Compito IUL 3: usare feed -> non solo blog …


I feed sono indubbiamente utili per dare coesione ad una comunità di blog, come è questa nascitura blogoclasse, ma sono in generale anche un potente mezzo per seguire le proprie fonti di informazione, qualsiasi esse siano.

Il compito consiste nello scrivere un post con le proprie opinioni riguardo a questo tema, dopo avere letto il seguito del post ed avere seguito i vari link proposti. La valutazione del compito può essere consistentemente aumentata commentando i post omologhi degli altri studenti della blogoclasse.

Per oggi basta con i compiti. Altri appariranno a distanza di circa una settimana.

Le immagini che mostro in questo post si riferiscono a edizioni dei giornali dell’anno scorso, le grafiche dei quali possono essere cambiate. Questo non inficia il senso del discorso e i riferimenti ai feed nelle varie fonti li potete trovare voi stessi.

La selezione e l’ordine di apparizione di alcune testate giornalistiche nel post non hanno niente a che vedere con le mie opinioni, le ho scelte quali esempi rappresentativi.

La gente compra il giornale per informarsi – guarda anche la televisione, lo so, ma questo ci porterebbe fuori strada ora – un’abitudine che ha accompagnato la vita delle persone della mia generazione e di un paio di generazioni precedenti, più o meno.

Da una decina d’anni a questa parte è comparsa Internet, una cosa talmente esplosiva e polimorfica da creare opportunità straordinarie e disorientamento in pari misura. Si fa anche fatica a definirla succintamente, certo ha molto a che vedere anche con la produzione e la distribuzione dell’informazione.

Supponiamo che io sia un tranquillo cinquantenne che si compra tutte le mattine il suo giornale. Qualcuno mi dice che quel medesimo giornale si trova su Internet e prima o poi mi capita di vederlo. Potrebbe per esempio essere questo

libero

Scopro che ci sono molte notizie ma non tutto quello che si trova nella versione cartacea a meno che uno non faccia un abbonamento, seguendo per esempio uno dei link che ho evidenziato. La novità interessante è che si può fare sia l’abbonamento alla versione cartacea che ad una versione elettronica, sfogliabile sullo schermo o scaricabile in formato pdf. Provate a seguire i link per vedere di che si tratta, potete anche farvi un’idea delle differenze di costo.

More about Illusioni perduteLa cosa mi interessa ma, si sa, è un po’ un problema in tutto il mondo, i giornali hanno un padrone e non è sempre facile leggere dentro alle notizie, se n’era già accorto Balzac all’inizio dell’800, forse ora dalle nostre parti è ancora peggio …

E allora che faccio? Vado a vedere anche un giornale per così dire di segno opposto, per esempio questo:

repubblica

Ecco, qui posso vedere le stesse notizie “dall’altro lato” e se voglio posso fare l’abbonamento alla versione elettronica anche qui.

Certo, queste versioni web dei giornali sono stipate di titoli, immagini, notizie, annunci, pubblicità, link e di tutto e di più, condensato con una densità pazzesca. Faccio fatica a trovare quello che mi interessa, magari desidero essere informato solo su alcuni temi ma ogni giornale li comprime nello spazio disponibile a modo suo. Diventa faticoso e irritante …

Qualcuno, magari un figlio, impietosito vedendomi annaspare in questo mare di informazioni, mi informa che esistono i feed RSS e mi mostra come funzionano.

Mi spiega anche che i siti più ricchi, come quelli dei quotidiani, offrono feed distinti per categorie di notizie distinte. Come per esempio si può vedere in fondo alla pagina principale di Libero:

feeds liberoEcco, qui posso fare la stessa operazione che avete giusto imparato a fare voi sulle categorie che mi interessano in modo da tenere traccia solo di quelle. Talvolta le categorie sono ulteriormente suddivise, si tratta di andarle a cercare e non è sempre immediato. Per esempio in Repubblica, bisogna entrare nelle singole sezioni. Supponiamo che ci interessi il feed delle notizie di scienze: repubblica scienzefeed repubbl scienzeEbbene, se seguiamo questo link, nell’angolino in fondo a destra (!) troviamo il feed che ci serve.

La cosa si è fatta interessante e mi vien voglia di aggiungere altri giornali, rendendomi conto che tutte le testate del mondo, anche le più famose si stanno sforzando di recuperare online ciò che stanno perdendo inesorabilmente con le tradizionali versioni cartacee.

Trovo che Don Tapscott, il famoso autore (insieme a Anthony D. Williams) del best seller Wikinomics, in un recente e molto discusso articolo, Colleges Should Learn From Universities’ decline, dà per scontato che l’era dei giornali stia volgendo al termine. Cita vari casi di importanti giornali statunitensi che sono già scomparsi e racconta come per esempio il New York Times abbia svariati milioni di lettori ma solo una minoranza di questi acquista la copia cartacea ed i suoi profitti vengono principalmente dalla pubblicità sulla versione stampata.

newsp dead watchScopro addirittura che esiste un blog che funge da osservatorio della morìa di giornali e la cosa interessante è che il suo autore, Paul Gillin, non è un giovane entusiasta delle nuove tecnologie bensì un anziano signore che ha fatto il giornalista per 25 anni, i primi 17 dei quali su giornali convenzionali, che dichiara di amare proprio nella tradizionale forma cartacea.

Paul Gillin sostiene che alla fine il 95% dei giornali americani convenzionali spariranno e che sulle ceneri di questo disastro economico risorgerà un nuovo tipo di giornalismo nel quale l’aggregazione da fonti di notizie plurime e i contenuti generati dai lettori medesimi giocherannno un ruolo primario.

In effetti, se da un lato le testate giornalistiche tradizionali annaspano, allo stesso tempo stanno emergendo numerose forme alternative, direi quasi ibride. Per un certo tempo le notizie che trovo su questo fenomeno sono tutte di origine straniera ma poi scopro che anche da noi sono comparse delle realtà interessanti.

Ne trovo alfine una che non è dall’altra parte del mondo, anzi, è proprio locale, si potrebbe dire dietro l’angolo, e si chiama l’Altracittà: un laboratorio di giornalismo dal basso, libero e indipendente.

È un vero e proprio giornale perché viene anche stampato ma la cosa interessante è che chiunque può contribuire con un articolo.

altracitta

E questa è una cosa che mi piace tantissimo perché c’è tanta, troppa distanza fra tutto ciò che è istituzione e la vita delle persone con i loro reali e cogenti problemi.

Anche dal punto di vista tecnico la versione online di l’Altracittà è interessante perché sfrutta efficacemente le potenzialità del web. Per esempio è anche un blog, infatti gli articoli si possono commentare.

Questo per mettere in guardia coloro che, scolasticamente, riducono il mondo a categorie preconfezionate che presto si rivelano luoghi comuni e deboli se non fallaci descrizioni della realtà. Nei più la parola blog attiene all’idea di diario intimistico o a scritti di autori sconosciuti e quindi poco affidabili, visione estremamente limitata, meglio sarebbe ignorare del tutto il fenomeno.

Il blog oggi è una forma di comunicazione declinata in innumerevoli varianti molte delle quali sono prettamente professionali. Un esempio è la succitata testata Altracittà, un altro esempio di grande successo è il Fatto Quotidiano, un giornale sia cartaceo che online che nei blog di tanti autori professionisti dell’informazione e non solo trova l’ingrediente principale. Un sempre maggior numero di grandi giornalisti vicaria la propria produzione giornalistica con un blog. Per esempio, in un post intitolato I signori della scarsità, ho tradotto un articolo che George Monbiot, giornalista del Guardian, aveva pubblicato sulla sua testata ma anche nel proprio blog. Uno dei valori aggiunti della versione sul blog sta nel fatto che questa è arricchita da un’accurata descrizione delle fonti. Un fatto molto importante questo.

Vedete? Laddove il blog viene comunemente associato all’idea di inaffidabilità delle fonti si rivela invece uno strumento che contribuisce proprio alla credibilità dei testi.

Invito a leggere il testo di Monbiot, nel post che vi ho indicato, perché concerne un aspetto cruciale della letteratura accreditata di tipo scientifico.

Orbene, qui vi ho accompagnato in un giro che è influenzato dalle mie preferenze e dalla mia sensibilità. Naturalmente, ciò che piace a me non è detto che piaccia ad altri. Il giro è servito a descrivere concretamente come una persona oggi possa confezionarsi una propria composizione delle fonti di informazione se non addirittura concorrere alla produzione della medesima.

45 thoughts on “Compito IUL 3: usare feed -> non solo blog …

  1. Ornella ha detto:

    E’ incredibile la quantità di mondi che mi si sono aperti con questo corso! Ringrazio proprio tutti, Andreas in testa, per i contributi che hanno voluto condividere con il gruppo. Mi sono più chiare le potenzialità che abbiamo a portata di mano per avvicinarci alla conoscenza di ciò che accade intorno a noi e la possibilità di condividerla con gli altri; ho imparato ad usare degli strumenti di cui conoscevo appena l’esistenza e ad utilizzarne altri che mi erano stati indicati ma non ne comprendevo i possibili utilizzi o le modalità per farne uso.
    La scoperta dei feed è stata per me la possibilità di avere notizie aggiornate sugli argomenti per me di interesse, senza perdere tempo a visitarne puntualmente i siti alla ricerca di ciò che cercavo in un mare magnum di notizie: magnifico! Quando ho detto a mio figlio di questa mia grandiosa scoperta, si è fatto una grandiosa risata “Ma mamma, possibile che non ne eri a conoscenza? Sei proprio di un’altra epoca”
    Con i Wiki avevo già lavorato per l’Ufficio scolastico regionale sulla valutazione, ma la mia consapevolezza sui possibili usi era molto limitata e la utilizzavo quasi solo come una posta elettronica…
    Con il database devo farmi ancora le ossa, ma ne ho compreso le potenzialità e ne farò tesoro per dei lavori che ho in mente di condividere con colleghi e studenti.
    …e Alice…sì la scuola può proprio rovinare la gioia di essere bambini…..ricordiamocelo e cerchiamo di metterci dal punto di vista dei nostri ragazzi e di offrire loro stimoli e tracce nei quali possano ritrovarsi e sentirsi compresi.

  2. Andreas ha detto:

    Cara Roberta, è un argomento che mi fa stare male quello di Alice, ed è per questo che non ne ho più scritto, esplicitamente. Perché rischio di andare un po’ sopra alle righe. Per un attimo ci vado … Ti riferisci a

    https://iamarf.org/2011/08/29/una-peregrinazione-didattica-imprevista/
    https://iamarf.org/2011/09/01/dallaltra-parte/
    https://iamarf.org/2011/09/07/basta-esserci/
    e forse qualcos’altro …

    Niente paura, Alice sta bene e procede bene a scuola, ma è proprio la sua vita scolastica che mi è insopportabile. Fortunatamente, è una bambina dal carattere molto positivo e pragmatico, si organizza benissimo nell’affrontare le difficoltà. Quindi, agli occhi di tutti è un esempio di ottimo inserimento, e lo è in effetti. Ma io trovo devastante il ruolo che la scuola sta svolgendo nei suoi confronti, scuola alla quale lei reagisce bene, alla quale si adatta benissimo: si adatta a fare le cose per finta, si adatta a fare in qualche maniera compiti che non ha alcuna possibilità di capire, perché sa troppo poco italiano. Compiti che le riempiono il diario in maniera grottesca – da pag a pag, e questo e quello – e che lei esegue, grazie all’abitudine invalsa che hanno i genitori di mandare a scuola i ragazzi con i compiti “aiutati”, che faccian così bella figura. Mah, ho avuto poi l’occasione di conoscere diversi neo-maturati dopo questo trattamento, a me paiono inetti, inetti rispetto a quello che potrebbero essere …

    E così Alice, che per qualche mese dovrebbe solo arricchire il lessico, entrando progressivamente nello specifico qua e là, come tutti gli altri, per esempio, fa italiano, fa inglese e fa francese, imparando a gestire furbescamente un’insensata insalata russa di vocaboli per lei privi di significato. E tutto il resto. Perché il sistema è così, punto.

    Ecco quello che mi irrita della scuola: l’assenza totale di ascolto. Sì lo so, ci sono bellissime eccezioni perché ci sono degli insegnanti meravigliosi i quali son probabilmente tali perché sono persone meravigliose. Ne conosco diverse. Ma poi, quando si va a toccare il sistema a caso, si trova una macchina che trita sorda, ad ogni cosa, alle istanze dei singoli come a quelle del mondo.

    Dicevo, il lessico. Mi ha sempre ossessionato questa storia del lessico, che si trova per esempio nella maggior parte dei libri di testo, ai miei occhi totalmente sconnesso dall’età degli studenti. Vengon fuori questi bambini che parlano come i grandi e che a me sembrano deficienti, innaturali. E mi viene in mente, a proposito del libro di Pirsig scaraventato in un’angolo da Claude, in un’altra discussione da queste parti, un episodio antico …

    BANG! E il Brancato strusciò giù lungo il muro, rimanendo per terra malamente scompaginato, e lì vi rimase per qualche giorno, perché quel ragazzaccio che l’aveva battuto nel muro per la frustrazione di leggere frasi per lui incomprensibili, dimenticò “storia” per diversi giorni. Quel ragazzaccio, estremamente curioso, lettore vorace, non tollerava le imposizioni insensate e prese a sfidare, spesso malamente e inappropriatamente il mondo dei grandi, infischiandosene dei compiti quando gli sembravano incomprensibili, facendosi “sospendere” da scuola svariate volte per azioni decisamente deprecabili, rispondendo male ai genitori che tentavano vie impositive, usuali in quegli anni nei quali volavano anche i “nocchini correttivi”. Imparare a memoria senza capire era una cosa che non tollerava. Era disposto a farsi picchiare, piuttosto. A quel ragazzaccio, io sono ora grato, anche se ormai probabilmente non abbiamo nemmeno una molecola dei nostri corpi in comune, ma siamo tuttavia due punti diversi dello stesso racconto. E a me ora questo racconto piace, e a lui, anche se mi sta guardando con occhi scuri, perché si fidava poco dei un grandi, e nemmeno ora si fida, dico che il suo contributo al nostro racconto è stato fondamentale.

    Grazie, ragazzo brufoloso e scorbutico. Hai rischiato varie volte di sentirti fuori dal mondo, ma invece eri tu ben dentro al mondo. Grazie.

  3. roberta ha detto:

    @Claude, era proprio sul sito di libertès numeriques (scritto sicuramente sbagliato, scusa :-D) che ero entrata in contatto con Hugo Roy che poi ha caricato il video su unisubs. Le traduzioni del solo testo invece sono coordinate e revisionate da gnu.org, il video comprende anche saluti e presentazione e l’asta di un “adorabile gnu” alla fine :). Man mano che ti leggevo nel tuo commento precedente mi sono resa conto che avrei qualcosa a proposito di questa esperienza da mettere sul wiki, specialmente su quanto conti (e aiuti nel lavoro) l’avere a che fare con qualcosa di cui hai già un pochino di conoscenza – a grandi linee, almeno.
    Progetti in corso sulla sottotitolazione? Sono curiosissima e sarei lieta di dare il mio piccolo contributo.
    (come sono minimalista oggi! LOL)

    @Andreas: non vedo l’ora di vedere il nuovo “accrocchio”.
    Ganzo CIN@MED!
    E mi piacerebbe avere notizie sull’inserimento della bimba ungherese e i suoi progressi con la lingua italiana, se è possibile.

  4. Gaetano Strazzanti ha detto:

    Sono proprio curioso.
    Tra breve scopriremo le carte segrete del nostro prof. Mi sono chiesto più volte: “Ma come fa Andreas a seguire e a tenere traccia di tutti? Di sicuro non dormirà la notte!”
    Sogni d’oro 😉

  5. Andreas ha detto:

    Claude, nell’applicazione CIN@MED, gli studenti possono rientrare tutte le volte che vogliono nel loro account, per correggere e aggiornare la propria scheda. Per il (per)corso IUl faccio un video per mostrare come funzionano le cose dietro le quinte. Prima però voglio imparare-fare un nuovo giochetto …

  6. Claude Almansi ha detto:

    Grazie per il video chiarificatore, Andreas. Certo che con 288 studenti (più di 300 quest’anno), la soluzione wiki diventava difficile da gestire: meglio il database. Con numeri minori, per chi non ha accesso a un database, si potrebbe pensare ad altri modi di sfruttare altre parti/caratteristiche di un wiki – discussione, firma utente e tag – abbinandole magari con un altro servizio web tipo gruppo di social bookmarking.

    Domanda sull’interfaccia utenti che presenti alla fine: gli studenti vi potevano tornare in un secondo tempo, ad es. se avevano trovato un link particolarmente pertinente, oppure dovevano rispondere in una sola volta, come con i formulari Google Docs che alimentano un foglio di lavoro?

    Altra domanda: e per questo (per)corso IUL, come fai? Immetti tu nel database tutte le cose che noi scriviamo sia nel proprio blog sia nei commenti dei blog altrui?

  7. Claude Almansi ha detto:

    Cara Roberta,
    Non mi pare che il tuo commento sia una digressione – se poi ci possono essere digressioni in questo percorso multiforcante, comunque :D. Cioè, Andreas ha proposto un’attività sulla sottotitolazione per dopo la Befana, e sarebbe bello se la potessimo coachare tu, Maria Grazia ed io.

    Bello il video sul cliché “femministe di paglia” e ottima la tua sottotitolazione in http://www.universalsubtitles.org/it/videos/Vs1iVja1xpU9/it/170605/. (1)

    Quanto al video della conferenza di Stallmann di cui tu e Alessandro Plovani avete tradotto la trascrizione in gnu.org/philosophy/free-digital-society.it.html, speriamo che venga pubblicato in modo sottotitolabile online – vedi Richard Stallman, A free digital society. Talk at ETH Zurich, October 18th 2011:

    At the request of Richard Stallman, only formats were produced that are not patent-encumbered. This makes embedding the video in a way that works in any browser, with any operating system and device difficult …

    E di fatto, in quella pagina, il video dell’intervista su Apple è sottotitolato in tedesco, ma direttamente sul video, non su un file di testo sincronizzato che sarebbe ad es. facilmente migliorabile collaborativamente (e sarebbero da migliorare: Stallman parla di iBad deliberatamente, non di iPad). Avevo provato a pompare i 2 video .webM da quella pagina dell’ETH in universal subtitles…. però lì, i video funzionavano solo con Google Chrome, non con Firefox, cosa che provocherebbe probabilmente l’anatema diSaint Ignucius (oltre ad essere una vera rottura di scatole), quindi ho chiesto ai gestori di Universal Subtitles di cancellare le pagine.

    Ma come dici tu, in quei casi di riprese frontali di lunghe conferenze solo parlate, meglio la trascrizione traducibile da leggersi comodamente. Anche questo è un tema che si potrebbe proporre per l’attività sulla sottotitolazione – vale anche per l’audiodescrizione degli elementi visivi per le persone cieche, d’altronde: perché costringerle ad ascoltarsi un coso con l’audio originale inframezzato da descrizioni audio quando si può fornire loro un testo che comprenda queste descrizioni, che loro possono leggere alla velocità che pare loro?
    Ha senso per le opere dove conta la recitazione originale – come nell’estratto di “Chocolat” sottotitolato ed audiodescritto da Roberto Ellero in Video con audiodescrizione e sottotitoli su culturabile.it, certo. Ma per un tutorial su come attivare l’accessibilità per i ciechi nei telefonini che girano con Android 4.0 (vedi universalsubtitles.org/en/videos/bSgb6Drap2dC/it/194853/, dove i sottotitoli contengono anche gli script di possibili audio descrizioni)????

    (1) Ricopio il link perché per qualche strano motivo quelli nel tuo commento portano a iamarf.org/2011/12/04/compito-iul-3-usare-feed-non-solo-blog/
    I sottotitoli inglesi che appaiono anche sotto quelli italiani nel video Universal Subtitles sono “pompati da youtube” assieme al video in universal subtitles: comodo perché non c’è bisogno di rifare la trascrizione originale, però la loro permanenza sotto i nuovi sottotitoli in altre lingue è un problema tecnico già segnalato.

  8. roberta ha detto:

    Cara @Claude, è vero che hai fatto un grandissimo lavoro nel costruire e popolare quel wiki e io nella pratica ho contribuito ben poco, ma la verità è che dopo una spinta iniziale con le sottotitolazioni mi ci sono “semplicemente” arenata e in realtà non so più cosa dire in proposito, e me ne dispiace.

    In seguito ho trovato in giro alcuni video carini e interessanti che mi sarebbe piaciuto sottotitolare su tematiche diverse e li ho caricati su universalsubtitles.org, ma solo di uno ho terminato la versione italiana, quello della “femminista di paglia” sugli stereotipi femminili nella rappresentazione dei media (se a qualcuno interessano le tematiche gender, si trova qui e dura solo 10 minuti http://www.universalsubtitles.org/it/videos/Vs1iVja1xpU9/it/170605/).

    Però, dato che esiste anche un video di un talk di RMS sul software libero, tenuto a Science Po di Parigi a ottobre scorso, la cui trascrizione mi sono divertita a ho contribuito a tradurre dall’inglese insieme a un altro volontario, Alessandro Polvani, (qui la versione italiana http://www.gnu.org/philosophy/free-digital-society.it.html pubblicata da poco) è probabile che quel testo venga utilizzato per fornire i sottotitoli del video e può essere che mi ci metta, non so se qualcuno stia già procedendo in tal senso.
    Si tratta di uno di quei video con ripresa frontale durante una conferenza ed ha una certa durata. A mio modesto parere comunque in questi casi la semplice lettura a monitor del testo è più veloce in termini di fruizione dei contenuti rispetto alla visione del video sottotitolato.

    (“Iullini” e Andreas, perdonate la digressione)

  9. Claude Almansi ha detto:

    Gaetano e Stefano: grazie per i link ai vostri siti.

    Però Stefano, non riesco a trovare la cronologia delle revisioni nelle varie pagine dei gialli collaborativi: trovo soltanto una cronologia delle visite, di cui non sono sicura di capire la funzione. Forse la cronologia delle revisioni è visibile soltanto agli iscritti, come con Google Sites? Ma nel caso della scrittura collaborativa, una cronologia delle revisioni visibile da tutti è essenziale per adempire al requisito di attribuzione del diritto d’autore, no? Inoltre, nel caso dei gialli degli studenti dell’università Bicocca, consentirebbe di fare a meno della codifica a colori, che non funziona per i daltonici e per i ciechi.

    Gaetano, il sito wetpaint per il progetto Socrates offre questa cronologia delle revisioni in calce alle pagine. Come dicevo sopra, wikispaces è senza pubblicità persino nella versione gratuita normale. Nelle versioni gratuite per insegnanti, inoltre, ci sono ulteriori caratteristiche utili, come la possibilità di inserire commenti nei margini. Ma non so fino a che punto l’uso di tabelle complesse per l’impaginazione sito wetpaint funzioni con wikispaces: non ho mai provato. E con wetpaint sembra più semplice l’aggiunta dell’attributo alt (descrizione testuale alternativa) per lee immagini. Con wikispaces devi passare da un widget per l’inserzione di codice html.

    Andreas, grazie per la spiegazione su recupero dei dati. I wiki non sono database, d’accordo. ma forse da qualche parte a monte c’è un database a farli funzionare, no?
    Importante la tua osservazione sul fattore narrativo. Chissà se conta meno per gli appassionati di videogame dove la narrazione è in fieri continuo, e viene modificata dai giocatori?

  10. Gaetano Strazzanti ha detto:

    A proposito di wiki una mia esperienza.
    Nel 2008 la scuola dove insegno ha avviato, in partenariato con una scuola finlandese, una turca e una danese, il progetto Comenius “Socrates to the discovery Europe”. Noi, in qualità di scuola coordinatrice, avevamo assunto l’impegno di far circolare le informazioni e gestire un sito web per condividere le esperienze e le attività. Memore dell’esperienza precedente (http://www.1circolo.it/socrates/index.htm sito statico che richiedeva tanto tempo per l’implementazione dei contributi che i partners di volta in volta inviavano) mi misi alla ricerca di qualcosa che potesse semplificare il compito di ciascuno e consentisse di cooperare congiuntamente senza per questo avere la necessità di un supervisore che dovesse mettere mano a quanto prodotto individualmente. Aprire un blog o un forum mi sembravano un po’ limitati nell’aspetto cooperativo e nella possibilità di mostrare e accedere ai contenuti. Fu così che navigando nel mondo del Web 2.0 conobbi il Wiki.
    Lo proposi ai partners e ne aprii uno in wetpaint.com, che offriva uno spazio web gratis e per le istituzioni della categoria educational, su richiesta, avrebbe tolto pure la pubblicità (cosa che purtroppo non è avvenuta, forse avrò sbagliato qualcosa? Boh!). Ad ogni modo, una volta definita la struttura e concesso i permessi di amministratore ai referenti delle altre scuole, il sito si arricchì, di giorno in giorno, di nuovi contenuti diventando, in breve tempo, il contenitore unico di riferimento per tutti: Blog delle scuole, raccolta immagini su Picasa, video su Youtube o Google Video, tutti venivano integrati nel sito wiki come se fossero una cosa sola. Così il “viaggio” di conoscenze del nostro Socrates fu sostenuto da tutti.
    Questo è l’indirizzo del sito: http://socrates08.wetpaint.com/

  11. Andreas ha detto:

    Claude, la questione del recupero delle informazioni dal wiki, per me era sorta perché in realtà avevamo bisogno di funzionalità che sono proprie di un database relazionale e non di un wiki. La prima versione con il wiki era stata molto utile per prototipare il processo, tuttavia. Fare poi la seconda versione in un database vero, MySQL, per me era un’ottima occasione di imparare meglio il funzionamento di un database relazionale, costruendone uno. Poi ne ho costruiti altri, perché ho trovato la cosa divertente, e utile.

    La questione della partecipazione della gente ad un sito è molto complessa, credo. Uno dei fattori, ma solo uno fra tanti, è l’intrinseca dinamicità di un blog, rispetto ad altre forme, e più precisamente la dinamicità del racconto, sempre che l’autore del blog lo racconti effettivamente. Se è così, finisce che la gente ci ritorna, e a furia di ritornarci qualche traccia ce la lascia, perché tu racconti qualcosa e ogni aggiornamento è un po’ come una nuova puntata del racconto. Per questo è bene che un blog esprima un carattere abbastanza preciso, perché un racconto sotto sotto un filo conduttore lo deve avere. In un wiki è più difficile realizzare questa dimensione del racconto.

    Il vostro wiki sulla sottotitolazione è uno dei luoghi che devo visitare perbene, ma ancora non sono riuscito a trovare il tempo. È vero che funziono in modo reticolare ma devo controllarmi per non rischiare di diventare più inconcludente di quanto già non sia …

  12. Samantha / C'era l'H ha detto:

    Che dire? Pensavo di esser l’unica “strana” che invece di godersi una giornata di festa, armeggiava col blog di Andreas,e invece…ecco, so di essere in ottima compagnia 🙂 …6 post solo nella giornata di oggi: se il buon giorno si vede dal mattino, sarà sicuramente un anno proficuo!
    Due considerazioni: concordo con Andreas nel credere che il blog, a differenza del wiki, venga sentito e vissuto con più empatia e quindi, conseguentemente, vissuto in modo più assiduo e personale, ma non posso non notare che lavorare a un testo comune può diventare un progetto molto stimolante e creativo come dimostrano i lavori postati da Stefano sia con i bambini, che con i laureandi.
    Mentre leggevo alcuni dei racconti, mi è venuta in mente un’idea diversa: in realtà con questo “modus operandi” potrei creare il prossimo progetto educativo, come in un giallo polizzesco , i ragazzi vengono guidati attraverso il racconto di una storia e il ritrovamento di alcuni indizi alla “soluzione del caso”, ovvero all’obbiettivo educativo prefisso.. un’idea non semplice, ma d’effetto.

    Questo blog funziona perchè è una partita a tennis: uno lancia la palla e non sai mai come e chi risponderà al tuo servizio …molto “luce fra le fronde”, no?

  13. Stefano Merlo ha detto:

    Via mando un esempio di racconti scritti dai bambini di 5 elementare della rete di scuole Il bambino autore. Sono in sola lettura perchè essendo uno spazio riservato ai bambini, per motivi di sicurezza, è prottetto da password.

    http://www.stefanomerlo.it/doceboCms/index.php?special=changearea&newArea=57

    Sono racconti costruiti a più mani con un lavoro di negoziazione svolto a distanza tramite un forum e scritto su un wiki. Molti gialli sono stati sonorizzati e letti utilizzando il pod cast “Suoni poetici”.

    Tutte le attività hanno una guida, un insegnante travestito da personaggio, che anima e assegna i tempi. Come dicevo è molto guidata, però funziona!

    A presto

  14. Claude Almansi ha detto:

    Andreas, concordo con il fatto che i wiki funzionano per obiettivi precisi, di solito. Per questo funziona quello descritto da Stefano e aveva funzionato quello per il workshop di francese che avevo fatto nel 2007, ma invece “non funziona” per ora, almeno come wiki, quello sulla sottotitolazione che Roberta ed io abbiamo deciso di aprire. Cioè in quell’ultimo, anche se ci sono diversi iscritti – tu incluso – sono la sola ad averci scritto.
    Non so cosa ne pensi Roberta, ma a me la cosa non disturba. L’avevamo aperto un po’ per caso – da qui l’impossibilmente lungo URL – per pubblicare un testo sull’esperienza di sottotitolazione inizialmente inteso come post per ETCjournal, dopo che erano emerse incompatibilità tra i concetti di editing di Jim Shimabukuro (redattore capo di ETCjournal) e il nostro. All’inizio ci eravamo chieste se pubblicare il post sul suo e/o sul mio blog, (Lo potremmo ancora fare, d’altronde). Però poi, visto che Roberta vi menzionava l’opportunità di usare un wiki per coordinare una sottotitolazione a più mani, abbiamo deciso, appunto, di pubblicare anche quello, suddividendolo, su un wiki: così se noi od altri abbiamo bisogno di una pagina wiki per questo uso od altro, è a disposizione. Inoltre, le statistiche suggeriscono che il contenuto di quell’ex-post è stato visualizzato più spesso di quanto non sarebbe stato se fosse stato pubblicato su ETCjournal (in base alla mia esperienza per post del genere quando vi partecipavo).

    Concordo anche con l’argomento salottino a favore dei blog, anche se non capisco perché, visto che i wiki hanno anch’essi una parte per commenti in ogni pagina, ma è così, di fatto.

    Invece sul recuperare efficacemente materiali da un wiki, questo dipende dalle piattaforme. È uno dei motivi (1) per i quali preferisco wikispaces a pbworks: puoi fare un backup (in html o in wikitext) come cartella zippata in 3 clic. Un tempo lo potevano fare tutti i partecipanti a un wiki, adesso soltanto i gestori, purtroppo, però basta che l’amministratore metta a disposizione degli altri quel backup zippato. Altra differenza, forse: i tag: mi pare non si possano fare con pbworks, invece con wikispaces sì.

    (1) Gli altri motivi sono più soggettivi: avevo scoperto wikispaces tramite un commento al blog vivacissimo di un insegnante a distanza australiano dove ci si divertiva un mondo; avevo fatto la prima traduzione italiana del menù d’aiuto quando esso era multilingue, e la prima traduzione francese dell’interfaccia: quando avevo chiesto a pbworks – allora pbwiki – se si poteva impostare una simile internazionalizzazione dell’interfaccia, avevano rifiutato. Poi c’è il fatto che da anni non c’è più la pubblicità prevista nelle condizioni d’uso per i wiki gratuiti, perché – a detta degli stessi gestori di wikispaces – fanno abbastanza soldi con i servizi a pagamento.

  15. Andreas ha detto:

    Sì, in questo (per)corso non ho proposto niente che coinvolga un wiki. Inizialmente, setto-otto anni fa, ero partito provando varie combinazioni di questi strumenti. In tutti questi esperimenti avrò coinvolto, da allora ad oggi, 2000-3000 persone, in contesti diversi. Mi sono reso conto che i wiki, affinché funzionino, devono essere finalizzati a un obiettivo molto preciso e hanno bisogno di molta coordinazione. È difficile che ci proliferi una comunità in maniera relativamente spontanea, che era ed è il dispositivo didattico che mi interessa di più. Per ora, il miglior accrocchio che mi sia capitato di usare è una qualche forma di blogo-comunità-feed-coesa. Ovviamente non so esattamente perché, so per certo che è la cosa che ha funzionato meglio. Un’ipotesi che potrei fare è che la maggior parte delle persone – il tutto e il nulla nelle cose umane, anzi biologiche, non esiste – finisce per utilizzare volentieri un proprio blog perché ad un certo punto inizia a sentirlo come una cosa sua, e gli umani hanno bisogno di un luogo che possano sentire come proprio. Certo, si può usare un wiki quasi allo stesso modo, ma il wiki è aggiustato per il lavoro collettivo, il blog ha più attrezzini idonei a farsi il salottino, e anche i salottini piacciono agli umani.

    Per i wiki conta molto la numerosità. Infatti di tutt’altra natura è il meccanismo cresciuto intorno a wikipedia, ma in quel caso si parla di centinaia di milioni e non di decine o centinaia di unità. In natura, quando le moltitudini di entità comunicanti fra loro, in qualche maniera, raggiungono le dimensioni delle decine di milioni di entità allora iniziano a emergere fenomeni nuovi, quando raggiungono i miliardi è quasi sicuro che emerga un nuovo substrato.

    Comunque, per chi vuole curiosare, questo è il wiki associato a Insegnare Apprendere Mutare.

    L’ultimo impiego che ne ho fatto è banale ed è servito agli studenti di medicina per scrivere commenti sulle proiezioni di film di argomento medico, in un’iniziativa della facoltà denominata CIN@MED. Quest’anno per CIN@MED ho preferito costruirmi un’applicazione web perché le possibilità di recuperare efficacemente i materiali dal wiki erano troppo limitate.

    Una cosa che potrebbe essere divertente per voi è di andare a frugare fra le tracce degli studenti IUL degli anni scorsi, andando a vedere le considerazioni svolte sul ritorno in classe, che fra l’altro dovrete affrontare in maniera simile anche voi, e frugando fra le tracce dei vostri colleghi, che potete trovare andando semplicemente nel solito wiki e, a destra in alto, nella casella “Search this workspace”, cercare “tracce” …

  16. Claude Almansi ha detto:

    Stefano, la tua domanda su cos’è un libro digitale è fondamentale. Nel 1994 leggevamo Candide di Voltaire con una classe del liceo di Lugano. A Parigi avevo trovato una versione digitale, mi pare dei classiques Larousse o forse Bordas, su dischetto: ipertestuale sì, e senza protezioni anticopia. Proprio bellino in teoria potevi accedere alle note, all’apparato critico con un clic…. solo che richiedeva più potenza di quanto ne avessero i computer del liceo, quindi gli allievi avevano votato di continuare con la versione cartacea, mettendo delle strisce di carta nelle parti rilevanti.
    Un paio di anni dopo, leggevamo Les liaisons dangereuses di Laclos con un’altra classe, del liceo di Belllinzona. Vedevo con preoccupazione che i ragazzi si divertivano sempre meno. preoccupati che erano di ricordare chi scriveva a chi di aver scopato chi per fare un dispetto a chi. Avevamo trovato il testo digitale online – un file .txt prodotto da uno scan con OCR poi ripulito e basta – e ne avevamo scaricato UNA copia, attirandoci l’ira del responsabile dell’aula computer, perché avevamo bloccato il collegamento ISDN del liceo per 2 giorni. Però di quel file .txt avevamo fatto copie per tutti gli studenti, e il sapere di potervi controllare velocemente chi scriveva a chi ecc. e di poterlo annotare aveva ridato loro il piacere della lettura, su carta.
    Terzo ricordo del previo millennio: con una classe del liceo di Locarno avevamo prodotto noi un e-libro di un racconto di Simenon, L’enfant de choeur. In un’altra classe c’era T. un allievo fortemente ipovedente che leggeva i testi digitali ingrandendoli sullo schermo, quindi la scuola aveva uno scanner e un programma OCR che avevo usato per digitalizzare il racconto per T. Però l’OCR faceva parecchi errori in quegli anni, allora avevo suddiviso il testo tra i miei allievi che l’avevano corretto usando il controllo ortografico e il dizionario cartaceo. E a quel punto hanno proposto che, visto che il dizionario cartaceo era stampato piccolo piccolo, tanto valeva aggiungere note a piè di pagina per T., con le definizioni delle parole che loro non conoscevano, sperando che combaciassero con quelle che lui ignorava.
    Rispetto a quei tre antichi e-libri, quelli oggi in commercio sono molto meglio e molto peggio. Molto meglio, appunto, a livello ipertestuale che li possono aprire sul web e sul multimedia. E oggi, per gli ipovedenti e per i ciechi, ci sono programmi di sintesi vocali che consentono addirittura di scorrere un libro saltando da titolo in titolo. Molto peggio quando quegli e-libri sono applicazioni proprietarie con protezioni incompatibili con strumenti che non siano quelli per i quali sono state concepite, dalle quali non si può copiare: libri Kindle o della Apple, ad esempio.
    Però un vero progresso c’è anche stato: le piattaforme che consentono ai docenti di creare facilmente un proprio libro di testo multimediale e accessibile a tutti, adattato a quel che fanno con una data classe, in formato esportabile aperto: vedi UDL Bookbuilder (UDL=Universal Design for Learning). È persino possibile scegliere l’italiano come lingua del libro (ma purtroppo non per la sintesi vocale di quel che dicono gli “assistenti”. però forse arriverà anche questo).
    Secondo me è questa l’opzione e-libro più interessante per la scuola. Sono ormai decenni che i libri di testo uguali per tutti sono obsoleti, che siano su carta o digitali.
    Buon anno a tutti!

  17. Stefano Merlo ha detto:

    A proposito di lasciare una traccia, un pensiero di Lord Baden Powell:

    Nel vostro passaggio in questo mondo, che ve ne accorgiate o no, chiunque voi siate e dovunque andiate, state lasciando dietro di voi una traccia.
    Altri la noteranno e potranno seguirla. Può essere una traccia che li conduce al bene, ovvero può portarli fuori strada. Ciò dipende da voi.
    Può darsi che la vostra traccia sia marcata sugli alberi, per renderla visibile a chi vi segue, o invece può darsi che lasciate inavvertitamente delle orme peraltro riconoscibili sulla sabbia.
    In un caso come nell’altro, è bene ricordarsi che si lascia sempre qualche tipo di traccia; e quindi, volgendo i propri passi nella giusta direzione, potete indirizzare bene anche coloro che vi seguono.
    La vostra traccia è segnata da azioni, dalle frasi che dite e dalle parole che scrivete. Le azioni sono pietre miliari stabilite in modo permanente; le frasi sono soltanto orme che il tempo può alterare o cancellare; le parole scritte sono tacche coscientemente lasciate sugli alberi.

    Ancora auguri!

  18. Stefano Merlo ha detto:

    Manca poco a mezzanotte e mentre aspetto per farvi gli auguri aggiungo per quanto riguarda wiki che lo trovo uno strumento molto bello da usare con i bambini.
    Noi lo usiamo già da diversi anni e i bambini non hanno mai fatto casino. E’ vero che sono molto guidati dagli insegnanti che propongono le attività ma bisogna educarli anche a fare questo.
    Per i giornali non volevo spingermi oltre, arrivare cioè all’utilizzo finale che potrebbe anche risultare una metafora… ma, per come sono fatto io, diffido sempre da quello che è troppo novità. Non vorrei che si ripetesse quello che a volte succede con i libri digitali dove per digitale si intende semplicemente scannerizzare i testi scolastici su carta senza riflettere veramente su che cos’è un libro di testo.
    Mi faccio e faccio una domanda: ma che cos’è un libro digitale? Un ipertesto? Ma a parte il supporto utilizZato, un ipertesto è digitale o analogico? E’ questo un dubbio che mi è sempre rimasto. Il digitale da meno o più informazioni dell’analogico?
    Chi mi aiuta a sciogliere questo dubbio?
    Non so se sono stato chiaro perchè ho appena finito di bere un’ottima (e costosissima) bottiglia di Venegazzù del Conte Loredan, quindi vi faccio gli auguri e passo a brindare con del buon Cartizze.

    AUGURI A TUTTI!!!

    PS per le televisioni condivido.

  19. Claude Almansi ha detto:

    Stefano, quanto al luogo dove si leggono i giornali, sono sempre più numerosi i giornali ad essersi creati una versione – web o app – per telefonini furbi (smart phones). Vero che il telefonino non va bene per il secondo uso consacrato dei giornali in quel luogo, però quanto a leggerli, funziona egregiamente. E conosco un signore 88enne che i telefonini non li ama manco di striscio, ne ha solo uno da 10 anni che telefona, SMSa e basta per le emergenze, però oltre a 3 giornali ai quali è abbonato, legge li altri sul computer, perché gli piacciono i supplementi d’informazione video delle versioni online.

    Sui wiki concordo in parte con te. Infatti Roberta Ranzani ed io ne abbiamo aperto uno qualche mese fa: http://subtitling-for-accessibility-education-and-creativity.wikispaces.com, dopo aver saltuariamente usato pagine di un altro. E vi ho preparato alcuni compiti per questo corso (vedi pagine taggate editing multimediale).

    Però c’è un problema psicologico con i wiki. Alcune persone li adottano senza pensarci due volte, certo – mi è capitato con i partecipanti a un workshop intensivo di francese per i quali avevo impostato http://micusif.wikispaces.com/ nel 2007. Altre invece nicchiano, non perché i wiki siano complicati da utilizzare – da anni hanno i tool wysiwyg umanizzati – ma perché loro immaginano che siano complicati da utilizzare – oppure perché temono di non saper più chi ha scritto cosa, malgrado la cronologia di tutte le versioni che consente di identificare persino chi ha aggiunto una virgola al testo, e di tornare a una versione precedente in caso di incasinamento – volontario o meno – della pagina.

    Stranamente, queste persone a volte sono più a loro agio con Google Docs, che è pure una specie di wiki monopagina. Può essere una soluzione intermedia per avvicinarle ai wiki, ma ci vuole una disciplina ferrea, altrimenti ti imbrattano la pagina di evidenziamenti policromi da far impallidire un pappagallo: la sola soluzione per riuscire a leggere è di disattivare il colore nel browser. (Vero che questo, purtroppo, adesso lo possono fare anche con certi wiki). Oppure creano copie a bizzeffe senza rinominarle in modo sensato né condividerle con tutti i collaboratori, ecc. Ma lo stesso, forse Google Docs potrebbe funzionare per prepararle all’uso di un wiki, a patto di imbrigliarle strettamente 😀

    Per la televisione, guarda che certi dittatori chiudono subito i canali privati quando vengono al potere, e li riaprono soltanto dopo averci piazzato i loro pupazzi. Oppure se già ci^hanno le loro TV private, viceversa.

  20. Stefano Merlo ha detto:

    L’altro giorno volevo leggere subito i provvedimenti del Governo e sono uscito a piedi per comperare il giornale. L’edicola vicino a casa è stata chiusa già da molto tempo, non mi ero accorto ma così mi ha detto il fioraio vicino, meno male che i fiorai invece resistono! Sono andato a quella in piazza ed era chiusa pure quella. Bene, ho preso la macchina per andare a scuola, devo fare 6 chilometri, e non ho trovato una sola edicola, anche quella vicino a scuola è stata chiusa, anzi avevano pure portato via l’intera struttura.
    Gli italiani non leggono più? Probabilmente è vero. Ma se la chiusura delle edicole è la conseguenza dei giornali in Internet allora non mi va bene, persobalmente non riesco a leggere il giornale sullo schermo del computer, e poi, detto tra noi il giornale dove lo si legge di solito? Ma a parte questo qualsiasi riduzione dei mezzi di comunicazione non va bene.

    I feed? Ho cominciato a pensare a questo argomento quando sono passato dal lavorare con i siti statici a lavorare con i siti dinamici.
    Si apriva tutto un altro mondo, da messaggi unidirezionali, cioè da uno a molti, a messaggi circolari dove tutti possono intervenire. Nei siti dinamici si sossono inserire news, blog, forum, wiki.

    A proposito di Wiki mi sembra il grande assente di questo corso eppure permette di collaborare a scrivere un testo, creare link ipertestuali, inserire immagini, suoni, filmati, ecc. Nel progetto Il bambino autore tutte le attività di scrittura utilizzano un wiki per collaborare nella stesura dei testi.

    Salto un po’ di lato per riprendere un discorso già fatto che dice che Internet è combattutto da tutti i regimi totalitari.
    Perchè internet sì e la televisione no? Ovvio, la televisione serve per indottrinare la gente senza la possibiloità di replicare, Internet, ovvero il WEB 2, invece permette di interagire e questo non può andare bene a chi utilizza i media per amplificare la propria posizione di potere. La televisione generalista è destinata a scomparire? Certo la piazza del sabato sera, tutti davanti alla televisione a vedere qualche varietà, non esiste più e non potrà resuscitare, i mass media sono destinati a scomparire man mano che si sviluppa Internet. E questo fa propabilmente paura a molti.

  21. Maurizia ha detto:

    La nostra blogclasse è un luogo di identità e di memoria che contiene i segni che invitano ad entrare e a partecipare alla vita della comunità stessa.
    Infatti le nostre tracce ci hanno permesso di informare, di documentare, di alimentare il dialogo e lo scambio di esperienze fra tutti noi partecipanti.
    Devo dire che mi aveva molto colpito l’intervento di Antonella nel post “ Definiamo meglio come si svolgono le cose” in cui chiedeva ad Andreas “Li dobbiamo seguire tutti, Andreas??? Non credo di avere il tempo e le energie per tener dietro a tutto e a tutti/e!
    Io avevo appena aperto il mio blog e mi chiedevo come fare per non perdermi nel mare di informazioni e per non essere sopraffatta dalle nostre stesse creature.
    Significativa è la metafora usata da Samantha nel definire la forza tecnologica come “venti atlantici” da governare per non andare alla deriva, e ancora “le tecnologie hanno senso se consentono all’uomo di umanizzarsi” come sostiene Elena.
    Ma tra i flutti appare Andreas “Orbene, per iniziare a dare coesione alla blogoclasse, dovete iniziare ad usare i feed RSS (versione in italiano, peggiore) o più correttamente web feed anche se la prima denominazione è quella che va per la maggiore”
    Devo essere sincera che prima di allora non avevo mai fatto caso all’icona presente nelle pagine Web, né tanto meno sapevo la sua funzione.
    “ Mamma, ma dove vivi?”mi dice mio figlio con aria canzonatoria quando lo faccio partecipe della scoperta.
    Mi fa entrare nel suo Google Reader dove mi mostra i feed ai blog e siti che segue che gli permettono di essere aggiornato sui nuovi articoli, suoi nuovi commenti pubblicati, senza dovere visitare manualmente sito per sito con un risparmio di tempo notevole.
    A me viene anche da dire che ciò gli ha permesso di crearsi una specie di spazio personale, legge ciò che lo interessa, risponde, a volte, riflette , propone
    Ma mi vien da dire anche che ci troviamo di fronte a una modalità di aggregazione di persone, con le loro idee le loro proposte , le loro riflessioni e riprendendo le parole di Pierre Lévy, 1995, “ Credo che le nuove tecnologie di comunicazione aprano prospettive completamente nuove… Non si accede solo a documenti, a libri, ma anche alle persone. Tutte queste persone vive, organizzate in comunità sono portatrici di sapere. Perciò penso che si possa, che si debba considerare il cyberspazio come il luogo dell’intelligenza collettiva”.
    Ma se ciò rappresenta una connessione, ogni legame deve essere seguito
    “ Certo” disse la volpe. “ Tu , fino ad ora, per me non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. Io sono per te una volpe uguale a centomila altre. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu sarai per me unica al mondo, io sarò per te unica al mondo. A.de Saint-Exupery- Il piccolo principe
    La chiave di volta è la cura delle connessioni, lo sviluppo delle relazioni. ( Andreas in Compito IUL 3: usare feed -> non solo blog …), e quale miglior luogo del bar del cyberspazio citato da Gaetano, come l’agorà della città greca dove ci si incontrava, ci si ascoltava, si comunicava.

  22. Alessandra Fedele ha detto:

    E’ vro, Grandipepe, infatti a me piace sempre ricordare le parole di Einstein: “I computer sono incredibilmente veloci, accurati e stupidi. Gli uomini sono incredibilmente lenti, inaccurati e intelligenti. L’insieme dei due costituisce una forza incalcolabile.” Mi sembra sempre validissima 🙂

  23. Alessandra Fedele ha detto:

    La prima volta che ho usato un aggregatore è stata quando ho imparato a importare i post del blog di Poliscuola su Facebook. Frequentavo il corso Advanced del DOL (Diploma On Line per Esperti di didattica assistita dalle Nuove Tecnologie) e noi studenti pubblicavamo il frutto del nostro lavoro sul blog. In tale occasione, abbiamo scoperto che era possibile seguire un blog di nostro interesse su Fbook con un’operazione semplicissima. Oggi, a distanza di un paio d’anni, esiste addirittura un’applicazione dedicata che è RSS Graffiti. Utilizzare un social network come “raccoglitore” di notizie significa fornire a queste ultime una cassa di risonanza ulteriore, anche se, chiaramente, c’è da stare attenti a com’è utilizzata. Indubbiamente, è comodo. In seguito, ho usato tools come del.icio.us e Technorati, ma con minor fortuna. Non saprei dire perché… Di fatto, non sono un’abitudinaria e devo trovare un’immediata empatia con le cose affinché entrino a far parte del mio quotidiano e del.icio.us, ad esempio, non mi attraeva per nulla. Con Google Reader è andata bene, per fortuna. Mi ci muovo abbastanza comodamente, in effetti. Ora, di là dalle prerogative dell’uno o dell’altro, quel che mi sembra importante è che quelli di cui stiamo parlando sono tutti tools, appunto, per la collaborazione e costruzione di conoscenza attraverso uno dei tre processi fondamentali che concorrono all’apprendimento così come lo intendiamo ora, learning by interacting accanto a learning by doing e learning by using. Un aspetto che mi piace rilevare del processo in questione è stato già citato dal Professore dopo l’incontro on line di mercoledì 7 dicembre, ovvero quello che si riferisce all’apprendimento non formale e non istituzionale, per così dire, che si realizza con la produzione attiva e la successiva negoziazione di conoscenze e competenze all’interno delle comunità virtuali. Gli effetti di questo tipo di apprendimento (che non è un valore aggiunto rispetto al libro tradizionale, ma sovente lo bypassa totalmente) sono ancora poco scandagliati a livello di tangibile derivazione e sembrano tradursi, “semplicemente”, in una fattiva partecipazione di coloro che, restandosene tranquillamente a casa propria, si fanno lettori, autori ed editori nello stesso istante. Nel testo “Scrittura e filologia nell’era digitale” l’autore Domenico Fiormonte fa riferimento, citando Antonelli, al triangolo Autore – Testo – Lettore all’interno del quale il potere è circolare e, talvolta, può esprimersi anche con il Silenzio “perché comunque ineludibile, all’altro estremo, il conflitto delle interpretazioni”. L’accento, insomma, è sulla natura assolutamente dialogica di questo tipo di comunicazione che reca con sé accenti di novità assoluta e di portata storica perché “la dialogicità non coincide col parlato e la poliglossia […] è di linguaggi e non di lingue (cito ancora Fiormonte). Personalmente, di là dagli aspetti che certamente c’interpellano come educatori riferiti ai due aspetti della stessa medaglia, credo che tutto questo sia davvero formidabile. Riferendomi all’esempio fatto da Laura, mi viene in mente un mio amico, vittima di malasanità, che grazie a questo tipo di comunicazione, ha squarciato un pesante velo di omertà steso sulla sanità profondamente malata della propria città e questo mi sembra semplicemente grandioso.

  24. GranDiPepe ha detto:

    @Andreas parla di “cura”, @Gaetano di bar della piazza ora cyberspazio. La tecnologia funziona se funziona l’uomo che la governa. Riporto di seguito uno stralcio di un mio intervento dello scorso anno per il corso di Teorie e Tecniche della Comunicazione: “tecnologie che non hanno vita propria, ma assumono rilievo nel momento in cui l’uomo le padroneggia: strumenti di estroflessione della mente, di sintesi, di accrescimento culturale, di dialogo…. Direi che c’è una netta connessione (non solo digitale…) tra ricerca in rete e conoscenza, infatti la ricerca diviene conoscenza e la conoscenza – so di usare correttamente e costruttivamente la tecnologia, libro o ITC che sia – diviene ricerca – ho consapevolezza di dover cercare e poiché ho una mente aperta e preparata è possibile che per serendipità io giunga a conoscere cose che gli altri ancora non hanno visto –.
    Dietro tutto questo c’è l’Uomo e le tecnologie hanno senso se consentono all’uomo di umanizzarsi.”

  25. Gaetano Strazzanti ha detto:

    “Blog, blog, blog” mi richiama alla mente il “puff, puff, puff!” dei treni che con il loro inconfondibile “sbuffare” annunciano che sono in movimento, così il “bloggare” diventa la voce di Internet, di chi non ha voce che parte e riesce a valicare ogni frontiera sia fisiche che mentale.
    Le mie colleghe, nei loro post, sono state bravissime nel tessere le “lodi” ai blog, a me non resta altro che approvarle e ringraziare Andreas per avermi “costretto” ad entrare in questo magnifico mondo che con i loro feed RSS ha trasformato il bar della piazza nel bar del cyberspazio. E che dire degli aggregatori di feed? Strumenti utilissimi per costruirsi il proprio bar a misura di interessi riunendo diversi avventori in un’unica casa.

  26. Claude Almansi ha detto:

    Uso anche una terza possibilità: seguire i blog – almeno quelli WordPress – di questo per(corso) via messaggi e-mail che vengono automaticamente spediti quando qualcuno aggiunge un post o un commento a un post che ho già commentato. Mi ha colpito, nelle azioni degli attivisti dei diritti umani in Pakistan, il fatto che sì, usavano aggregazioni di feed di hashtag Twitter, pagina Facebook, tagging di altre risorse Web 2.0 ecc. – però anche una mailing list tradizionale, con il suo bravo archivio munito di motore di ricerca, per conservare una traccia.

  27. Andreas ha detto:

    Bella questa immagine dei venti atlantici, una forza che può essere distruttiva ma che … ecco affinché si attagli bene al cyberspazio, più che indirizzarla, ci si deve adattare ad essa, quando aggiustando il timone, quando tirando più o meno le vele, talvolta anche ammainandole tutte, per sfruttarla bene, quella forza. Insomma navigare per davvero, e in effetti navigare non vuol dire andare alla deriva …

  28. Samantha / C'era l'H ha detto:

    @Andreas. Il tuo post mi fa venire in mente un concetto che ho imparato quest’estate durante l’esame del prof. Toschi: i venti atlantici.
    Oggi con le nuove tecnologie abbiamo a disposizione un’ energia impressionante, paragonabile ai Venti Atlantici scoperti da Cristoforo Colombo, una forza immensa che si pensava potesse essere distruttiva , ma se ben indirizzata, poteva – e di fatto ha- portato dall’altra parte dell’oceano, a conoscere un nuovo mondo.
    Sono d’accordo con Monica quando dice che i blog possono essere ritenuti affidabili, dei seri mezzi di crescita, di confronto e di scambio, basta semplicemente sceglierli e valutarli in accordo con quello che stiamo cercando: un blog impegnato difficilmente attrae qualcuno che non ne sia interessato… pensare costa tempo e fatica!

  29. laura ha detto:

    perfetto!
    ho capito, più che con mille parole, quale possa essere una funzione del blog: far circolare notizie, rendere consapevoli, far conoscere realtà sottaciute o sconosciute ai più. Faccio un esempio: un mio amico ematologo che lavora in un grande ospedale di Milano e che si occupa di ricerca, mi aveva raccontato in sintesi la situazione descritta nell’articolo citato da Andreas; indignazione, discussione tra amici e tutto finisce lì…
    intervenire, avere un ruolo attivo, anche pubblico, rompe la connivenza,aiuta la conoscenza e perchè no smaschera verità nascoste. Un “cartello” odioso come quello della conoscenza può essere minato a partire dalla base, sostenendo l’Open Access

  30. mvcarelli ha detto:

    Blog, feed, morte dei quotidiani tradizionali, diffusione del giornalismo dal basso: mi pare che il filo conduttore, fatte le debite differenze , sia il desiderio di partecipare e di svolgere un ruolo più attivo anche nella fruizione delle notizie. Trovo interessante, in questo senso, l’idea di una “souveillance” dal basso, opposta a quella tradizionale di “surveillance” alla quale siamo stati da sempre abituati . I cittadini utilizzano i loro smartphone per catturare ormai gli eventi e per trasmettere testimonianze dirette e immagini molto più rapidamente di giornali e televisioni al resto del mondo. È indubbio che ormai siamo noi, con i nostri strumenti tecnologici di consumo, i testimoni diretti per eccellenza degli eventi. In questo senso il Times aveva colto nel segno, dicendo che siamo noi le persone dell’anno, e questo già nel 2005. Come afferma l’attuale direttore di Google Ideas, “pensatoio” gestito da Google, la tecnologia serve decisamente da acceleratore,. Le aziende dovranno sviluppare la capacità non tanto di adottare tecnologie, ma di adattarsi alle tecnologie che saranno i loro dipendenti a suggerire sulla base dell’uso che ne fanno nella loro vita privata (interessante è la lettura dello speciale sulla “morte” del PC e il sopravvento degli smartphone e tablet del numero The Economist dell’8 ottobre). Credo che allo stesso modo, i quotidiani dovranno adattarsi alla domanda di partecipazione e informazione mirata da parte dei lettori. Si pone il problema dell’autorevolezza e dell’affidabilità delle fonti che pubblicano l’articolo o il post, che tuttavia a mio parere potrebbe trovare in parte una soluzione nel fatto stesso che blog e quotidiani come l’Altra Città sono aperti a tutti e quindi a un controllo per così dire “incrociato”: sono i fruitori e/o autori stessi del servizio d’informazione che fanno opera di “souveillance” dei contenuti pubblicati.

  31. Claude Almansi ha detto:

    @monica sull’argomento “ma se questi spaccano tutto” della tua collega contro i PC: negli anni 90, a scuola media, avevo colleghi che non portavano gli allievi in aula computer, “perché questi rubavano le palle dei mouse”. E in effetti le rubavano: rimbalzavano così bene. Però è bastato fargli firmare un orarario di utilizzazione accanto al computer con casella per segnalare problemi per farli smettere.

    Essendo rimasta a lunga tecnofoba accanita – beh, avevo un Mac dall’84 però lo usavo come una macchina da scrivere con memoria, basta – quando ho cambiato idea, ho scoperto che il modo migliore per portare i colleghi riluttanti ad usare il computer era di attirare la loro attenzione sul menù d’aiuto in cima a destra di qualsiasi finestra di programma. Poi per i seriamente ansiosi, fargli fare una tabella con altrettante colonne dei menù, ed inserirvi le voci di ciascun menù, con un + se la sapevano usare, un = se capivano a cosa potesse servire ma non l’avevano mai usata, e un – se non ci capivano niente. Funzionava meglio degli sterminati corsi di aggiornamento con hard e software diversi da quelli che avevamo a scuola.

    Su blog, informazione e potere: vero che in Italia, paese democratico ma dove i blogger rischiano di essere condannati per stampa clandestina e si emanano tante leggi su internet e stampa (vedi anche Interlex.it, la situazione è sconcertante.

    Ma diciamo che con il blog Where is Raed? dove “Salam Pax” faceva la cronaca della vita a Baghdad dal 2002 appena prima e durante l’occupazione dell’Iraq, e con la creazione nel 2005 di Global Voices – Citizen media stories from around the world, nemmeno i media tradizionali hanno più potuto far finta di ignorare i blog.

  32. Andreas ha detto:

    Proprio così
    fattori importanti che non c’entrano con la tecnologia …
    comunità di blog – o altro – quali ambienti di aggiornamento professionale …
    qui c’è molta sostanza …

  33. monica ha detto:

    Il blog viene associato ad una fonte inaffidabile di infomazioni, forse perchè da voce alla gente, alle persone comuni e solitamente oneste, è uno spaccato di vita reale. Chi dice che è una fonte inaffidabile? Spesso i governi, che cercano di buttare fumo negli occhi ai cittadini per far si che essi vedano solo ciò che lo stato vuole, anche in quello che ormai pensiamo sia una stato democratico.
    Se nell’epoca del web 2.0 ci sono ancora insegnanti che non credono nel digitale, vi faccio un esempio: Venerdi discutevo con una collega, di come sarebbe stato interessante secondo dotare gli alunni di un proprio Pc collegato alla rete da usare in classe, la risposta che lei mi ha datto è la seguente:” ma stati scherzando il pc? ma se questi spaccano tutto…”, vedete quanti preconcetti? Di fatto gli stessi alunni hanno un pc a casa loro e non penso che lo prendano a calci.
    Ricollegandomi al discorso di @Claude:…E forse c’è un altro fattore che non c’entra con la tecnologia: la disponibilità o meno a collaborare in modo informale, e a considerare seri i risultati così prodotti.
    Visto che con la collega precedentemente menzionata troverei difficilmente una collaborazione, grazie ai blog di colleghi che la pensano come me posso trovare non solo una via di confronto, ma anche un mezzo per trovare nuove idee e poter cosi migliorarmi continuamente.

  34. Andreas ha detto:

    Ah … ariosissimo rilancio 🙂
    Anche nella mia esperienza, la differenza fra coloro che preferiscono processi predeterminati e coloro che più facilmente esplorano i territori dell’incerto, non è riconducibile né al tipo di formazione né all’età. Conosco letterati che sono geek formidabili (vorrei scrivere di uno di essi) e gente con preparazione scientifica ma la flessibilità di un manichino. Ho conosciuto frotte di giovani racchiusi in salottini culturali asfittici che non hanno fabbricato loro e “anziani” che si sono rivelati esploratori formidabili. Come vecchi morti anzitempo nel loro ormai inutile salotto e giovani meravigliosi, s’intende.

  35. Claude Almansi ha detto:

    Come proclamava la copertina del Time 5 anni fa (1), alludendo proprio agli strumenti che hai presentato: “La persona dell’anno sei tu. Sì, tu. Controlli tu l’era dell’informazione. Benvenuto nel tuo mondo”.

    Nei paesi con governi dittatoriali, gli attivisti dei diritti umani hanno capito subito l’utilità vitale e quindi il funzionamento dell’aggregabilità degli strumenti Web 2.0 sia per l’organizzazione sia per la diffusione all’estero delle loro azioni. Quando Musharraf proclamò lo stato di emergenza in Pakistan nel 2007, bloccando tutti gli organi di informazione salvo quelli governativi, gli attivisti organizzarono subito fonti alternative di informazioni, scegliendo un tag – crisispk – che produceva un feed unico che tutti, compresa la stampa estera, potevano seguire facilmente. Da allora ci sono stati tanti altri casi simili: in Iran, nei paesi magrebini, ecc.

    Però nei paesi più democratici, sembra che la gente faccia più fatica a capire queste cose. In Svizzera, alcuni anni fa, c’era stato un sondaggio presso i giornalisti sugli strumenti Web 2.0 che usavano: dai risultati si capiva che diversi avevano risposto che usavano i podcast ma non i feed RSS, Come dire: “mangio le mele ma non la frutta”. Quando avevo menzionato questo paradosso in una mailing list francofona che raggruppava attori di diverse organizzazioni della società civile intorno a temi della società dell’informazione, un giornalista aveva ribattuto un po’ seccato che comunque, le parole blog, podcast, feed non avevano traduzioni in francese, quindi le cose stesse erano irrilevanti.

    Problema linguistico, davvero? Però già Aristotele scriveva che i neologismi vanno bene a patto di definirli, ed è facile reperire le definizioni dei termini Web 2.0 con un motore di ricerca. Forse è piuttosto una questione di atteggiamento mentale: nei paesi ricchi e democratici, era più diffuso il primo web che nei paesi più poveri e meno abbienti. Ed era un web che richiedeva notevoli competenze tecniche, e spesso l’intermediazione di tecnici che si sono ben guardati dal far sapere ai datori di lavoro e in giro quanto il Web 2.0 aveva semplificato le cose. Da qui una percezione limitata soltanto ai veloci mutamenti del Web 2.0 e alla proliferazione dei suoi strumenti, invece che delle caratteristiche basilari comuni che fanno sì che se ne sai usare uno, li sai usare tutti: ti crei un account poi scrivi, semmai aggiungi un oggetto non testuale – video o audio o immagine – come aggiungeresti un allegato a un e-mail.

    E forse c’è un altro fattore che non c’entra con la tecnologia: la disponibilità o meno a collaborare in modo informale, e a considerare seri i risultati così prodotti. C’è gente che vuole i work flow gerarchizzati e rigidi, e senza si sente persa. E c’è gente che invece è tutta felice di poter ricombinare liberamente gli elementi di un progetto in fieri per arrivare alla forma o alle forme più fruibili. Ma nella mia esperienza, la differenza non è riconducibile né al tipo di formazione né all’età.

    (1) Quel che appare come un rettangolo grigio nell’immagine linkata era una superficie riflettente.
    (2) Vero che poi, un altro giornalista mi aveva scritto fuori lista: “Ti ha risposto così perché è impiegato fisso di un quotidiano. Noi freelance ci teniamo più aggiornati, per necessità.”

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