogo fisico, scaffale, cassetto o quello che volete.

Un’innovazione che mi consentirà di gestire una situazione che sarebbe altrimenti andata fuori controllo. Una cosa assolutamente positiva. Anzi, con questo sistema, potrei mettermi a produrre miele e classificare mieli di tanti tipi diversi e magari anche altri prodotti senza avere problemi per reperire quello che mi servirà. Basterà istituire categorie di categorie, per esempio una scaffalatura “marmellate”, una “mieli” e così via. Non c’è limite a questo procedimento di generalizzazione. Posso pensare a delle categorie di categorie di categorie, tipo una stanza “prodotti alimentari” che contiene tutte le scaffalature con mieli, marmellate eccetera, poi una stanza “abbigliamento” e via dicendo.

È proprio così che funzionano le classificazioni e, riflettendoci bene, mi rendo conto che il mondo è pieno di classificazioni. Si potrebbe dire che le classificazioni, in un certo senso, costituiscono lo scheletro della conoscenza. Esempi come la tavola periodica degli elementi, la tassonomia degli esseri viventi, la classificazione Dewey per le biblioteche sono ben noti e molto importanti e, a ben vedere, siamo ormai così abituati a questo modo di descrivere il mondo che non ci facciamo nemmeno più caso. Appena si presenta la necessità di gestire una certa quantità e varietà di oggetti, di qualsiasi tipo essi siano, procediamo senz’altro ad istituire categorie partendo da una categoria generale iniziale, madre di tutte le altre che via via si annidano le une nelle altre per arrivare a descrivere tutti gli oggetti possibili che possono essere inclusi in quella certa categoria madre, libri, marmellate, articoli di un magazzino, pratiche nello studio di un commercialista, piante, animali, letteratura scientifica, file in un file system e via dicendo.

Anche gli ideatori di un famoso motore di ricerca in Internet, Yahoo!, affrontarono nel 1995 il problema della ricerca come un problema di classificazione. L’idea era quella di offrire una lista di tutto quello che c’era nel web. Affinché la lista fosse consultabile fu necessario organizzarla in una struttura gerarchica generata a partire da un piccolo numero di categorie principali. Una cosa del tutto logica dopo quello che abbiamo appena detto. Yahoo! mantiene ancora questa lista e la potete trovare all’indirizzo http://dir.yahoo.com/.

Di prim’acchito non sembra complicato fare una classificazione del genere. Si tratta in fin dei conti di compilare una lista di tutti i siti web esistenti e di piazzare ciascuno di essi nella sua categoria. In realtà la cosa non si è rivelata così semplice. In primo luogo c’è un problema di dimensione: il numero di siti presenti in Internet si valuta sull’ordine dei miliardi. Tuttavia finché la questione è di mera quantità tutto si riduce ad una faccenda economica: se il business lo giustifica si tratta semplicemente di pagare uno staff adeguato. In realtà c’è anche un altro problema che è invece puramente di natura qualitativa e quindi non è detto che possa esser ridotto ad una questione economica.

Finché l’ambito è relativamente ristretto, le categorie sono facilmente ed univocamente identificabili, gli oggetti da classificare sono stabili, altrettanto facilmente identificabili e senza sfumature, allora non è difficile fare una classificazione di tali oggetti. Con il nostro esempio delle marmellate non ci sarebbero problemi. Ma fra miliardi di siti web di ogni tipo immaginabile e le marmellate fatte in casa c’è una differenza non trascurabile!

Classificare un oggetto in una categoria, all’aperto per così dire, dove l’oggetto può essere una qualsiasi cosa al mondo, può rivelarsi un compito molto difficile. Così difficile che per designare colui che svolge tale compito si è fatto ricorso ad un vocabolo che normalmente alberga nel mondo della filosofia: si dice infatti che chi svolge questo tipo di lavoro, per esempio per sviluppare e mantenere la “directory di Yahoo!” fa l’ontologo.

L’ontologia studia la proprietà dell’essere delle cose e le relazione che le cose, nella loro essenza, possono avere fra loro. Come probabilmente iniziate ad immaginare, la faccenda si fa pesante, infatti l’ontologo non ha vita facile. Molto meglio disquisire di questioni ontologiche davanti al camino bevendo un buon vino che trovarsi sul campo a fare l’ontologo!

Andiamo a vedere un po’ la directory di Yahoo! in proposito.

Queste sono le 14 categorie generali che includono tutte le altre. Possiamo scendere in ognuna di queste fino a trovare quella che ci interessa. Facciamo un esempio scegliendo “Science” e limitiamoci ad estrarre un piccolo frammento della lista che viene fuori.

Qui a destra riporto un frammento della lista. Il numero fra parentesi a fianco di ogni sottocategoria rappresenta il numero di link che ciascuna di esse può offrire qualora esse vengano selezionate. Tuttavia si vede come alcune siano invece seguite dal carattere @ invece che da un numero. Ebbene, queste sono sottocategorie che non fanno parte della categoria madre in questione secondo la classificazione Yahoo! e che tuttavia gli ontologi di Yahoo! non se la sono sentita di non menzionare. Per esempio, la medicina non è inclusa direttamente nella categoria “Scienze” ma non si può disconoscere che essa abbia dei nessi sonstanziali con il dominio delle scienze, per numerosi motivi, e se andiamo a vedere troviamo che la medicina è stata piazzata nella categoria “Health”. Qualcuno di voi potrà essere d’accordo con la scelta degli ontologi di Yahoo! mentre altri non lo saranno ma non ha tanto importanza cosa sia “vero”. Ha invece importanza il fatto che la risposta non sia manifesta e condivisa e che non si tratta neanche di essere più o meno esperti della materia. Un ricercatore biomedico e un direttore sanitario potrebbero avere opinioni differenti a riguardo, pur essendo molto competenti.

Due anni dopo Yahoo!, nel 1997, appare Google, un altro motore di ricerca, apparentemente dimesso rispetto agli altri, ormai sulla strada di divenire portali in grado di offrire una varietà di servizi. Google si presenta invece con una semplice pagina bianca dove nel centro campeggia una casella di testo per inserire le chiavi di ricerca sormontata dall’ormai celebre logo variopinto. Malgrado ciò il successo di Google è stato travolgente arrivando oggi a dominare stabilmente il mercato dei motori di ricerca. Secondo una ricerca della Compete.com, un’azienda americana specializzata nell’analisi del traffico web, attualmente Google detiene il 74% del mercato, seguito da Yahoo! con il 17%, Bing (il motore di ricerca “della Microsoft) con il 7%, Ask con il 2% e AOL con 1%, con una tendenza ad un ulteriore crescita del divario.

È evidente che nell’approccio di Google ci doveva essere qualcosa di sostanzialmente diverso e che potremmo esemplificare con il motto: un tempo esistevano le classificazioni, ora esistono i link! Un’idea che Clay Shirky nel suo articolo Ontology is Overrated: Categories, Links, and Tags descrive particolarmente bene.

Nella figura seguente è rappresentata una generica gerarchia. Ognuno può pensarla nel modo che gli è più congegnale, per rappresentare la struttura di un’azienda, una tassonomia, la classificazione dei libri di una biblioteca, un file system o altro.

Abbiamo visto prima che nella directory Yahoo! le categorie sono state affiancate dalle pseudo categorie, per esempio la sottocategoria “Medicine” è citata anche all’interno della categoria “Science” malgrado il fatto che appartenga alla categoria “Health.” Ponendo all’interno della categoria “Science” la voce “Medicine@”, si crea di fatto una connessione fra “Medicine” e “Science,” una connessione che la classificazione gerarchica di Yahoo! non avrebbe altrimenti descritto.

Non è difficile immaginare che la quantità delle connessioni possibili travalica ogni possibilità di previsione e che la loro rilevanza è fortemente dipendente dal contesto. Qualsiasi classificazione può essere arricchita da connessioni e la questione se esse possano essere ritenuti da taluni più rilevanti di quelle inerenti alla classificazione diviene una questione di visione del mondo. In altre parole, la classificazione proposta da Yahoo! riflette la visione del mondo dei suoi ontologi ed è probabilmente veramente ozioso domandarsi se la loro visione sia più o meno vera della visione del mondo che altri potrebbero avere.

A nessuna autorità può essere impedito di proporre la propria visione del mondo mediante un’accorta classificazione ma non si può nemmeno impedire che qualsiasi utente dell’oggetto di quella classificazione valorizzi certi collegamenti che essa non prevede.

Insomma, non possiamo fare a meno di avere classificazioni e connessioni, classificazioni e link:

Sino ad ora le tecnologie disponibili hanno imposto di lavorare prevalentemente con le classificazioni essendo la realizzazione di queste già di per sé molto onerosa ed essendo assolutamente impossibile contemplare tutti i collegamenti possibili.

Uno degli aspetti importanti di Internet è che le connessioni sono intrinseche alla sua natura: Internet è fatta di link. Gettate un insieme di oggetti in Internet. Oggetti di qualsiasi natura in qualsiasi numero. Ebbene, i link cresceranno spontaneamente in un intrico non dissimile da quello della piante in una foresta lasciata crescere indisturbata. Poco importa che quelli oggetti siano stati collegati a priori fra loro da un struttura gerarchica. I link vi cresceranno sopra comunque e, se la numerosità lo consentirà, alla fine da quello che sembrerebbe solo caos finirà per emergere una struttura e questa struttura emergente potrà alfine mascherare e rendere inutile lo scheletro gerarchico iniziale. A quel punto, forse, lo scheletro si potrà anche buttar via:

L’intuizione cruciale degli autori di Google è stata riconoscere che in Internet non è necessario piazzare per forza tutto sugli scaffali prima ma è invece sufficiente lasciare crescere le connessioni da sole ed utilizzarle dopo che queste sono spontaneamente emerse. Insomma, in Internet non c’è bisogno di scaffali.

In pratica quando sfoglio un catalogo mi fido della visione del mondo di chi ha fatto la classificazione, quando uso Google mi fido della struttura di link emersa dal caos di Internet.

Sono abbastanza sicuro che se in era pre-Google avessimo fatto un sondaggio su quale fosse ritenuto il sistema più affidabile, avremmo assistitito ad un plebiscito a favore del catalogo; sarebbe interessante farlo anche oggi sondaggio del genere.

E invece il mondo usa Google. Malgrado il fatto che tutti fossero abituati ed educati a confidare nelle classificazioni tutti hanno preferito affidarsi a quella piccola magica scatolina di ricerca offerta da Google. Perfino Yahoo!, che pochissimi anni prima aveva iniziato a “fare ordine” in Internet mettendo mano ad una grande classificazione, la Yahoo! directory per l’appunto, ha dovuto accettare la magia di Google, e nel vero senso della parola perché per un certo periodo, prima di sviluppare un sistema di ricerca proprio, ha usato proprio il motore di Google.

Già vedo gli apocalittici insorgere a difesa del valore dell’ordine minacciato dal caos, dell’autorevolezza minacciata dall’incompetenza e forse infine della cultura minacciata da una nuova forma di anarchia. Non ci tengo particolarmente ad essere annoverato tout court fra gli entusiasti ma se si è animati da un minimo desiderio di capire come stanno le cose è difficile esimersi dal domandarsi perché, malgrado questi allarmi, le persone con Google trovano quello che cercano.

L’apparentemente innocua affermazione che “le persone con Google trovano quello che cercano” ha in realtà la forza dirompente della massa. Vale a dire che centinaia di milioni di volte, anzi miliardi di volte, quelle ricerche funzionano, per il semplice motivo che di solito le domande si fanno volentieri a chi ha dimostrato di dare risposte utili.

Questa si chiama autorevolezza, un’autorevolezza conquistata sul campo dalla massa di attori che in Internet che costruiscono inconsapevolmente ciascuno il proprio peso semplicemente abitandovi. Un nuovo tipo di autorevolezza che certamente fa rabbrividire una schiera di apocalittici ma che inevitabilmente affianca l’autorevolezza convenzionale, basata su di un accreditamento di qualche tipo, per esempio accademico.

Ho detto prima che non ci tengo ad essere annoverato fra gli entusiasti, non perché questi non mi piacciano ma perchè sono convinto che sia il dichiararsi apocalittico che il dichiararsi entusiasta si risolva in un esercizio del tutto ozioso. Le cose accadono, sono sempre accadute in modo assolutamente indifferente alle sorti delle battaglie fra apocalittici e entusiasti. Le cose accadono quando maturano le condizioni favorevoli.

Questo nuovo concetto di autorevolezza è insito per esempio in una nuova parola: la folksonomia, della quale riporto qui la definizione data in Wikipedia:

Folksonomia è un neologismo derivato dal termine di lingua inglese folksonomy che descrive una categorizzazione di informazioni generata dagli utenti mediante l’utilizzo di parole chiave (o tag) scelte liberamente. Il termine è formato dall’unione di due parole, folk e tassonomia; una folksonomia è, pertanto, una tassonomia creata da chi la usa, in base a criteri individuali.

Nel caso delle ricerche in Internet il meccanismo escogitato da Google, denominato PageRank e basato sull’assegnazione di un peso (ranking) calcolato dal numero e dall’importanza dei link che richiamano le pagine, ha eliminato d’un tratto la necessità di ricorrere ad una classificazione.

In molti sistemi invece si ricorre ad una classificazione che è realizzata dall’utenza nel suo insieme mediante la pratica del tagging. Ognuno memorizza gli oggetti che gli interessano attribuendo loro le etichette che ritiene più appropriate. Ecco, la classificazione spontanea che ne emerge si chiama folksonomia e delicious ne è un ottimo esempio.

Ho già osservato come le classificazioni gerarchiche si applichino con maggiore facilità quando l’ambito è relativamente ristretto, le categorie sono facilmente ed univocamente identificabili, gli oggetti da classificare sono stabili, altrettanto facilmente identificabili e senza sfumature.

Quando invece si tratta di classificare oggetti che possono riferirsi ad un ambito arbitrariamente ampio, come oggetti Internet o libri, possono emergere problemi veramente difficili da risolvere. Consideriamo l’esempio della classificazione di libri in una grande biblioteca dove vi sia la categoria “Unione Sovietica”. Che fare dello scaffale “Unione Sovietica” dal 1991 in poi? Possiamo lasciare tutti i libri in quello scaffale? O forse ha senso lasciarvi solo quelli strettamente pertinenti all’Unione Sovietica nella sua interezza ponendo per esempio quelli che in realtà si riferiscono all’Ucraina in una nuova categoria apposita? Oppure, se la categoria “Ucraina” esisteva come sottocategoria di “Unione Sovietica”, ha senso lasciarla come sottocategoria di uno stato che non esiste più? E che fare dei nuovi ingressi post 1991?

O, per fare un altro tipo di esempio, come affrontare la classificazione di libri che sono evidentemente interdisciplinari? Vi sono degli autori che rappresentano un incubo per chiunque si trovi a classificarne i libri. Uno di questi è Stefano Beccastrini che ha una vera e propria passione per scrivere libri inclassificabili, caratteristica questa, sia detto per inciso, che li rende molto interessanti.

More about Matematica e geografia. Sulle tracce di un'antica alleanzaMore about Il cammino della matematica nella storiaL’ultimo, che ha scritto insieme alla moglie Maria Paola Nannicini, si chiama Matematica e Geografia, che affianca deliziosamente il precedente, Il cammino della matematica nella storia. Come classifichiamo questi due libri? Tutti e due in “Matematica”? O uno in “Geografia” e l’altro in “Storia”? Oppure nuovamente tutti e due insieme in qualcosa tipo “Insegnamento interdisciplinare”? O “Insegnamento” tout court? sono sicuro che se li leggessimo tutti quanti siamo e dopo ci mettessimo ad immaginare tutte le classificazioni possibili ne verrebbe fuori qualcosa di simile ad un caos.

Tuttavia da questo caos finirebbero per emergere delle regolarità, prevalenze, pesi reciproci, schemi, tutte regolarità lecite e descrittive della varietà dei punti di vista possibili. Insistendo sull’esempio appena fatto, sarebbe veramente limitante piazzare questi due libri nelle categorie più ovvie, storia, geografia o matematica, perché uno dei loro pregi sta proprio nel fatto di mettere in luce come sia importante contaminare le discipline scolastiche convenzionali e ad un ricercatore interessato a questioni di metodologia didattica potrebbero sfuggire, con simili classificazioni.

Arrivati a questo punto vi lascio riflettere e vado a riorganizzare la cantina, è un lavoro che impegnerà tutta la domenica. Ho deciso di fare questo lavoro perché mi hanno regalato una macchina nella quale, mediante una tastiera, posso inserire parole chiave, per esempio more, mature, ciliege, 2005 e via dicendo. Una volta inserite le parole tutte le etichette corrispondenti alle parole chiave inserite si illuminano magicamente così da individuare in un attimo le marmellate che desidero. Non mi chiedete come funziona, so solo che funziona. Ho deciso quindi di levare le etichette dagli scaffali e di iniziare da capo ad etichettare le marmellate direttamente sui barattoli, come facevo all’inizio di questo discorso. Anzi, su ogni barattolo potrò appiccicare nuove etichette tutte le volte che mi verrà in mente un attributo che potrebbe rivelarsi interessante: tipo di frutta, anno di produzione, troppo cotta, poco cotta, meno zucchero, poco matura … anzi, tutti in casa potranno fare lo stesso, se saremo in più di uno a fare marmellate, e tutti potremo trovare rapidamente le marmellate preferite.

Il problema poi sarà un altro: chi le mangerà tutte queste marmellate?

39 comments

  1. @M. Antonella (commento 16 che mi era sfuggito, scusa). Grazie per la spiegazione sulla s di avances.
    Concordo con te che l’anteprima per i commenti di Blogger è decisamente un più rispetto a WordPress – salvo per coloro che amano il brivido dell’incertezza: “verrà fuori un mucchio di codice o l’immagine che ho embeddata da flickr o niente?”. Però quanto alla possibilità di vedere l’HTML – se parli dei post, qui – c’è anche in WordPress e, mi pare, in tutte le piattaforme blog – persino nella defuntura Splinder.

    @Maria Grazia e Monica: mi ero dimenticata un altro vantaggio dell’attributo alt: se fai il copia-incolla di un post dove hai linkato un’immagine a un’altra pagina, in un e-mail in testo ricco, i programmi e-mail decenti rifiuteranno di caricare l’immagine che è streamata dal post nell’inbox del destinatario per proteggere la sua privacy. Quindi senza attributo alt, il link non si vedrà nell’e-mail. Invece se c’è, il link apparirà sulle parole dell’attributo alt.
    Azzeccatissima la formula “vedere con gli occhi della mente le immagini postate”, Monica: è questa la grandezza dell’attributo alt, cioè sì è anche una tecnica utile a tutti, ma è soprattutto un esercizio di traslazione, di traduzione per tutti. Perché anche gli attributi alt vengono addirittura tradotti da programmi come Google Translate…

  2. Ecco questa opportunità citata da Claude… “perché ti incita ad aggiungere una descrizione alternativa quando inserisci un’immagine, che crea l’attributo alt che non si vede ma viene letto dalle sintesi vocali usate dai ciechi, mentre con altre piattaforme lo devi aggiungere nell’html del post…”
    e che io da novella blogger non conoscevo potrebbe essere un motivo per cui scegliere wordpress. Un utlilità che permette di vedere con gli occhi della mente, le immagini postate.

  3. La questione delle immagini e dei link è una grande rottura di scatole su Blogger: ti costringe sempre ad andare sul formato html e ad inserire i tag a mano. Ed è un elemento essenziale per l’accessibilità ma anche per la visibilità del tuo blog sui motori di ricerca…

  4. Mah… non ho nemmeno avuto motivazioni istintuali. Ho iniziato con Blogger (quando Google non l’aveva ancora comprato) perché non capivo la parola “blog” che cominciava a tornare spesso nelle discussioni di una mailing list, e Blogger era il primo risultato per la ricerca della parola. Poi sono passata a livejournal perché quel primo blog lo co-scrivevo con altri che non sapevano l’inglese ma il francese sì, e allora Blogger era solo in inglese, mentre livejournal aveva anche l’interfaccia in francese. Poi ho provato iobloggo perché era una piattaforma creata da tre giovani, di cui un bravo fotografo che aveva mollato “scienze” della comunicazione all’Università della Svizzera Italiana per lanciarsi nella creazione di quella piattaforma. Poi ho usato e uso ancora un blog movable type creato con movable type da Roberto Ellero per ciascun partecipante al progetto Webmultimediale.org.

    Poi ho fatto un blog WordPress perché scrivevo per un altro blog WordPress il cui editore capo insisteva per fare lui i post che gli dovevamo mandare “in Word” per e-mail, e mi rifiutavo, quindi glieli mandavo in .html ma mi ero accorta che ci sono cose .html che non si possono fare con WordPress, quindi facevo le bozze in quell’altro blog WordPress, e usavo la sorgente per fare i file .html da spedirgli. Ho anche fatto un tentativo sulla moritura Splinder per vedere com’era.
    Da una piattaforma blog voglio che mi aggiunga la data alle cose che scrivo e me le sistemi per ordine cronologico inverso, e questo lo fanno tutte.

    Mi piace WordPress perché nel “lavello” (kitchen sink, seconda riga dell’editore di testo) c’è la possibilità di usare stili di titoli, e perché ti incita ad aggiungere una descrizione alternativa quando inserisci un’immagine, che crea l’attributo alt che non si vede ma viene letto dalle sintesi vocali usate dai ciechi, mentre con altre piattaforme lo devi aggiungere nell’html del post.
    Peccato che molti utenti WordPress non usino questa possibilità della descrizione alternativa, che oltre ad essere tra le prime raccomandazioni dell’accessibilità Web, è un esercizio linguistico interessante. Volevo suggerire a WordPress di completare il dialogo per l’inserzione di immagine, quando questa descrizione mancava:
    - Non hai descritto questa immagine: sei proprio sicuro che sia un elemento puramente decorativo privo di informazioni? Sì / No
    Se l’utente risponde No:
    - Torna a descriverla.
    Se l’utente risponde Sì:
    - Col cavolo che ti lascio ingombrare il mio server con immagini che non danno informazioni.
    Però pare che questo sia già stato tentato dal responsabile dell’accessibilità per il sito di una provincia italiana, con ribellione degli utenti.

    Quanto all’eleganza algida di WordPress, hem. A settembre mi ero accorta che quando visitavo quel blog multi-autori di cui sopra senza fare il login, sotto ogni post c’era una grossa pubblicità saltellante che non si vedeva se si era fatto il login. Nel forum di aiuto di WP c’era una discussione in merito, Why is there an ad on my .com blog?: parte delle cose previste dalle condizioni di servizio per i blog WP gratuiti, ma in teoria discrete. Ho fatto una cattura di schermo di una che vedevo e l’ho messa in youtube.com/watch?v=k94dp43ZMZc e l’ho linkata in quella discussione. Vero che quelli di WordPress hanno subito eliminato quegli obbrobri saltellanti dopo il mio post, cambiando “ad server”, però c’è sempre il rischio che tornino.

  5. Etichette differenti per soggetti diversi.
    Vediamo se ho compreso il discorso sulle marmellate:
    se l’etichetta è apposta dal produttore o da un pool di esperti di marketing o di nutrizionisti (gli ontologi) avremo una categorizzazione alla fonte, molto probabilmente sarà studiata “ab ovo”, prima ancora della produzione, sarà precisa e molto organizzata salvo incappare in qualche frutto non precisamente catalogabile (che fine faranno i mapo?)
    Se le etichette le mettiamo noi utilizzatori, lo faremmo, dopo averle provate, secondo il nostro gusto e seguendo le emozioni sensoriali che la marmellata ci dà e scambiando opinioni tra di noi.
    Saranno forse più imprecise, ma avranno un valore aggiunto dato dal fatto che l’esplorazione e l’ organizzazione delle marmellate è fatta da tutti noi con una pratica di conoscenza e ri-conoscenza condivisa.
    E’ forse questa la differenza fra metadati e tag delle folksonomies?

  6. D’accordo, Elena!
    (mi sembra che sotto lo pseudonimo al pepe ci sia questo nome) ;)

    Anch’io sono convinta che, andando a scavare in fondo, si scoprirà
    che la scelta dell’una o dell’altra blogpiattaforma, o di un’altra ancora,
    possa essere fatta d’istinto o per affinità elettive, contro ogni razionalità.

    Io ad esempio ho scoperto di aver scelto e di preferire Blogger perchè,
    invitata a lavorare ad un progetto su questa piattaforma, avevo scoperto “il colore” e le fantasiose possibilità che offriva agli autori…
    Se vuoi capire che cosa intendo, prova a dare un’occhiata qua…

    http://calamocurrente21.blogspot.com/

    E così, pur conoscendo e praticando WordPress, (che trovo graficamente molto raffinato, elegante e…algido!) ;),
    quando ho deciso di aprire un mio blog, dovendo scegliere tra le
    due piattaforme ho pensato: “Non c’è gara!”…
    e mi sono tuffata in Blogger! ;)

  7. @MariaGrazia @Antonella @Monica
    Io ho scelto WordPress d’istinto, sulla base di una percezione assolutamente sensoriale. Lo trovo più elegante ma meno da studente, perchè clikando sui blog-quaderni dei mie compagni, che scrivono con Blogger, mi sembravano di formato più “maneggevole”. Trovo che Google offra tantissime Apps funzionali, economiche nonchè intriganti, ma poi per un motivo assolutamente irrazionale rifiuto di sposare in toto una filosofia, deve essere “mia” e non essere io ad aderire. E’ una questione ontologica e non di marketing. Mi rifiuto sempre un po’ di omologarmi alle Tag preconfezionate, e questo l’ho palesato creando delle Categorie in WordPress assolutamente incomprensibili ai più, fermo restando le Tag per poter condividere il contenuto dei post. Insomma, un po’ pubblico e un po’ privato, un po’ Google e un po’ no. La vera risorsa è avere la libertà di scegliere e la possibilità di non conformarsi. Niente monopoli, ma pluralità lingustica W il meticciamento! Ben venga il dibattito che ci fa scoprire che sulle grammatiche possiamo agire per generare testi non previsti, ma generativi di una nuova modalità di comunicazione.

    011101101 0101
    ovvero (forse, ma sicuramente no)= Ciao

  8. Se sono stata impetuosa nel commento non avertene a male: talvolta mi sfugge la tastiera ;-) ma, pensavo fosse un giudizio “tecnico” (ahi la fretta!) più che di preferenza personale. Sulle preferenze personali “non metto lingua”, come diceva mia nonna :-) L’importante è sapere cosa si può fare con l’una o con l’altra in maniera da saper scegliere ciò che fa per te in un certo momento (soprattutto se li usi per la formazione). Tutto qui :-) Buona giornata a tutti e tutte (dai che è venerdì!!!)

  9. Bene, Maria Grazia, la tua difesa appassionata di WordPress è riuscita
    a convincere, (non a persuadere;)), la parte razionale del mio cervello,
    non quella emotiva ed emozionale.
    A dir la verità io non sono un’esperta di blog né di piattaforme da blog…
    Ho lanciato il mio primo blog lo scorso anno per dare spazio e accoglienza ad un progetto eTwinning; ho poi partecipato insieme ai
    miei alunni ad un altro blog per invito di una collega spagnola.
    Entrambi questi blog sono su Blogger.
    Di WordPress ho una conoscenza indiretta: da circa due anni vado
    a leggere il blog di una collega di Trieste che parla non solo di scuola
    ma anche di altri argomenti interessanti e lascio ogni tanto un commento;
    e da circa un anno seguo Iamarf di Andreas.
    Tuttavia continuo a ribadire la mia preferenza per Blogger…
    Del resto la mia affermazione:

    “Per quanto riguarda Blogger, io lo trovo fantastico e di gran lunga
    migliore di WordPress!”

    è basata su mie impressioni personali e non aspira all’ecumenicità
    o all’universalità.
    Sicuramente, come diceva Andreas all’inizio di questo (per)corso
    invitandoci ad aprire un blog, ognuno di noi preferirà e sceglierà
    l’una o l’altra delle due piattaforme in base alle proprie esigenze
    di scrittore di blog…
    e ci sarà poi chi le userà tutte e due… :)

  10. Marvi, tu nell’iscrizione hai inserito il blog http://www.ascuolaconmarvi.it/, con feed dei post http://www.ascuolaconmarvi.it/feed, quest’ultimo correttamente listato nel file OPML, l’ultimo della lista nell’attuale versione. La produzione automatica del file OPML era una delle ultime cose che avevo aggiunto, un po’ di corsa, prima che iniziasse il vostro corso, quindi ho dovuto finire il debugging del software “in produzione”, cioè mentre voi lo usavate. Infatti mi sono ritrovato con alcune versioni del file OPML variamente pasticciate. Forse tu non hai una versione precedente dell’OPML, dove forse non c’era ancora il tuo blog … in tal caso scarica l’ultimo, che ho linkato qui sopra.

  11. In questo video Google ci spiega com’è cambiato il più famoso motore di ricerca dal 1996 ad oggi e quale sono le prospettive per il futuro.
    Peccato, almeno per me, che il video sia in inglese :( .
    Per capirci qualcosa ho attivato, cliccando sull’iconcina “CC”, la trascrizione video e la traduzione sottotitoli, non è che mi siano stati molto d’aiuto!

  12. mi scusi prof io ho fatto il blog con wordpress, ancora è un cantiere nel senso che sto selezionando il materiale da pubblicare, vorrei utiizzarlo come strumento di comunicazione con i vari gruppi che coordino a scuola.
    non capisco perchè non si vede. devo forse agire sul file OPML e per trovare il il feed del mio blog. Ho segnalato tutti i blog aperti dai colleghi di corso ma non mi viene notificato niente su google reader.
    Infatti quando in un post le ho scritto che non sapevo se il contenitore era giusto, e perchè sicuramente avrò sbagliato qualcosa, devo andare sempre alla ricerca dell’utimo post pubblicato.

    grazie prof
    mvcarelli alias marvi

  13. Beh, io in effetti parlavo delle funzionalità del dietro le quinte nell’ottica del formatore che deve sapere quali strumenti fornire e a chi. Per quello che faccio – incluse quelle che ho definito le blogoredazioni (non penserete certo che ci siano solo le blogoclassi ^_^) – wordpress è per me fondamentale.
    Poi ci sarebbero altri motivi tecnici però la mia difesa d’ufficio :-D per il momento si ferma qui ;-)

  14. blogger o wordpress? che importanza ha? l’importante secondo me è comunicare qualcosa agli altri, poi che si usi un blog o un altro, è indifferente, ciò che fa invece la differenza è il contenuto del blog. :-))

  15. E’ un piacere seguirvi. Oltre a trarne un nutrimento che mi fa star bene, mi permette di essere propositiva con i miei studenti e tutti, in qualche modo, siete dei miei maestri.

  16. Eh no, Antonella… Non mi puoi scrivere che Blogger è migliore di wordpress :-) Mi spiego: in primo luogo, dovremmo parlare di Blogger e WordPress.com cioè le due piattaforme che ti permettono gratuitamente di gestire un blog senza bisogno di affittarti uno spazio in Rete. Confrontandole, l’utente/blogger può indubbiamente notare che la prima è più facile e intuitiva da gestire, nonché più personalizzabile dato che ti permette di pasticciarci sopra come ti pare, con tutto l’html e i java script che vuoi (il che rende ancora più traumatico il passaggio a wp.com, come ancora ricordo).
    Questo la rende molto appetibile se confrontata a wordpress.com in cui la possibilità di personalizzazione è molto limitata per garantire una maggiore stabilità della piattaforma e le modifiche al codice (in PHP) sono possibili pagando un ragionevolissimo contributo. Sia chiaro però, che chiunque – affittandosi un proprio spazio in Rete – può installarsi un blog wordpress, scegliendo tra i tanti template messi a disposizione gratuitamente. Per modificarlo dovrà poi conoscere un po’ di PHP e le cose si rivelano un po’ più complicate.
    La scelta tra una e l’altra piattaforma va fatta valutando diversi fattori (io ho sicuramente più blog su wordpress.com ma non me ne mancano anche su Blogger): chi lo deve usare, in quanti bisogna usarlo, a che scopo e quale visibilità ricerchi. La trasparenza/accessibilità del codice wp è sicuramente superiore, come lo sono le possibilità di mettere password a una sola pagina (o post), la distinzione tra tag e categorie (che in blogger non esiste), la ricchezza degli strumenti nella dashboard… Qualche anno fa ne parlavo in questo post.
    Ripeto: nell’ambito del gratuito, la scelta va fatta in base ai fattori che ti spingono ad aprire un blog: l’ultimo l’ho aperto su Blogger perché avevo bisogno di una maggiore libertà di movimento e perché mi piacerebbe che ci scrivessero anche persone che sono totalmente a digiuno nella nobile arte del blogging :-) Se però avessi dovuto scegliere per qualcosa a pagamento, non ci sarebbe stata storia: wordpress for ever! :-D

  17. capire significa anzitutto saper riconoscere chi fa cosa a chi, possibilmente quando dove e come, ma soprattutto perché
    ecco perché in questo (per)corso non ci sono libri di testo. Anzitutto la rete è una grande biblioteca virtuale dove reperire informazioni e materiale didattico (Romina docet :) ): perché è nel movimento, nel dare voce e corpo alle parole che si attrae la curiosità e si tiene desta l’attenzione. La lezione statica (per di più se è Leopardi :( ) annoia, anche se ben “interpretata”. E poi le classi aperte, o forse sarebbe meglio dire l’Agorà. Lo stesso Benedetto XVI ha definito internet l’agorà del III millennio, e se lo dice lui che è a capo di una struttura altamente conservatrice, potremmo anche crederlo. Perché sto seguendo questo corso? Per un voto sul libretto. No, risposta sbagliata! Perché qualcuno in questo corso sta facendo PER tutti una conduzione alla scoperta della multimedialità. Più canali, quali il migliore? Ieri era Facebook, ora l’attenzione è Twitter. Proviamo… Wiziq la settimana scorsa è stato poco “accogliente”, ieri sera ha funzionato, potremmo continuare, ma abbiamo altri strumenti. Chi è il Mr. “Qualcuno” che conduce? Andreas. No, risposta sbagliata! È Romina, Claude, Andreas, Monica, Laura, Samantha, Deborah, MAntonella, quelli del corso prima e dell’anno addietro … è chiunque crea un nodo coerente anche se incidentalmente. Arriveremo tutti alla fine del (per)corso? Certamente! Risposta esatta! (Almeno una…). Perché ognuno guarda quello che ha fatto l’altro, chiede, posta, si scoraggia ma arrivano i soccorsi (anche da oltralpe) e l’apprendimento collaborativo è costruttivo. Poi anche noi potremmo dire: “Prof, siamo forse nel corso base ma non siamo cretini: l’abbiamo capito da soli che queste servono anche a scrivere un testo che stia in piedi”. Yes, WE can.

  18. @ Claude
    Il fatto è che indubbiamente noi italiani abbiamo deciso di accogliere
    le parole inglesi evitando di aggiungere la marca del plurale, cioè la “s”;
    per cui i film e non i films, i computer e non i computers ecc.
    Ma il termine francese “avances” ,
    (sì lo so, c’è anche un omografo inglese),
    e usato da noi come nome “pluralia tantum” (soltanto plurale) nella
    frase idiomatica “fare delle avances” nel senso di profferte e lusinghe
    di solito amorose…
    Quindi la “s” è d’obbligo!
    “Quelli della notte” erano un must anche per me!

    Per quanto riguarda Blogger, io lo trovo fantastico e di gran lunga
    migliore di wordpress!
    Permette l’errata corrige in qualsiasi momento, concede l’anteprima
    e fa affiorare e pemette di osservare, (e copiare ;), il codice HTML
    sia dei testi che delle immagini.
    Che ne pensi???

  19. ma la nostra mente è folksonomica per natura e l’attenzione ne è la forza principe: essa collega e scollega, rilega… tiene e getta… forse qui sta il successo di google… a rispecchiato isomorficamente la capacita di correlare oggetti mentali e conoscenze…
    mah?
    tracciamo una linea su un foglio… poi chiediamoci se essa è linea o striscia… capiamo forse che le categorie sono artifizi dell’ontologia che imbrigliano più che ordinare…
    facciamoci coraggio
    Luigi

  20. Questo articolo oggi mi ha rapito…..nel senso che mi sono tornati in mente ricordi di lezioni che ho tenuto ….provo a dirne una: quando alla fine degli anni ’90 nella scuola si cominciava a parlare di curricolo multimediale, o prima alfabetizzazione di informatica, avevo inventato diverse unità didattiche per spiegare ai bambini l’informatica. La prima lezione si chiamava: “Conosciamo l’amico computer” e aveva l’obiettivo di far capire ai bambini quali erano le parti fondamentali e soprattutto il nome esatto dei vari componenti hardware. Un’altra unità interessante era quella di spiegare la rete interna del laboratorio e la rete internet. Quindi presentavo la mamma della rete cioè il server e i vari figli cioè i vari computer , quindi facevo capire loro come condividere un lavoro nella cartella con la manina blu e come gli altri potevano utilizzarlo. Poi per spiegare internet, avevo rivestito delle scatole di cartone, alcune con foto storiche, altre con ambienti geografici , altri con parole, altre con immagini, erano più o meno una decina; insieme ad una collega bravissima in attività di pittura ho creato sagome di cartone che rappresentavano le persone che mettevano gli argomenti nei contenitori, insomma li classificavano. Quindi attraverso questo modo spiegavo quei famosi contenitori di yahoo! Senza nessuna consapevolezza della semantica del web! Spiegando loro che gli ontologi eravamo noi creando le connessioni con le ricerche che effettuavamo. Spiegavo loro che bisognava sviluppare l’abilità di “collegare” vari argomenti per generare nella mente una figura d’insieme nella quale è celata una massa enorme di Informazione. Oggi il curricolo multimediale si basa sul presupposto che i ragazzi hanno già una conoscenza, seppur empirica, di come funziona internet. Attraverso l’uso di social networks, in particolare, i ragazzi sanno che il web non solo contiene informazioni, ma è anche uno strumento “fatto” da chi lo usa e che sono gli utenti a generare informazioni e infinite reti di contatti. In pochi anni, quindi, è cambiato anche il lessico che utilizzo per “spiegare” il web: non più come insieme di contenitori contenenti informazioni che gli utenti fruiscono, ma come insieme di punti, di persone sparse nel mondo che con il loro contributo attivo creano ogni giorno legami, riferimenti incrociati, generando un’infinita ragnatela di connessioni.

  21. @ M.Antonella – ma si scrive “avances” con la s in italiano? Mi ricorda il tormentone su film o films in “Quelli della notte” di Arbore, ma forse tu eri troppo piccola? “tentativi di adescamento”, forse?

    Sul non poter correggere i commenti su WordPress, questo è comune ai commenti di tutte le piattaforme blog. È vero che blogger almeno ti permette di vedere un’anteprima del commento e di rivederla prima di inviarlo, ma una volta inviato non si può correggere – salvo se hai uno statuto di gestione. In questo i wiki sono più democratici: nemmeno l’amministratore può correggere errori propri nei commenti. E tutti (o in certi casi tutti gli iscritti) invece possono modificare i contenuti delle pagine.

  22. Sono rimasta affascinata da tutte le informazioni che ci hai dato e di cui conoscevo solo quanto hai scritto sulla folksonomia.. ho aperto tutti i link che mi venivano in mente, spero di recuperare un po’ alla volta..

  23. In questo momento mi sembra di essere un personaggio del ” Catello dei destini incrociati ” di Calvino .
    Nel libro, il castello-locanda in mezzo al bosco è teatro di un convito occasionale, che riunisce dame e cavalieri, guerrieri e viandanti, nella pausa di un faticoso viaggio. Per una ragione misteriosa, i convitati non riescono ad articolare parole, perciò tentano di esprimersi a gesti. A cena conclusa, il castellano-oste porta sulla tavola sparecchiata un mazzo di grandi tarocchi miniati, che i commensali scompigliano e dispongono in successione tale da suggerire le rispettive storie; i passaggi temporali vengono indicati da più file di carte e, giacché è possibile leggerle in tutte e quattro le direzioni, le sequenze si intersecano fino a formare un “quadrato magico”. I fatti narrati occupano dimensioni simboliche, come il bosco-luogo di perdizione o il castello-sito di convegno e di scambio di conoscenze.

  24. Sai, Andreas, qual è il difetto di WordPress???
    Che, se sbagli, non ti permette di correggere…
    (oppure sì??? c’è qualche modo di eliminare refusi ed errori???)

    Allora, errata corrige al mio post: le “avances”

    (come rendere questo termine in italiano???
    tentativi di approccio ? profferte?? mah!)

    Google traduce “avanzamenti” ! ;)

  25. Le ontologie costituiscono la risposta a un primo tentativo di costruire un web semantico attraverso un linguaggio standard, ma non hanno avuto gran fortuna, per l’appunto, forse proprio perché è un sistema che si sviluppa “dall’alto”. Le folksonomies, al contrario, muovono dal basso: la definizione degli enti nasce dal modo in cui la maggior parte della gente li considera attraverso i tag a essi associati. E’ un approccio meno strutturato, più costruttivista e, dunque, senz’altro più spendibile. Ontologia e ontogenesi non sembrano trovare un punto d’incontro, in sostanza, giacché, ragionando in termini di relazioni tra soggetti e oggetti, viene meno la relazione di causa ed effetto al mutare degli elementi della relazione. Fino a qui, ci siamo. Il problema sorge quando trasferiamo il tutto in ambito didattico: i ragazzi si costruiscono da soli i propri percorsi. Fino a che punto saranno validi e fino a che punto lo sono le folksonomies in genere? Esempio: ricerca su Flickr d’immagini a tema, tipo “casa”. Compare un fiammeggiante tramonto. Per me, non c’entra nulla, mentre per l’autore della foto è associato alla nostalgia che si prova quando si è lontani da casa. Già, però a me non serve. E allora, come non perdersi?

  26. Ho letto con interesse, Andreas, il tuo lungo e articolato intervento che potrebbe anche essere intitolato:
    “Tutto quello che avreste voluto sapere su Google & company e non avete mai osato chiedere”…

    E’ stato per me illuminante, e mi ha spiegato con moltissime ;), semplici parole, il reale, scientifico motivo
    per cui anch’io, insieme al 74% ,degli internettiani fruitori del web, abbia preferito da sempre Google come
    motore di ricerca, respingendo le “avance” che quasi quotidianamente Yahoo mi faceva, (e mi fa tuttora ;)),
    affinché lo scegliessi come motore di ricerca preferito e lo scegliessi per la pagina iniziale.

    Naturalmente questo tuo testo, così piacevole da leggere nel suo andamento sinuoso e affabulatorio,
    non è finalizzato alla pura e semplice informazione dei tuoi studenti, ma è un testo argomentativo tout court,
    con una ben precisa e preordinata tesi da dimostrare, e da cui si può facilmente evincere che tu vai dove
    ti porta il cuore e noi stiamo andando…
    dove ci porta Andreas!

    D’accordo.
    Impareremo a navigare in questo mare di informazioni e input che ci riversi quotidianamente addosso;
    altrimenti… il naufragar ci sarà dolce in questo mare…
    …di marmellata!
    ___________________________
    PS: Io preferisco quella di arance! ;)

  27. le folksonomi permettono una conoscenza connettiva e posono essere utili per costruire un e-porfolio, nel quale lo studente raccoglie una selezione di oggetti, taggando ognuno di essi con un termine da lui deciso, certo in questo caso la catalogazione è libera, un pò come con i vasetti di marmellata di Andreas. Però il fatto di taggare permette di attivare delle relazioni reticolari con i prodotti che preparano i vari studenti e con altri prodotti che entrano i relazione con i tag. questo è un esempio di blog taggato: http://blogmarks.net/.

  28. Grazie grandipepe! quando qualche tempo fa, avevo tolto un errore al frammento di software che genera il file OPML, avevo per così dire congelato la procedura, poi ho provato se la correzione funzionava ma dopo mi sono dimenticato di scongelarla. Fossi stato un vostro allievo, chiunque mi avrebbe messo un meno sul registro per una simile baggianata!

    A me interessa che voi “saltelliate” curiosando, non tengo una contabilità della generosità data e avuta, né saprei come fare :-)

  29. Andreas, ho aperto il file OPML e non trovo il feed del mio blog
    forse il mio nickname ha tratto in inganno ed hai pensato fossi un cyberturista? no, ho pagato il biglietto :) della Iuline. Sono Elena Crestani. Almeno “chi” sono, in questo navigare in bit, ne sono certa. Ho commesso altri errori?
    grazie

    p.s. ho saltellato qua e là con molta curiosità e da tutti ho tratto spunto. Mi domando se ho restituito con la stessa generosità…

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