Utenti e utonti


Ho ritrovato la lettera di Michelangelo che ho citato più giù.


È da un caro amico, ardito come voi nell’affrontare un corso di laurea in età matura, che imparai questa nomenclatura. Aveva intitolato un capitolo della sua tesi di informatica proprio così: “Utenti e utonti”.


Il vecchio Pietro scoteva la testa, guardando l’automobilina rutilante correre giù per la scesa sbatacchiando sulle buche, che in quella strada l’asfalto era ormai un ricordo lontano. Novant’anni distillati in una cinquantina di chili, nodose e rugose come rami di querciolo le dita enormi, quasi mostruose, a rassettarsi i radi capelli, mentre guardava passare l’allegra fanciulla nella sua splendente vetturina.

Pietro riprese il racconto della disavventura che aveva avuto con la tosaerba di Luigino, al quale andava a tagliare l’erba ormai da più di dieci anni. Pietro era più avvezzo al falcetto ma Luigino c’aveva la fissa di fare il pratino come gli inglesi e allora per fargli un piacere, gliela faceva con quella sua macchinetta. Ma un bel giorno la macchinetta pareva impazzita. Il motore si accendeva e la lama tagliava ma non andava più diritta: appena attaccata la trazione la macchinetta sapeva solo girare su se stessa, tagliando un bel cerchio d’erba, che però Luigino non apprezzava punto.

Pietro si fece portare da qualche amico, perché lui sapeva andare solo a piedi, a raccomodare la macchinetta prima da un meccanico, poi da un altro e poi da un altro ancora, ma non c’era niente da fare, ognuno voleva appioppargli un nuovo modello, chi della Tonda, chi della Splendida e chi della Tagliatutto – Dieci anni di vita e queste macchine son da buttar via … – gli dicevano. Ma lui era cresciuto in un altro mondo. Un mondo dove era vitale capire il senso e la possibilità di ogni attrezzo, di ogni manufatto, di ogni oggetto – Un milione – gli avevano detto – e te la cavi per altri dieci anni …

Un milione! A Pietro! Vero, lo avrebbe forse anche cacciato quel matto di Luigino con quella sua fissa per il pratino all’inglese, ma un milione, ragazzi, è roba! E Pietro non si dette per vinto. Un pomeriggio, prese di petto la macchinetta. Pietro non sapeva nulla di meccanica. Sapeva di piante, di vento, di terra, di semi. Poteva dare la paste con la marra, lui novantenne, a tanti ventenni. Poteva “sentire” che c’era l’acqua, là in quel sodo in mezzo al bosco, dove nessuno avrebbe scommesso un soldo. E lui, vent’anni prima, settantenne, ci ricavò un orto che ora pare un podere, in quel posto ignorato da tutti, dove s’arriva solo a piedi, non prima di mezz’ora. Tutto a mano se l’è fatto quel podere, Pietro. Questo sapeva fare, ma di meccanica, nulla.

Nulla di specifico, come dicono oggi, ma sapeva fare ben di più. Sapeva affrontare il mondo, anche quando gli presentava una faccia sconosciuta. Gli era successo tante volte, di dover affrontare la faccia sconosciuta del mondo, a Pietro. E ci mise parecchio tempo a far parlare quella macchinetta, tutto il pomeriggio, fino a bruzzico. Quando piegando la tradimentosa plastica, quando forzando piano il bulone arrugginito, osservando, provando, alla fine ecco cadere un cilindretto strano giù dalla ruota. Quasi un cilindretto, più una virgoletta panciuta, guardandolo di sopra. Gli occhi di Pietro ridevano, eccolo lì il male: la codina della virgoletta era fatta per incastrarsi solo in una direzione in un dentino della sede che l’ospitava, era così che la macchinetta prendeva trazione, ma la codina s’era stondata col tempo, chiaro che non chiappava più. Fu affare di dieci minuti smontare l’altra ruota e vedere che l’altra codina s’era consumata molto meno. Sicché una ruota prendeva, l’altra no e la macchinetta poteva fare solo il girotondo.

Pietro, che s’era fatto riportare da un di quei meccanici, stravaccato alla contandina sul banco, lasciò scivolare dalla nodosa mano i due cilindretti sul banco, come a tentar la sorte con quei dadi strani – C’avresti mica due così? – il giovinetto dalla pelle diafana si girò, frugò in un cassettino, e pose sul banco due cilindretti nuovi e lucenti, con la codina bella affilata – Quanto tirano? – Mille cinquecento lire l’uno – Da’retta nini – tuonò Pietro sventolando minacciosa quella manona ocra – un milione tu volevi l’altro giorno? Eh? – E come si farebbe sennò noi a campare? – rispose strafottente il giovane.

Pietro è ancora solido come un legno stagionato, a novantaquattro anni, ma a quell’età le membra treman facilmente, specie se ti piglia l’agitazione. Come aveva preso a lui raccontandomi l’epilogo di quella disavventura.

E poi, un po’ di agitazione gli era venuta anche prima, a veder quella ragazzina sbatacchiar giù per la strada un’automobilina così, chissà quanto sarà costata quell’automobilina alla moderna …

Leggevo nei suoi occhi lucidi questi pensieri, e anch’io rimuginavo, perchè conoscevo bene Benedetta, che era vicina di casa mia. Benedetta e Fortunato, una coppietta giovane. Carini, disinvolti, trendy, con un lavoro in quei pochi settori che oggi funzionano dalle nostre parti, in qualche maniera, moda, ristorazione, televisione …

Gliel’aveva regalata Fortunato quell’automobilina alla moda, fibre, cambio automatico, motore blasonato, coloroni … A Pietro pareva una di quelle che fanno ai cozzi nei luna park, ma sapeva che quella era di lusso e costava un sacco di soldi.

Purtroppo fece una brutta fine la bella automobilina di Benedetta. Un bel giorno si fermò di schianto. Il meccanico sentenziò – Motore bruciato, quella macchina non ha mai rivisto l’olio nuovo …

Non m’è più ricapitato di parlare con Pietro di quel fatto ma forse è meglio così.

I fatti son tutti veri anche se li ho accozzati in modo diverso
i nomi sono inventati


Credo che sia superfuo dedicare un “compito” all’indentificazione degli utenti e degli utonti in questa storiella …

Noi abbiamo molte fortune rispetto a Pietro e alla di lui moglie Corinna. Noi comunichiamo a distanza, ci spostiamo su mezzi mirabili e facciamo magie d’ogni sorta solo premendo un bottone qua, uno là. Loro, quando gli s’ammalava la figlioletta, s’annodavano un lenzuolo al collo, e con la figlola appesa, scendevano a valle giù per i boschi, dieci chilometri in giù e dieci in su per farla visitare dal dottore. E tutto così. Non sto parlando dell’ottocento. Quella figlioletta oggi fa il manager.

Noi abbiamo molte fortune rispetto a loro ma corriamo un grande rischio, di quello di divenire ad ogni piè sospinto sempre più utonti. Io per primo, sia ben chiaro.

Ma a che ci serve a noi imparare l’HTML … ? – a questo pensavo prima, quando m’è partita la penna. E stamani m’ero messo a sfrucugnare in quel vecchio computerino con dentro Windows XP, perché essendo poco o nulla pratico di quel sistema, ogni minima sciocchezza la devo prima provare. E volevo vedere un attimo come funziona la posta elettronica in Outlook, che va per la maggiore nei sistemi di quel tipo. M’era venuto in mente questo perché cercavo un esempio che fosse di largo dominio. Ora, la posta elettronica la usano tutti e mi ero rammentato dei problemi inerenti alla ricezione di messaggi email codificati in HTML.

Forse qualcuno di voi avrà sentito dire che le email codificate in HTML comportano dei rischi, perché vi si possono annidare frammenti di malware, vale a dire frammenti di software scritto per carpire indebitamente informazioni dal vostro computer se non per danneggiare direttamente qualcosa.

Oggi la protezione dal malware è diventata una faccenda complicatissima, con innumerevoli sfaccettature. Si potrebbe fare un corso solo su questo – non io che ne so poco. Fra i tanti possibili rimedi, uno dei più radicali e sicuri, per quanto riguarda ciò che si può annidare nel testo dei messaggi, è quello di ricevere i messaggi in testo puro (plain text) o, più precisamente, di settare il proprio client di posta in maniera che i messaggi non vengano interpretati come testo codificato HTML ma spiattellati così come sono, solo testo. Sono molto meno bellini da leggere ma siamo sicuri che così sono innocui.

I piccolissimi esercizi che abbiamo fatto sull’HTML e sulle gemme che vi possono crescere, servivano proprio ad avere un’idea concreta di questo meccanismo, con il quale quello che era testo, diviene testo arricchito ed infine testo mobile, telecomandato, magari. Si tratta quindi di avere una pur pallida idea di ciò che che sta sotto, di avere una minima consapevolezza dei meccanismi sottostanti, che nella loro essenza non sono poi così complicati. Questo sforzo momentaneo di vedere che “c’è dentro” alla cosa nuova, che abbiamo visto in Pietro, ma che a dire il vero è spontaneo in tutti i nostri meravigliosi bambini, è quello che forse possiamo fare noi in casi del genere, con un beneficio aggiuntivo. Pietro non sapeva nulla di meccanica, ma si può esser certi che il giorno dopo aver smontato quelle ruote, avrebbe guardato la macchinetta in tutta un’altra maniera, avrà cioè familiarizzato un po’ con il mondo delle cose meccaniche. Questo si chiama crescere.

E non si tratta assolutamente di imparare l’HTML, che è un’impegno di tutto un altro tipo. Già ora, qui dentro ci sono persone che quando scrivono un commento ad un blog, sanno come arricchire un frammento di testo, sanno come scrivere un link – fatto che non esito a definire fondamentale, oggi – magari sanno anche come inglobare (embed) un video. E badate che questo può succedere anche scrivendo un commento al sito di qualche grande testata giornalistica, che come abbiamo visto nel post Compito IUL 3: usare feed -> non solo blog …, sono ormai degli ibridi. Se andate a vedere il testo dell’articolo di Monbiot di cui ho detto in quel post, potete vedere che è stato seguito da 365 commenti, prima che la discussione venisse chiusa. E quelli di voi che hanno già conquistato, o magari già avevano, questo livello di competenza, non è che sappiano l’HTML, nel senso che possiamo attribuire ad un programmatore di siti web, ma hanno una percezione aumentata del testo, quale esso oggi è.

Se volete, quella percezione aumentata che avevano i nostri nonni con le loro belle calligrafie, per esempio le compagne di scuola di mia nonna o, andando ancora più a ritroso nel tempo, la percezione che aveva Michelangelo Buonarroti, quando in una lettera scritta al nipote Leonardo, ringraziandolo per certi formaggi marzolini che gli aveva spedito a Roma, lo rimprovera per la cattiva calligrafia, con la quale a suo dire non avrebbe combinato niente di buono.

Trovandoci fra insegnanti, può convenire fare un’altra considerazione. Spesso si parla dei nostri allievi focalizzandoci sui pericoli che corrono in rete o sull’affidabilità delle fonti nelle quali confidano. Problemi che hanno una loro rilevanza e sui quali forse capiterà di discutere un minimo. Ma io rilevo che c’è una bassissima percezione, da parte dei miei coetanei, e molto spesso da parte degli insegnanti, che fra i giovani, anche molto giovani, si possono trovare delle competenze incredibili.

Ricordo di un ragazzo che a 14 anni aveva fatto un sito di aspetto assolutamente professionale a certi amici che avevano un agriturismo. Di un altro che a 11 anni con Logo, il celebre software immaginato da Seymour Papert per avvicinare i piccoli alla matematica mediante la programmazione, aveva generato delle immagini dinamiche di uccelli volanti che avevano lasciato sbalordito il professore, di un altro ancora che a 15 anni (con il linguaggio Java) aveva creato un complesso software di interpretazione di formule matematiche che consentiva di farne grafici interattivi. Ricordo, con immensa amarezza, che quel ragazzo che era andato entusiasta a mostrare la propria opera ai suoi professori, tornò profondamente depresso, perché non avevano minimamente capito cosa ci stesse sotto, e credevano che avesse semplicemente costruito delle immagini. A questo medesimo giovane, mi divertii ad assegnare il compito di realizzare un modulo software, che mi sarebbe servito in un progetto che stavo realizzando. Lo completò in un pomeriggio. Era un lavoro che uno dei miei giovani collaboratori, laureato e in corsa per qualche dottorato di ricerca, avrebbe realizzato in un tempo che io avrei stimato in una settimana.

Non possiamo, un insegnante non deve, correre il rischio di mortificare giovani del genere. Non è questione di imparare questo o quello, di sapere l’HTML o il Javascript o altro. Oggi solo un pazzo può pretendere di volere sapere tutte queste cose. È l’attitudine che fa la differenza, la disponibilità ad accoccolarsi un attimo davanti a un problema nuovo, e in sommo grado, la disponibilità di accoccolarsi davanti ad un problema davanti al quale un giovane si è già accoccolato, ed essere disposti a scoprire insieme a lui qualcosa di nuovo.

In questo senso, precisamente in questo senso, l’esplorazione di Internet fornisce un’opportunità straordinaria.



Riguardo alla lettera di Michelangelo al nipote, dove dico che a suo dire non avrebbe combinato nulla di buono, era un’estrapolazione della mia memoria … ecco l’incipit della lettera scritta da Michelangelo al nipote Lionardo nell’agosto del 1584 (P. 258, Lettere, Michelangelo Buonarroti, Varese, 1963, Editore Enrico dall’Oglio):

Lionardo – L’ultima tua lettera per non la potere né sapere leggere, io la gittai in sul fuoco: però io non te ne posso risponder niente. Io t’ò scritto più volte, che ogni volta che io ò una tua lettera, che e’ mi vien la febbre, innanzi che io impari a leggerla. Però io ti dico, che da qui innanzi tu non mi scriva più, e se tu ài da farmi intender niente, togli uno che sappi scrivere, che io ò il capo ad altro che stare a spasimare intorno alle tue lettere.

Evidentemente, Lionardo si deve essere poi sforzato di migliorare, visto che successivamente Michelangelo cita tante sue altre lettere, e solo in un’altra di queste, ricompare una lamentela simile …

13 thoughts on “Utenti e utonti

  1. Samantha / C'era l'H says:

    @Deborah: Mi sento anch’io molto “u-tonta”, ma non mi deprimo, anzi mi viene da ridere!
    Un giorno mio figlio, liceale, che mi dice mentre sono davanti al computer : “Da quando fai l’università sei diventata una “nerdona”! ” e io – giustamente- mi sono molto preoccupata la prima volta che l’ho sentito perchè il suono, decisamente cacofonico, mi richiamava alla mente termini non proprio gentili da riferire a una madre… Secondo lui ci stavo mettendo troppo tempo e troppo impegno per scaricare un programma che si poteva gestire con due click,
    Quando ho scoperto cosa voleva dire, mi sono sciolta in una risata liberatoria…
    Lui, nella parte del “maestrino”, si sentiva molto grande , e responsabile,pieno di risorse e di soluzioni fantascientifiche per me.
    Direi che questo scambio di ruoli può essere terapeutico e ad oggi sono sufficientemente orgogliosa di essere una “u-tonta” convinta e cosciente , ma con un figlio che si autodefinisce il mio “Lorispedia” per l’ informatica.

  2. Deborah says:

    Gaetano, leggendo il tuo post mi è venuta in mente un’intervista che ho letto qualche giorno fa sul quotidiano la Repubblica di Adriano Celentano. Chi lo ha intervistato è Michele Serra (autore a me molto caro). Celentano diceva che sua madre, quando lui era piccolo, era disperata perchè smontava tutti i giochi. Il suo vero gioco, infatti, era capire cosa ci fosse dentro, quali fossero “gli ingranaggi”.
    Beh, che dire, hai qualcosa di particolare in comune con Celentano 🙂

  3. Gaetano Strazzanti says:

    Il mio primo orologio mi fu regalato il giorno della mia prima comunione. Era un bell’orologio “a corda”. La sera mi addormentavo accompagnato dal suo ticchettio. Durò una … settimana.
    Volevo vedere cosa ci fosse dentro, cosa lo facesse girare.
    Da allora la mia carriera di “orologiaio” è andata in crescendo. Che cosa sono i rubini? Dove sono?
    Che cos’è questa specie di molla a spirale? Ah, il bilanciere! E con questa levetta posso regolarne il movimento, bello! Ora provo. “Il mio orologio spacca il secondo!”
    Non ho mai aggiustato un orologio, li ho solamente smontati e non me ne faccio un cruccio.
    Adesso non porto più l’orologio, non sento la necessità di “misurare” il tempo, però nel cassetto ne ho uno meccanico che funziona!

  4. Deborah says:

    Prof, io non ho dubbi, penso d’essere un u-tonta. Ma cerco, nel mio piccolo, di non avvilirmi più di tanto. Avrò anch’io qualche qualità da far emergere in questo cyber spazio! Proprio qualche minuto fa ho chiesto a Romina alcuni consigli in merito… Accidenti! Mi ha girato dei link che mi darebbero lavoro da fare per mesi. Da qualche parte inizierò… L’importante, per me, è non scrivere tanto per scrivere. Io non riesco a fare cose che non sento, che non vengono da “dentro”. Però mi piace cimentarmi in qualcosa di nuovo che considero “mio”. Adesso spero solo di trovare la strada giusta che mi porti là dove vorrei arrivare. Lei si chiederà “ma là dove?”. Ma questo per ora preferisco non dirlo. Vorrei fosse una sorpresa! 🙂

    Ci vediamo stasera. E mi perdoni se, al momento, non sono molto “viva” in questa blogclasse. In questi giorni di festa cercherò di mettere ordine alle idee e di partorire qualcosa di nuovo.

    P.s. Giocare con le parole è bellissimo e u-tenti u-tonti mi ha fatto ridere un sacco. E, come sempre, sottolineo “sacco” 🙂

  5. profmau says:

    Caro Andreas, sono solo due giorni che mi sono addentrato nel tuo spazio di lezioni-riflessioni (o riflessioni-lezioni..) altrettanto utili che i consigli operativi….anche questo tuo ultimo post assai ricco di imput mi trova in piena sintonia con la tua filosofia. Grazie per i mille spunti, che proverò a tradurre in azioni a scuola, “confortato” che la strada intrapresa è quella giusta…

  6. Antonio Maiolino says:

    Fantastico, un distillato di ciò che vado da tempo rimuginando, grazie per “la pappa pronta” nei prossimi due giorni comincerò le lezioni avendo cura di leggerlo (e appenderlo in bacheca) nelle mie classi.

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