Narrare con immagini e suoni


Dove, con una certa fatica, cerco di dire delle cose utili per chi vuol dire qualcosa con le immagini e i suoni

Interno cabina della locomotiva a vapore HG 3/4 Nr. 1 "Furkahorn", fabbricata in Winterthur (CH) nel 1913 per operare sulla tratta a scartamento ridotto di alta montagna Brig-Furka-Disentis, successivamente venduta in Vietnam nel 1947, dove ha lavorato fino al 1993, anno nel quale è stato riportata in Svizzera per viaggiare sulla linea Oberwald-Furka-Realp, da allora operativa nella stagione estiva. Foto trasformata in scala di grigi e aggiustata per vedere il fumo... (vedi testo). Elaborazione grafica eseguita con Gimp.
Interno cabina della locomotiva a vapore HG 3/4 Nr. 1 "Furkahorn", fabbricata in Winterthur (CH) nel 1913 per operare sulla tratta a scartamento ridotto di alta montagna Brig-Furka-Disentis, successivamente venduta in Vietnam nel 1947, dove ha lavorato fino al 1993, anno nel quale è stato riportata in Svizzera per viaggiare sulla linea Oberwald-Furka-Realp, da allora operativa nella stagione estiva. Foto trasformata in scala di grigi e aggiustata per vedere il fumo... (vedi testo). Elaborazione grafica eseguita con Gimp.

Prologo

Ero partito con l’idea di sbrigarmela in un pomeriggio, scrivendo due o tre consigli che, nella mia non proprio vasta esperienza di video si sono rivelati utili. E l’idea era quella di arrivare al massimo a una sorta di micromanuale del video, davvero piccolo. Ma pensandoci, tutto questo si è rivelato talmente riduttivo da indurmi a generalizzare anche il titolo: narrare con immagini e suoni. Il fatto è che i mezzi di registrazione e elaborazione audiovisiva oggi elargiscono una gamma di possibilità così smisurata che il limite è veramente costituito solo dalla fantasia, e dalla fantasia di chiunque possa acquistare con relativamente piccole quote del proprio stipendio uno di questi oggetti. Per fare un discorso che sia appena sensato, invece di affogare subito in poche delle innumerevoli possibili disquisizioni tecniche, occorre prendere coscienza di questa potenzialità e occorre appellarsi a quelle risorse creative, ai quei lampi di poesia, che in ciascuno di noi covano sotto le ceneri dell’istruzione.

[Modifica 10 aprile: il paragrafo seguente aveva senso durante lo svolgimento del corso, vale a dire durante il semestre autunnale del 2011]

È molto probabile che abbiate delle cose utili da aggiungere. Considero quindi questo post in divenire. Ho trascritto il testo in un pad che chiunque di voi può aggiornare. Se ci troverò degli aggiornamenti, provvederò ad integrarli in questo post. Ignorate i codici HTML che ci troverete. Voi limitatevi a porre i vostri eventuali testi nei punti pertinenti, alla formattazione provvederò io. Ho visto che sono già arrivati dei suggerimenti fra i commenti in Aspettando il post che non viene. Se alcuni degli autori di tali commenti lo desiderano, possono integrare e sviluppare le loro proposte nel testo del suddetto pad.

E colgo anche l’occasione per dire che il (per)corso potrebbe essere finito qui, per quasi tutti voi, stando alla mera contabilità dei prodotti disseminati lungo le vostre tracce, che è la cosa che mi interessa di meno, ma che invece io continuerò per un po’ a depositare in questo blog spunti e approfondimenti che possano essere in qualche modo attinenti ai temi dell’editing multimediale, e dell’impiego delle tecnologie in generale. Ognuno può cogliere ciò che gli serve e che gli interessa. Da ora in poi il ritmo sarà quindi più rilassato e casuale.

Dipingere con la luce

Il mio amico Andrea era un valentissimo cameramen e montatore. Tante volte mi ha spiegato come in realtà il suo vero mestiere, e la sua grande passione, fosse la fotografia. Pensavo di metterci al massimo un pomeriggio a scrivere qualcosa sulla creazione dei video. Sono passati diversi giorni e non ho scritto una riga, incalzato da ricordi, idee e collegamenti, che ora faccio fatica riordinare. Se Andrea fosse ancora tra noi sarei certamente andato a trovarlo, ma purtroppo non è più possibile.

Fare un video è narrare mediante suono e immagini. Fare immagini è fotografia. Il fotografo di National Geographic, Richard Olsenius, ha intitolato Dipingere con la luce, un capitolo del suo Corso di fotografia in bianco e nero. Leggerlo mi ha aiutato a recuperare tante azioni viste compiere a Andrea e anche tante sue spiegazioni, ma anche un certo numero di esperienze dirette. Tuttavia, la cosa interessante è che, dopo avere raccontato come la luce diretta appiattisca troppo, e quindi come la luce del mezzogiorno sia la meno indicata per dipingere le immagini, come invece il primo mattino e il tardo pomeriggio possano essere magici per dipingere il mondo, come addirittura le brutte giornate possano arricchire mirabilmente di toni preziosi l’immagine, mediante l’uso sapiente di obiettivi luminosi e post-elaborazione, o come negli interni convenga illuminare i soggetti con luce diffusa, magari la luce che viene da una finestra, alla fine concluda (P. 74):

Ora divertitevi, violate le regole, sperimentate. Lasciate che la vostra visione personale sia il vostro punto di vista, ma ricordate che, come tutto, il successo non si ottiene da un giorno all’altro.

La foto della locomotiva all’inizio del post è dipinta? Sì, perché non è tal quale. Ad essere franchi l’idea che esista una realtà tal quale è di per sé peregrina. Lorenzo Viani scrisse che

il pittore che si propone la rappresentazione del vero è sempre nel falso

Vale anche per la fotografia, quello che viene fuori è figlio di innumerevoli fattori, tutti potenzialmente sotto il controllo del fotografo: inquadratura, formato, obiettivo, esposizione, pellicola o chip fotosensibile, operazioni condotte in camera oscura o post-processing digitale. Uno scatto, illimitati risultati. La foto della locomotiva sputata dalla mia macchinetta fotografica non descriveva ciò che aveva invaso la mia mente e che mi aveva spinto a fare quello scatto: quel fumino evanescente sulla destra, appena visibile ma sorprendentemente sprigionato dalla grande macchina quiescente. E il campo della foto molto più ampio, i parametri di rappresentazione e i colori medesimi, rendevano quel fumo ancor meno visibile. Invece il fumo, che effettivamente sortiva da pertugi reconditi per svanire quasi subito, irrilevante fra quelle tonnellate di ferro, era proprio quello che aveva invaso la mia mente, perché pur nel suo svaporare effimero, era la testimonianza diretta della presenza del disordine, del caos, che anche la macchina simbolo della scienza e della tecnologia ottocentesca, simbolo dell’irruento incedere dell’industrializzazione meccanica, non può fare a meno di rivelare. Disordine e caos dell’irruenta combustione del carbone nel forno della macchina. Disordine e caos dell’agitazione molecolare che impone il suo pesante dazio alla produzione del lavoro meccanico. Disordine e caos faticosamente e ingegnosamente confinati per svariati decenni, forse per un secolo, nel secondo principio della termodinamica, quello secondo cui non si può impedire che qualsiasi macchina in grado di produrre lavoro meccanico, dissipi una sostanziale quota di energia in calore, ovvero disordine: la polvere del disordine e del caos spazzata sotto il tappeto del secondo principio della termodinamica! Nella fotografia, la luce aveva dipinto quel fumo, seppur in modo lieve. Ecco allora che lavorando sui meri contenuti numerici dei pixel prodotti dalla macchina fotografica, limitando e aggiustando l’inquadratura, scomponendo l’immagine nei suoi colori fondamentali, utilizzandoli in modo da produrre una scala di grigi e regolandone luminosità e contrasto, quelle pennellate sono emerse. Ma, come sempre, si potrebbe fare di più. Si potrebbe per esempio, creare un duplicato dell’immagine in un altro livello (layer) del software di fotoritocco, poi cancellare in questa seconda immagine tutto ciò che non è fumo, con mano leggera e consapevole manovrare la “gomma sfumata”, e quindi assegnare una scala di colori caldi, arancio-rossastri, evocativi delle calde fucine che generano caos, per poi sovrapporre le due immagini. E chissà quante altre cose si potrebbero fare ancora …

Raccontare

Anche le immagini raccontano, ma a partire da un punto fisso, dal quale l’osservatore può estrapolare una storia, con un processo non lineare. Il video invece racconta per sua natura. Potrebbe sembrare banale, si prende una videocamera – o un software di screenshot – e si riprende qualcosa che si dipana nel tempo. In realtà questo accade raramente. In gergo cinematografico, è raro che un’intera storia venga realizzata mediante un piano sequenza, ovvero mediante la scansione temporale del “girato”. Il video finale ha un suo tempo, diverso dal tempo naturale del piano sequenza, nel quale vengono collocate sequenze diverse, a prescindere dalla loro origine, magari anche singoli fotogrammi o immagini sintetizzate in altri modi. Questo processo è quello del montaggio, o più precisamente del montaggio non lineare, con il quale si possono andare a prendere sequenze qualsiasi, in modo del tutto arbitrario all’interno del girato. Un metodo questo che è peculiare degli strumenti di montaggio software, con i quali si possono applicare anche effetti particolari alle sequenze senza distruggere il girato, potendo cioè sempre fare un passo indietro. Prima dell’avvento del digitale, il montaggio rappresentava – e rappresenta – un lavoro defatigante: tipicamente, per produrre un cortometraggio di dieci minuti, potevano occorrere mesi di lavoro taglia-incolla eseguito su di ore o decine di ore di girato. Anche per chi usa il digitale il montaggio è un lavoro molto lungo ma oggi ci sono possibilità e flessibilità che prima erano inimmaginabili.

Nei software per montaggio è invalso l’uso di chiamare le singole sequenze clip e la successione delle clip storyboard. In realtà la storyboard è nata ben prima che tali sistemi vedessero la luce. Si trattava di una serie di bozzetti che venivano – e spesso vengono – disegnati, per tratteggiare la successione delle scene più significative. Esiste anche un software che serve a comporre storyboard, celtx, scaricabile in una versione free piuttosto articolata, da quello che ho potuto vedere in cinque minuti. Simpatico, ma penso che si possa fare benissimo anche a mano. Può essere che organizzare una storyboard a priori sia utile ma mi guardo bene dall’enunciare regole in proposito. Anzi, colgo l’occasione per allargare la visione, menzionando l’esperienza di un grande italiano: Vittorio De Seta, scomparso lo scorso novembre. Facciamoci introdurre De Seta da Martin Scorsese (copertina posteriore del DVD):

Avevo sentito parlare dei documentari di De Seta come accade per i luoghi leggendari: qualcuno li aveva visti, nessuno sapeva dove. De Seta stesso era una figura leggendaria e misteriosa. A New York all’inizio degli anni sessanta avevo visto Banditi a Orgosolo. Uno dei film più insoliti e straordinari… De Seta era un antropologo che si esprimeva con la voce di un poeta.
Da dove veniva questa voce? Qualche tempo fa ho ricevuto un regalo inaspettato, le copie in 35mm dei documentari diretti da Vittorio De Seta tra il 1954 e il 1958. Titoli incantevoli: Lu tempu di li pisci spata… Isole di fuoco… Contadini del mare… Parabola d’oro…
Li ho proiettati, e sono rimasto stupefatto, sopraffatto da un’emozione intensa, come se, oltrepassato lo schermo, mi fossi ritrovato in un mondo mai conosciuto, che improvvisamente riconoscevo.
Era l’Italia del Sud, la mia cultura ancestrale che volgeva alla sua fine, a un passo dal suo ingresso nella sfera del mito. Un tempo in cui la luce del giorno era preziosa e le notti completamente buie e misteriose. Erano i figli di Prometeo, che aveva rubato il fuoco agli dei per donarlo ai mortali, e per questo erano stati puniti. Gente che cercava la redenzione attraverso il lavoro manuale: nelle viscere della terra, in mare aperto, tagliando il grano.
Gente che sembrava pregare attraverso la fatica delle mani.

Ebbene, come aveva proceduto Vittorio De Seta per realizzare questi straordinari documenti? Premetto solamente che, in primo luogo si recava sul posto mesi prima, per familiarizzare con le persone e assorbire l’atmosfera dei luoghi, poi lavorava praticamente da solo con l’aiuto di un ragazzo, manovrando macchine pesanti e complesse, tecnicamente limitate, per esempio con sensibilità di 25-50 ASA, in situazioni complicatissime, su piccole barche, o in miniera, manovrando sia la registrazione del sonoro che del video, sperimentando allo stesso tempo la grande novità del cinemascope che richiedeva due successive messe a fuoco di due diversi sistemi di lenti, il tutto senza poter vedere il video, ma solo sentire il sonoro, per mesi, prima di entrare in sala di montaggio. Un gigante. Ma un gigante anche per avere avuto l’intuito di andare a cogliere le ultime espressioni di un mondo che fu prestissimo irrimediabimente perduto. E anche per avere colto quell’intuizione e non avere aspettato di avere acquisito le competenze. Per il resto lasciamo parlare De Seta stesso, in questo brano di una conversazione con Goffredo Fofi, che ho tratto da La fatica delle mani, a cura di Maro Capello, allegato al DVD Mondo perduto, p. 23:

Chiede Goffredo Fofi a De Seta

Il tuo passaggio alla regia , dopo una prima “prova” [come secondo aiuto regista nel 53, quando De Seta era trentenne], è radicale sia nella scelta di un ambiente sia nell’approccio a esso.

Nel ’54, in Aprile feci La Pasqua, in bianco e nero, 16 mm, assieme a Vito Pandolfi…

…in quegli anni Pandolfi mise insieme un libro interessante, Copioni da due soldi, che era una perlustrazione di tutto il teatro minore: dai venditori di strada ai cantastorie, dalla sceneggiata alle feste. Tutto un percorso nella realtà italiana povera, un mondo che è stato poco raccontato, trascurato dallo stesso neorealismo…

…in realtà Pandolfi lo conosceva mia moglie, che faceva teatro. Non ci fu un grande legame, né io possedevo una grande consapevolezza culturale. Il documentario era convenzionale, ma venne a vederlo Zavattini, e il suo entusiasmo mi incoraggiò. Di lì a pochi mesi, ho fatto Lu tempu di li pisci spata che era un lavoro difficile, visto che già era difficile stare sulla barca a fare riprese. Per me la cosa determinante fu l’abolizione del commento. Incominciai a girare le prime inquadrature senza avere un chiaro progetto. Alla sera ascoltavo il sonoro, che avevo registrato con ricchezza, voci, suoni, canti, musiche, rumori del mare, atmosfere. Sentivo che era un elemento determinante perché, abolendo lo speaker, che rappresenta l’ossatura ideologica del documentario, il film si deve reggere sulle proprie forze. Così viene in primo piano il sonoro; tutta la struttura deve essere fondata sul ritmo. Sulla base del sonoro, che non era un suono “sinc” ma ricostruito, mi componevo in testa la struttura del documentario, prima di poter vedere finalmente le immagini.

Lu tempu di li pisci spata
Questo è il primo dei dieci cortometraggi contenuti nel DVD Mondo perduto. Mi sono piaciuti così tanto che ne ho comprati tre, uno per me, due li ho regalati a due amici. Confido che diffondere sequenze in rete finisca col fare acquistare più originali…

E queste immagini De Seta le potè vedere solo una volta tornato a Roma, dopo avere sviluppato le pellicole in studio. Ricordo di avere sentito un’altra sua intervista, dove raccontava di essersi messo a piangere dopo avere visto che le immagini c’erano, perchè avrebbero potuto essere anche tutte vuote!
Quel sonoro di cui parla De Seta, è stato il percorso sul quale dipinse le sequenze disponibili, che non erano mai in sincronia perchè non era possibile, in quelle condizioni, registrare contemporaneamente il video e il sonoro. Ecco, in questo esempio si percepisce appieno la forza creativa che può essere espressa nella fase di montaggio.

Calando nel microcosmo, anche nei bricovideo che ho proposto nel post precedente, il sonoro ha giocato il ruolo portante: prima ho disegnato con calma come se fossi alla lavagna gli schemi, usando una tavoletta grafica e Gimp, registrando allo stesso tempo con un software di cattura dello schermo. Poi facendo scorrere a mano le clip così ottenute, ho pronunciato i brani del discorso, come se fossi stato a lezione. Successivamente, con un programma di editing ho tagliato, ripulito e ricomposto le sequenze video, aggiustandone la velocità in base alla temporizzazione del parlato. Nella sequenza iniziale e in quella finale, ho invece aggiustato la velocità del video cercando di ritrovare un po’ il ritmo della musica (coperta da licenza CC, ma su questo tema ritorneremo), per tentare di ravvivare un po’ l’atmosfera del parlato, a dire il vero un po’ anestetizzante. Se lo dovessi migliorare, mi preocuperei di dinamizzare molto di più le sequenze video, nello stile del video di Sir Ken Robinson, che abbiamo visto insieme, ma per fare questo ci vuole molto molto tempo. Per inciso, per fare uno di quei video, di circa dieci minuti, ci vogliono due o tre mesi di lavoro da parte di uno staff specializzato, per la modica cifra di 10000-15000€. Io non avevo le competenze né il tempo né i denari per fare una cosa del genere! Tuttavia si può sempre provare a fare qualcosa …

Quali strumenti

Qui c’è da perdere la testa con l’enorme strumentario che oggi è a disposizione di quasi tutti. Proviamo a stare inizialmente alti per poi calare in qualche particolare.

La video camera, gli apparecchi fotografici, gli smartphone offrono opportunità sconfinate, che ben pochi sfruttano, e di cui ben pochi educatori fanno tesoro, a tutti i livelli. Naturalmente le eccezioni non mancano. Paolo Beneventi fa uno splendido lavoro con i bambini, che documenta nel suo blog Bambini Oggi, anzi che ha documentato, perché scopro in questo preciso momento che il blog è stato sospeso dall’11 gennaio scorso. Un’altra triste notizia, questo sta diventando un post triste. Paolo Beneventi fa un bellissimo lavoro nel quale sfrutta la fantasia dei bambini per guidarli all’impiego creativo e attivo delle tecnologie. A titolo d’esempio segnalo fra i tantissimi post La fotografia, la meraviglia, la tecnica”, GREYC’s Magic Image Converter per GIMP: un antidoto contro la “immaginazione corta”! e Oggi non si può fare il video con le ombre, perché non c’è il sole!. Quelli che narrano le scoperte degli insetti sono particolarmente interessanti.

Sono assolutamente straordinarie le cose che si possono fare con le macchine digitali che oggi troviamo sugli scaffali di un qualsiasi supermercato. In Digital Film Making, Mike Figgis descrive la propria esperienza di regista cinematografico che decide di esplorare a fondo il nuovo universo digitale. Digital Film Making è un ottimo libro da leggere per chiunque voglia cimentarsi con il video. Non poteva mancare un capitolo sulla luce, nel quale Figgis espone una tesi interessante. Con le prime tecnologie, il cinema era affamato di luce. Hollywood è la patria del cinema perché nella California del sud c’è quasi sempre molta luce. Antonino Delli Colli, direttore della fotografia anche in Totò a colori, il primo film italiano a colori, racconta come per gli attori fosse una vera tortura recitare negli interni con la quantità di luce necessaria a tirare fuori i colori dalla pellicola Ferraniacolor, che aveva un sensibilità di soli 6 ASA! In pratica arrostivano. Sebbene con l’evolversi della tecnologia le pellicole divenissero sempre più sensibili e le lenti più luminose, questa atavica fame di luce ha lasciato una traccia profonda: fare cinema richiede una grande luce e quindi un grande direttore della fotografia. Mike Figgis, sostiene che fare un video è diverso da fare cinema, anche in virtù della straordinaria sensibilità – e non solo – delle videocamere, e critica l’abitudine di predisporre grandi luci anche quando si usano videocamere: una luce artificiale extra può ingoiare una luce naturale che avrebbe potuto contribuire significativamente all’espressione di una scena. E sostiene anche che i registi dovrebbero smettere di continuare a illuminare quando fanno cinema con macchine digitali. È interessante la convergenza con i suggerimenti di Richard Olsenius per la fotografia: meno luce può essere meglio.

E già che siamo con Figgis, rimaniamoci ancora a proposito di un altro pezzo di stumentazione: il software di editing video.

My experience with iMovie was interesting. I had it on my computer and I never used it. Then, one day, I shot something that I didn’t really want anybody else to cut at that stage. I just wanted to look at it. And I had no idea how to use the iMovie system. I am not someone who could be described as computer literate. I don’t love computers. I have been dragged to them reluctantly, and have been delighted by what they can do, but I had some difficulty in learning the system initially. So I would say I represent the low end of capability here. Compared to anyone under thirty, who will have had far more experience with computers than I have ever had, I’m in the Stone Age. So I turned the system on and there was a little demo reel that came with it just to help one through the process. I found out how to plug in my camera so that I could use the camera as a playback machine and as an importing machine. That seemed very straightforward.

Then I started importing some shots, and I saw very quickly how they aligned themselves into a sort of catalogue. within a couple of hours I’d cut a sequence. I started to think about how I could do a little sound dissolve here, and I went into the menu that said what was available in terms of effects for sound and effects for visuals. And it was so obvious and so self-explanatory, even to a novice like me, that I cut a really rather sophisticated five-minute film. Starting from zero, I did it in one day. And I immediately thought I could cut a whole features like this.

Successivamente, Mike Figgis ha montato interi film con iMovie. Dopo faccio una piccola e molto carente disanima degli strumenti disponibili, ma ciò che conta veramente è il vostro obiettivo e il vostro atteggiamento di fronte allo strumento, qualsiasi esso sia.

In pratica

È difficile entrare nei dettagli considerata l’enorme varietà e variabilità dei vari sistemi e componenti. Proviamo comunque a estrapolare alcune indicazioni pratiche, in buona parte desunte da varie conversazioni avute con esperti.

  1. Nelle riprese video dedicare del tempo, se possibile, a cercare l’inquadratura: punto di ripresa, profondità del campo, luce. In pratica quello che si fa prima di scattare una foto, solo che qui questa ricerca si traduce in una parte di girato che, ovviamente, non finirà – salvo sorprese – nel prodotto finale.
  2. Essere ariosi nell’inquadrare… Non è detto che il soggetto principale debba essere piazzato al centro della scena. Questo vale anche per lo scatto di immagini; è una faccenda di composizione. Immaginare di dividere il campo di vista con due linee parallele orizzontali e due verticali, che lo dividano quindi in una scacchiera 3×3. Provare a piazzare gli elementi o le linee importanti – orizzonti eccetera – sui punti o sulle linee di tale griglia. Per esempio, un soggetto posto in posizione decentrata potrebbe essere messo in maggiore enfasi da un gioco di prospettive. Affidarsi quindi alla propria ispirazione.
  3. Vero è che la luce è la carta su cui si scrivono foto e video, ma non è detto che la miglior carta sia quella candida. Se si ha libertà nella programmazione di una ripresa esterna, porsi il problema della luce, privilegiando le ore con luci radenti e soffuse. Pensare alle tonalità assunte dall’atmosfera nei luoghi dove vi trovate, nella diverse fasi del giorno, nelle particolari condizioni metereologiche. Magari poi non decidete niente di preciso, ma non pensarci potrebbe significare perdere un’occasione. O, banalmente, come nel post Oggi non si può fare il video con le ombre, perché non c’è il sole! E se il sole c’è, porsi la questione della lunghezza delle ombre …
  4. Cercare di utilizzare le luci naturali dell’interno; con la sensibilità delle macchine di oggi si può lavorare in condizioni incredibili. Se la luce fosse veramente troppo carente, provare a utilizzare la luce diffusa da una finestra, se possibile. Oppure, se dovesse essere necessario aggiungere luci artificiali, non illuminare mai il soggetto con luce diretta, ma dirigere le luci su qualche superficie chiara circostante. Sperimentare. Seguire l’ispirazione.
  5. Non c’è dubbio che lo zoom sia una trovata formidabile per controllare il campo, ma non usarlo come effetto speciale nel video! Zoomate pure girando, per cercare il campo giusto volta volta, ma poi durante il montaggio tagliate via le zoomate. A meno che lo zoom non venga utilizzato con progressione sapiente e con intenti molto precisi.
  6. I file video sono molto grandi perché contengono una quantità enorme di informazione. Volendo fare una scala a braccio, la Divina Commedia richiede 0.5 MB, una foto in buona risoluzione 10 MB, un video di una decina di minuti 500 MB. Non è una buona idea manipolare file molto grandi, i trasferimenti possono essere troppo lunghi, altrettanto le operazioni di “rendering” o di codifica. Le operazioni di editing vengono rallentate da attese che possono rivelarsi molto lunghe, durante le quali non si può fare niente. Con la mole di dati di una clip troppo lunga non è difficile ritrovarsi con il sistema inchiodato per delle ore. E i sistemi inchiodati su calcoli troppo lunghi possono essere fonte di instabilità per tutto il sistema operativo, talvolta anche solo perché l’utente non interpreta correttamente lo stato della macchina e, cliccando inconsultamente altrove, finisce col paralizzare tutto. Inoltre, se le clip sono memorizzate in file separati, magari perché sono state acquisite già così – buon idea interrompere ogni tanto le registrazioni – allora , meglio ritrovarsi con un solo piccolo file pasticciato, fra tanti, che con un unico grande file pasticciato. Abituarsi quindi a fare clip relativamente brevi.
  7. Se il sonoro contiene la voce di un narratore, come può essere anche il caso di un banale tutorial, conviene “ripulirlo” da una serie di accidenti antiestetici che allungano inutilmente i tempi: balbettamenti, attacchi strascicati in cerca della parola, colpi di tosse, schiocchi eccetera. I sistemi audio o video mostrano usualmente la traccia del sonoro sulla cosiddetta timeline – delle due tracce se l’audio è stereo. Si tratta di un grafico in funzione del tempo che esprime l’andamento delle onde di pressione con il quale si propaga il suono. Ma a prescindere dal significato tecnico del grafico, ci si abitua rapidamente ad associare la forma delle onde alla struttura delle frasi e anche a certi particolari tratti del parlato. Per esempio, le vocali allungate nella ricerca della prossima parola hanno la forma di una sorta di salsiccia allungata, che è molto facile individuare anche solo visivamente e eliminare con i comandi dell’editor. In un video successivo vedremo questo fatto in pratica. Anche in questo caso, non si deve essere rigidi, può essere che certi difetti del parlato di una persona contribuiscano a caratterizzarla espressivamente, e allora l’editing ne dovrà tenere conto. In generale comunque la pulizia dell’audio è un’operazione che viene fatta comunemente. Ricordo un commento radiofonico nel quale si raccontava come Pasolini lavorasse puntigliosamente insieme al montatore per ripulire l’audio di una certa intervista, cercando di ridurre al massimo i tempi morti, timoroso che gli spettatori si annoiassero. Quando l’audio accompagna un video, questo è associato alla traccia video. I sistemi di editing che siano minimamente sofisticati consentono di “sganciare” la traccia audio e di lavorarci separatamente, per poi riaccoppiarla appropriatamente a quella video. Tuttavia, gli interventi di pulizia a cui abbiamo acennato possono essere fatti direttamente sulle due tracce accoppiate, perché i tagli che vengono fatti sono solitamente di durata abbastanza piccola da non essere percepiti nella visione.
  8. Salvare, salvare tutto frequentemente, ossessivamente. Questa è una regola aurea del digitale ma quando i materiali e le elaborazioni sono complesse allora è veramente pericoloso non osservarla. Sommersi di software come siamo – dal telefono al computer è tutto software – non ci badiamo ma talvolta usiamo con nonchalance delle applicazioni che sono delle vere mostruosità. Probabilmente un software di editing video di oggi è molto più complesso di quello che servì a controllare la missione sulla luna di Apollo 11 del 1966. E il software, tutto il software del mondo è sempre pieno di errori. Non esiste un software privo di errori, a meno che non sia assolutamente banale, ma allora anche probabilmente del tutto inutile. Ci sono invece software che hanno meno errori di altri, e anche software che probabilmente hanno davvero pochi errori. E dove si trovano questi ultimi? Fra quelli molto vecchi! Il software è come il vino buono, migliora con il tempo, a condizione che venga usato costantemente e che vi sia una comunicazione ininterrotta fra chi lo usa e chi lo ha prodotto e lo mantiene. Nei casi in cui le prestazioni sono critiche, per esempio nei software utilizzati nelle missioni spaziali o anche in quelli utilizzati per la gestione delle transazioni finanziarie o bancarie, si tende ad utilizzare software delle generazioni precedenti perché è più importante la minore incidenza degli errori piuttosto che un maggior numero di brillanti opzioni nuove. Per tante applicazioni meno critiche, il requisito di solidità cozza con gli interessi di mercato, e quindi i regimi economici frenetici privilegiano la diffusione di applicazioni che sono straricche di strumenti ma anche piuttosto instabili, talvolta sorprendentemente instabili. E naturalmente, l’instabilità cresce con la complessità del software e dell’informazione che questo deve processare. È esattamente il caso delle applicazioni di editing multimediale. Quindi salvare, salvare salvare. Nel video successivo mostrerò anche come.
  9. Se l’ispirazione vi induce ad infrangere alcune di queste regole, eccetto l’ultima, fatelo.

Piccola e incompleta lista di strumenti vari

  • Strumenti per l’elaborazione delle immaginiSarebbe pazzesco volerli menzionare tutti. Ce ne sono anche nella forma del web service: Picnik (che migrerà presto su Google+), sumo paint, splashup, giusto per menzionarne tre, potete googlarvi gli altri. Per fare qualche ritocco al volo possono andare benissimo.

    Invece, per fare qualcosa di appena più impegnativo, conviene utilizzare una qualche applicazione installata sul computer. È importante prima distinguere fra due tipologie di strumenti: quelli che lavorano su immagini tipo bitmap (utile pensare alla traduzione letterale mappe di bit) e quelli che lavorano su immagini di tipo vettoriale. I primi sono noti anche come bitmap o raster graphics editors e i secondi come vector graphics editors. La differenza sta nel modo nel quale le immagini vengono memorizzate, nei rispettivi sistemi. Aiutiamoci con un esempio. Supponiamo prima di disegnare una circonferenza con un software di tipo bitmap, poi immaginiamo di ingrandire molto l’immagine: prima o poi la circonferenza rivelerà la struttura in pixel, che le darà un aspetto frastagliato. Disegnate ora la stessa circonferenza con un software di tipo vettoriale e provate a ingrandire l’immagine a piacimento: la circonferenza sarà sempre lì, con gli stessi identici attributi che le avrete assegnato all’atto della sua creazione. Magari ne vedete solo un piccolo arco perché avete ingrandito l’immagine veramente tanto, ma lo spessore del tratto sarà sempre quello. Perché questa differenza? Il software di tipo bitmap parte da un’immagine che ha una data dimensione: tanti pixel alta e tanti pixel larga. Dopodiché qualsiasi cosa facciate, il software si preoccupa di riempire i pixel come dite voi. Altro non fa. Se avete chiesto di disegnare una circonferenza, lui utilizza l’equazione matematica della circonferenza

    x^2 + y^2 - 2 \alpha x - 2 \beta y + \alpha^2 + \beta^2 - r^2 = 0

    dove \alpha e \beta sono le coordinate del centro e r è il raggio della circonferenza, per riempire appropriatamente i pixel, ma poi se ne dimentica, ovvero dimentica i suoi parametri, \alpha e \beta e r (nota per chi si terrorizza alla vista di un’equazione). Invece, il software di tipo vettoriale, utilizza l’equazione della circonferenza per disegnarla sul vostro schermo, con i parametri di rappresentazione dell’immagine correnti, ovvero riempie di fatto i pixel che voi comunque vedete sullo schermo, ma non ne memorizza i contenuti, bensì memorizza l’equazione della circonferenza, sotto forma dei suoi parametri \alpha e \beta e r, e di altri eventuali attributi grafici, quali spessore e colore della linea. Poi, ogni volta che voi rinfrescate l’immagine sullo schermo, o perchè ricaricate l’immagine da un file o perchè ne avete variato le dimensioni, lui ricalcola i contenuti dei pixel a partire dall’equazione della circonferenza. E così per tutti gli altri oggetti.

    Quale di questi due oggetti usare? Dipende da quello che volete fare. Se si tratta di ritoccare una fotografia, ci vuole certamente un software di tipo bitmap, se dovete fare un disegno schematico, può valere la pena di usare un sistema di tipo vettoriale.

    • Elaborazione immagini
      • Software bitmap
        • Gimp, bellissimo software libero, di livello professionale, valida alternativa a Photoshop, software commerciale di riferimento, nella categoria. Gimp è disponibile per tutti i sistemi operativi, non ci sono scuse!
        • Photoshop: oltre 1000 €
        • Microsoft Paint. Giusto per dire che è un software di tipo bitmap che avete nel vostro sistema, se usate Windows.
        • Qui ne trovate altri.
      • Software vettoriale
        • Inkscape. Anche questo c’è per tutti i sistemi.
        • Qui ne trovate altri.
    • Elaborazione audio. Qui non vedo grossi motivi per non usare Audacity, software libero disponibile per tutti i sistemi che funziona benissimo. Lo mostrerò un attimo nel video. Se volete proprio cercare altro, qui ci sono le alternative. Aneddoto: un mio amico per un certo periodo nel suo blog postò file audio perché s’era fatto male alla mano dominante.
    • I software di Screencasting sono quelli che consentono di registrare in un video quello che accade sullo schermo di un computer. Sono utilissimi per mostrare procedure di ogni tipo al computer. La rete è popolata da una quantità smisurata di tutorial costruiti a partire da uno screencast.
      • CamStudio è un software free (nella pagina c’è scritto Open Source anziché Free Software, ma poi la licenza è la GPL, quella di Stallman per intendersi) per Windows ma si può installare anche in Linux. Salva i video solo in AVI e SWF e non ha tante opzioni ma può andare benissimo in molte occasioni. In questo corso ho visto che Deborah l’ha usato ottimamente.
      • Jing è prodotto dalla TechSmith per Windows e Mac, ma viene offerto anche in versione free con alcune limitazioni fra cui: durata massima 5 minuti e se uno vuole salvare il video, anziché condividerlo su Youtube, in formato flash (tipo swf). La versione Pro consente di abbattere il limite temporale e di salvare i video in formato MP4, ma 15 $ all’anno
      • Camtasia. Prodotto commerciale. È interessante perché in realtà è anche un sistema di editing più che soddisfacente, in particolare nella versione Mac, Camtasia for Mac, che curiosamente costa notevolmente meno: sotto a 100 €. La versione per Windows, Camtasia Studio, costa intorno a 280 € e probabilmente è più ricca di opzioni. Io conosco solo la versione per Mac e sono a conoscenza di un’opzione che le differenzia, quella che consente di cambiare la velocità di una clip. Probilmente ve ne sono altre.
      • Qui ne trovate altri.
    • Montaggio video. La prima osservazione che vale la pena di fare è che, purtroppo, appena le ambizioni crescono, anche di poco, tocca pagare qualcosa. È un’osservazione che faccio con fatica, perché sono sempre tutto contento quando posso suggerire qualche prodotto software valido creato nel mondo del software libero, e ce ne sono veramente di eccellenti. Non è purtroppo il caso dei prodotti destinati alla manipolazione dei video, dove le soluzioni free o sono troppo limitate, o sono troppo lente nelle operazioni di elaborazione, o offrono scelte limitate nelle codifiche esportate. Peccato, magari con il tempo qualcuna migliorerà. Sarò felice di cambiare questo paragrafo. Per ora mi limito a citare ciò che mi è capitato di usare fin qui.
      • Windows Movie Maker è l’applicazione di video editing che si trova(va) in Microsoft Windows Me, XP, e Vista. Lo sviluppo di Windows Movie Maker è stato abbandonato dopo il rilascio di Windows Vista. È stato sostituito con Windows Live Movie Maker, che pare sia incluso in Windows Live Essentials, un insieme di applicazioni scaricabili da Windows Live, il tentativo di Microsoft di offrire una piattaforma con software scaricabile e servizi Web. Pare che la nuova versione sia notevolmente diversa e, taluni lamentano, troppo semplificata. Di tutto ciò altro non so, sennonché Windows Movie Maker è molto instabile. Vari studenti in passato si sono lamentati, riferendo tutta una serie di disavventure. Il più pessimista diceva di starne più lontano possibile, la più ottimista aveva invece raccontato di essere riuscita a fare un bel lavoro con i suoi bambini, ma a condizione di tenere sempre tutti i file in una stessa cartella senza spostarli mai e di fare salvataggi frequenti. Norma quest’ultima che è comunque sempre consigliabile, come abbiamo già detto.
      • iMovie è invece l’applicazione di editing video inclusa nel sistema Mac OS X. A dire il vero, quando ho aggiornato il sistema sul mio Mac a Mac OS X Snow Leopard, perché me l’aveva regalato un amico, non ci ho più trovato iMovie. Pare che se uno compra un Mac nuovo allora ce lo dovrebbe trovare, ma non è il mio caso, sul momento. Qui c’è tutta la storia. Se ce lo volessi rimettere dovrei acquistare la suite iLife per circa 40 €. Qualche anno fa l’ho usato abbastanza. Sufficientemte potente e ragionevolmente solido.
      • Il mio amico Andrea, che era un professionista (i professionisti di audio e video usano quasi sempre prodotti Apple) usava Final Cut Pro, un’applicazione da più di 1000 €. Un giorno, in un grande magazzino trovai in vendita un cd, Final Cut Express, che costava qualcosa meno di 100 €. Final Cut Express era una versione più abbordabile ma non doveva costare così poco. Mi resi conto di essere inciampato in un’offerta perché l’Apple aveva smesso di produrlo. Ora esiste solo Final Cut Pro X: 230 €. Per fare i bricovideo ho usato Final Cut Express perché avevo bisogno di qualcosa che mi facesse cambiare la velocità delle clip. Mi pare che si possa fare tutto quello che si vuole, o perlomeno tutto quello che può venire in mente a me. Anche questo ragionevolmente stabile e sufficientemente veloce nelle operazioni.
      • Camtasia l’avevo già citato come applicazione di Screencast. Mi limito a ricitarlo qui perché può essere davvero soddisfacente anche come applicazione di editing video. Da ricordare la strana differenza fra Camtasia for Mac (~100 €) e Camtasia Studio, per Windows (~280 €).
      • Avidemux. Software libero per tutti i sistemi. Se basta, meglio.
      • Kdenlive. Software libero Linux. Se basta, meglio.
      • Animoto. Questo è un servizio web. Una specie di tritacarne dove butti dentro immagini, clip, audio e lui ti confeziona una sorta di trailer. Può essere utile per avviarsi al mondo del video ma ti perdi il piacere di creare.
      • Qui trovate qualche altro riferimento.

    E infine concludo con un video dove cerco di mostrare alcune delle pratiche suggerite in questo post.
    Per fare un video bene occorre tempo, invece questo video è stato fatto di fretta. Fra i tanti difetti ha anche quello di essere un po’ lungo. Metto qui sotto un indice per chi volesse andare direttamente a vedere alcuni punti specifici del video. Sotto, in versione embedded, trovate il video intero.




    Riferimenti

    • DIPINGERE CON LUCE
      CORSO DI FOTOGRAFIA, BIANCO E NERO
      Richard Olsenius
      National Geographic Society, 2005
      P. 62
    • SCRITTI E PENSIERI SULL’ARTE
      Lorenzo Viani
      Mauro Baroni Editore, Viareggio, 1997
      P. 95
    • IL MONDO PERDUTO
      I cortometraggi di Vittorio De Seta
      1954-1959
      Cineteca Bologna, 2008
    • DIGITAL FILM-MAKING
      Mike Figgis
      Faber & Faber
      London, 2007
      P. 125
    • TOTÒ A COLORI
      steno1952
      Nel cofanetto “Totò, il principe della risata”
      Dino De Laurentis – Filmauro Home Video, 2004
    • Tranquilli! L’equazione dice molto semplicemente che il risultato dell’operazione a sinistra dell’uguale, deve essere uguale a ciò che c’è alla sua destra, vale a dire uguale a 0 . L’operazione a sinistra non è altro che una somma algebrica (vale a dire che c’è anche roba col segno meno) di alcuni termini, a loro volta prodotto di alcuni fattori: x^2 vuol dire x moltiplicato x , 2 \alpha x vuol dire 2 moltiplicato \alpha moltiplicato x , eccetera. \alpha , \beta e r sono le cose fisse, i cosiddetti parametri. Sono fisse nel senso che se io attribuisco a ciascuna di esse un valore, allora ho definito una precisa circonferenza, all’interno del mondo di tutte le infinite possibili circonferenze possibili. Rimangono x e y . Queste sono le variabili, quelle che servono a disegnare la circonferenza su un pezzo di carta o sullo schermo del computer, in questo caso. In sintesi, il software considera x e y come le coordinate dei pixel sullo schermo, esattamente come nella battaglia navale o in una carta geografica. Poi si “diverte” a “provare” vari valori della x , risolvendo l’equazione, cioè trovando la y in modo che valga l’= . Trovata così la y per ogni x , usa tali valori per individuare il pixel di tali coordinate e lo riempie di colore. Così viene fuori la circonferenza. Questa è una descrizione un po’ semplificata ma è corretta.

30 thoughts on “Narrare con immagini e suoni

  1. Samantha / C'era l'H says:

    @ Stefano: la tua studentessa mi ha fatto tornare indietro con la mente, quando da bambina andavo con mio zio nella sua camera oscuraa vedere sviluppare foto, con la luce rossa sempre accesa e le immagini stese come pannia al sole ad asciugare, mi piaceva così tanto che un giorno mi ha regalato una macchina fotografica fatta con la scatola delle scarpe che mi permetteva di fare scatti simili a quelli della tua tirocinante…che emozione rivederli!
    @Gaetano: ti capisco benissimo quando parli della poesia e delle emozioni da immortalare nelle foto, ho la stessa malattia anche se non ho il bagaglio di esperienza che hai accumulato tu: sono curiosa di vedere cosa ci proporrai nella lezione con Benedetta.
    ps. da piccolo eri proprio bellino 🙂

    @ Andreas:”questo è uno dei modi possibili di “terminare” il (per)corso, rimanendo assorti a giocare con uno dei balocchi incontrati per strada, magari una scatola di costruzioni, e iniziando a costruire delle casine, mentre gli altri sono altrove affaccendati.”
    E’ proprio quello che mi succede! Mi sento molto “Semola” anch’io e mi sembra che tutti abbiano un bagaglio di conoscenze maggiori, a volte è sconfortante, a volte è una sfida con se stessi, poi ho incontrato l’area didattica di un blogger avomaio che mi è piaciuto e sto sperimentando una a una le piattaforme che propone, ho iniziato da qui, con calma, a sentirmi meno lumaca.
    A proposito voglio segnalarvi quella la possibilità di fare foto parlanticon http://www.fotobubble.com, davvero molto divertente.

    @Patrizia: concordo pienamente con le tue considerazioni su Mago Merlino: finalmente un po’ di coerenza e una vera nuova vision della scuola e non le solite inutili, ripetitive parole vuote.

  2. monica says:

    Riprendendo le considerazioni che hanno fatto i compagni di viaggio, questo è stato un per-corso stimolante, pieno di novità, di strumenti che ci hanno dato modo non solo di apprendere ma di rievocare quella parte di pensiero divergente che ormai da anni si era assopito. Ringrazio il Prof. per averci dato questa opportunità, per aver dato modo di esprimerci in tanti modi diversi, per averci fatto riscoprire fatti magari appartenenti al passato come diceva @Deborah, per avevr aggiunto quel “qualcosa in più” nell’insegnamento, che sicuramente sarà a nostra volta trasmesso ai nostri alunni. 🙂

  3. patrizia says:

    @deborah: il tuo video, infatti l’ho visto in condivisione materiali,. per quanto riguarda il mio video ti assicuro che mentre lo guardavo e riguardavo avevo le tue stesse perplessità, infatti ho cercato il più possibile di rallentare l’uscita delle immagini. e poi la maggior difficoltà è stata proprio quella di scrivere quei testi così lunghi, continuava a cancellarmi quello che scrivevo in più secondo il format del programma. ma alla fine ho vinto io e sono riuscita a scrivere tutto quello che volevo, senza doverlo dividere in più parti.
    hai ragione quando dici che il lettore deve essere catturato dalle immagini e dalle poche parole, e se è possibili anche dal suono delle parole che narrano, ma quando mi sono ritrovata quella creaturina tra le mani, non me la sono sentita di sintetizzare i testi. come si dice a Napoli “ogni scarrafon è bell’a mamma soia”…
    buon viaggio anche a te patrizia

  4. Andreas says:

    Infatti, nella “istruzione” è stata completamente dimenticata la Poesia, che non ha niente a che vedere con una manciata di poesie imparate a memoria, da spiegare nel “modo giusto” dell’insegnante e delle note al margine. Senza una visione poetica del mondo, non si può capire niente, neanche la matematica (infatti i maturati anche scientifici non hanno la più pallida idea di cosa sia la matematica per davvero), perché gli umani le cose le capiscono per davvero quando la mente e il cuore si uniscono, quando l’immaginazione nutre il ragionamento.

  5. Deborah says:

    In questo sabato mattina, dove l’insonnia ha preso il sopravvento, e manca ancora quella lucidità utile per ricominciare a studiare Storia della Filosofia, ho preferito scrivere in questo post, approfittando del fatto che vorrei rispondere ad alcuni colleghi iullini e anche ad Andreas.

    @Gaetano: le tue foto sono proprio belle, soprattutto quelle in cui sei bambino. E’ meraviglioso guardarsi e riguardarsi quando si era bambini. E poi l’effetto del bianco e nero è stupendo perchè mi dà sempre l’impressione del passaggio “tecnologico e storico” che, alcuni di noi, hanno più o meno vissuto. E in ogni caso una fotografia fissa per sempre un’immagine, un momento e un vissuto. Quindi, abbiamo in comune due cose straordinarie: per prima cosa siamo appassionati di fotografia. Io fotografo poco e non ho neanche particolari esperienze in merito, ma mi piace tanto fotografare le persone, i volti, cogliere quel particolare sguardo, quella smorfia, quel sorriso, insomma tutto ciò che rappresenta l’umano. Chissà! Magari un giorno avrò anch’io una macchina fotografica e mi cimenterò in quest’arte… Intanto adesso, appena posso, uso il mio cellulare, e anche se a livello tecnologico non si possono fare grandi cose, io vado avanti lo stesso. Penso che l’arte in fondo debba essere anche (e soprattutto) semplicità e gioco continuo, senza particolari effetti speciali, ma intrisa di patos. (Pensa che per il mio per-corso mi sono fatta pure un autoscatto con il telefonino, nelmio immaginario mi serviva anche quella foto…)
    La seconda cosa che abbiamo in comune è che siamo siciliani 🙂 Anche se sono nata e vissuta a Milano i miei genitori sono di Caltagirone, la terra della ceramica. E le mie vacanze estive (3 mesi all’anno!) le ho trascorse tutte in quella splendida terra che non potrò mai dimenticare. Sono le mie radici, è la mia storia.
    P.s. Belle le gemelline! E complimenti al papà! 😉

    @Marvi: accidenti! ma quante macchine fotografiche hai avuto? Questa mi mancava… e chissà quante cose mi mancano ancora di te… Allora ti propongo una cosa: quando saremo più libere dagli impegni di studio, lavoro ecc…, me lo faresti un corso di fotografia? Gaetano è lontano e a lui non potrei chiederglielo… ma tu sei vicina, potremmo approfittare di questa splendida occasione per condividere le passioni. Che dici? Te gusta l’idea? Io sono troppo lumaca… ho bisogno di imparare vedendo, ascoltando e facendo.

    @Patrizia: non mi risulta che Andreas abbia postato il mio video, ma potrebbe essere molto, molto probabile che in questo cyberspazio mi sia fuggito qualcosa… In ogni caso, comprendo perfettamente il tuo stato attuale, la lentezza nell’iniziare un lavoro, pensarlo, strutturarlo, elaborarlo e portarlo a termine, fra lumache ci si intende 😉 Quindi, procedi pure con il tuo lavoro e, quando avrai modo, voglia e tempo, nel caso volessi rivedere il mio video, sappi che l’ho inserito nella cartella dei materiali condivisi della piattaforma IUL.
    Qualche giorno fa, invece, mi è capitato sotto mano un tuo video, una tua sperimentazione per il per-corso. Quando l’ho visto ho pensato che le frasi che hai scritto sono davvero belle e significative. Il problema che mi sono posta, però, è che potrebbero essere un po’ troppo lunghe da leggere se mi volessi immedesimare in un lettore qualsiasi. Mi spiego meglio: io penso che quando si crea un video, se non vi è la voce del narratore, il lingiaggio debba essere breve, diretto ed efficace. Questo per evitare eventuali dispersioni da parte di chi guarda o legge. L’obiettivo che ogni “autore” dovrebbe porsi credo debba essere quello di “catturare” la curiosità altrui e di portare l'”altro” alla riflessione. Non importa se questa riflessione poi sarà costruttiva, critica, opinabile ecc… Ma su questo non vorrei dilungarmi… perché sono una principiante e potrebbe darsi che quello che ti sto dicendo non sia corretto. Il mio motto principale è sempre lo stesso: usa la testa ma fai quello che senti. Avanti tutta Patrizia! Vento in poppa!;-)

    @Andreas: avevo letto il post di Andrea e ieri ho letto anche il tuo: nella tua risposta hai colto nel segno. Dovrebbe essere proprio così. Un bravo educatore lascia che i suoi discenti utilizzino i metodi e le tecniche che più si addicono alle loro capacità e qualità. Tutto si può imparare, certo. Ma non può essere solo l’insegnante a stabilire quando e come. E’ chi apprende che scandisce i tempi e le modalità. Siamo esseri Unici e Irripetibili.
    A questo proposito, e per tornare al tema dell’immagine, della fotografia e del cinema, l’altro giorno pensavo: ma perché mai nelle scuole secondarie non fanno vedere ai giovani un film come “Germania anno zero” di R. Rossellini? Eppure, si parlerà a scuola di guerra, fame, disperazione e distruzione. Allora, cosa c’è di meglio se non un film come quello? Un capolavoro cinematografico girato a Berlino nel ’47, nel primissimo dopoguerra, dove i personaggi non sono professionisti ma “attori di strada”. E dove la disperazione, la guerra e la miseria si mescolano alla poesia… Lo sguardo di quel bambino non potrò mai dimenticarlo… Allora, non potrebbe essere anche questo un modo per rendere consapevoli i nostri giovani, portarli alla riflessione e alla partecipazione costruttiva per un mondo migliore, utilizzando, certo che sì, anche il cinema, il buon cinema, quello che, quando lo guardi rimani incollata alla sedia e, man mano che scorrono le immagini e ascolti le parole, capisci cosa sia la Poesia?

    Questo post si è fatto lungo…. basta.

  6. patrizia says:

    @gaetano: hai acceso la luce . ero riuscita ad inserire tutti i tipi di collegamento (siti, video, immagini e anche documento word) sai che il triangolino non l’avevo proprio visto…ah ! mi mangerei il cappello! cmq per quanto riguarda le schede a cui dai nomi diversi e che puoi aprire senza dover riaprire il programma, è come quando apri pagine diverse di google. non so se il collegamneto tra di loro è possibile, però la tua risposta mi è servita per andare avanti perchè riesco così a realizzare quello a cui stavo pensando. vedi quanto vale un triangolino. grazie mille, chissà qundo l’avrei visto!
    @ il prof: lo so che lei preferisce non essere definito così, ma le dico che per me è stato un prof con la P maiuscola, perchè non ha voluto trasmetterci un bagaglio di contenuti da conoscere e da imparare, almeno non solo;il suo scopo è stato quello di offrirci gli strumenti per camminare nel web, per muoverci in questo mondo che ad un primo impatto sembra fatto pieno di insidie e pericoli, codici e linguaggi sconosciuti ed incomprensibili. ma con poche e semplici informazioni e spiegazioni tutto sembra più chiaro e meno spaventoso. è riuscito a far cadere un po’ di quelle finestre che offuscavano e adombravano le pagine reali. lo strumento che ha voluto offrirci è stato quello dell’autonomia, essere autonomi nel crearci i nostri contenuti in base alle nostre esigenze, ai nostri interessi, e perchè no ai nostri limiti personali. quando è stato necessario è salito in cattedra e ci ha assegnato un compito e per me è servito per capire da che parte dirigermi.
    credo che questa dovrebbe essere la nuova direzione della scuola: dovremmo puntare sempre di più sull’autonomia dei nostri alunni, offrire più strumenti possibili per insegnare loro ad imparare ad impare che è più importante di una pagina di storia imparata a memoria che poi o non ricorderà più o che non gli servirà più. gli strumenti della ricerca, dell’osservazione, della sperimentazione (smanettando di qua e di la’) devono diventare gli obiettivi principali delle nostre lezioni.
    io non so se questo per(corso) per me stia volgendo al termine, perchè di cose da imparare, che ho lasciato indietro , sono ancora tante, sicuramente il mio studio-gioco continuerà non solo per me stessa, ma anche per i miei alunni, perchè la mia deve assolutamente effettuare un cambiamneto di rotta. i bambini e i ragazzi di oggi, ma anche noi del resto, siamo più attratti e coinvolti se ci propongono un video, delle immagini, del materiale con cui interagire, e dal famoso copia-incolla, perchè no, creare cose nuove.
    io speriamo che me la cavo!
    da patrizia-semola al suo Mago Merlino

    PS: metto qui tutti i punti…. e le virgole,,,, e le maiuscole che non ho messo durante la scrittura, ma avevo un occhio al testo e un occhio ai bimbi che dormivano un po’ agitati per il tempo

  7. Andreas says:

    Rispondo qui ad un commento lasciato da Andrea (cyber-visitatore) altrove, perché la risposta s’attaglia al discorso che si va dipanando qui. Commento che trascrivo per comodità:

    Ciao Andreas.
    Ho visto ed apprezzato molto i tuoi Bricovideo che considero un ottimo esempio di efficace formazione asincrona, e replicabile a distanza.

    Personalmente ritengo che, malgrado come tu dici, si possa migliorare anche notevolmente la qualità tecnica, l’aspetto comunicativo sia molto soddisfacente (mi viene in mente il parallelo con quelle riprese da videocamera amatoriale che restituiscono immutata l’emozione del momento ancorché prive di qualsiasi velleità artistica).

    La visione mi ha stimolato, in particolare una riflessione rispetto alla selezione dei contenuti. Quali si adattano al meglio allo strumento e si possano identificare le caratteristiche salienti? … Lungi da aver trovato una risposta al momento mi limito, per il momento, a condividerla con te.

    Tornando all’efficacia, e prima di salutarti, mi piacerebbe capire se esistono indicatori che confermino il maggior livello di apprendimento rispetto ad altre forme di “didattica unidirezionale” come intuitivamente mi sento di immaginare senza il conforto di dati oggettivi.

    Ti ringrazio ancora una volta per aver condiviso questa valida e positiva esperienza.

    Best Regards

    Grazie per il feedback sui bricovideo.

    Mi chiedi quali contenuti si adattino meglio a questo tipo di strumento. Intendendo con “strumento” questo preciso metodo dove un narratore parla su un disegno che si svolge da sé, ti rispondo con l’esigenza che mi ha mosso, ovvero quella di raccontare una qualcosa “alla lavagna”. Che poi s’è rivelato meglio che “alla lavagna”, perché alla vera lavagna ci sono limiti ben precisi a quello che posso disegnare con il gesso mentre parlo. Per esempio, il disegno di uno schema un po’ più complicato mi può costringere a interrompere il flusso del discorso, e quindi magari vi rinuncio. Con il sistema mostrato nei bricovideo, mutuato in modo molto casereccio dagli splendidi video di Sir Ken Robinson, non ho più questi limiti, perché nel tempo del parlato io posso aggiustare quanto voglio la velocità del disegno. Una cosa fantastica, pur nella sua semplicità!

    Poi mi chiedi degli indicatori di un eventuale maggior livello di apprendimento. Qui potrei dire di avere risposto con ciò che ho detto a Patrizia nel commento precedente, anzi ho proprio risposto!

    Aggiungo qualcosa, secondo me in tutti i campi, ma massimamente in quelli iper-mutevoli, come quelli attinenti alla tecnologia oggi, ogni insegnamento che lasci nella testa degli studenti una mera lista di cose, che inesorabilmente andrà affievolendosi, ha valore minimale se non addirittura ha natura di vero e proprio “pacco”. Quello che un insegnamento deve lasciare, è l’autonomia nel apprendere nuovi elementi e procedimenti nello stesso campo, ma al di là di quelli effettivamente affrontati nel corso. Sono un certo maggiore grado di familiarità con il contesto e una certa maggiore fiducia nella possibilità di cavarsela da soli i veri valori aggiunti.

    Prima dell’imbarbarimento scolastico industriale otto-novecentesco, l’apprendimento era sempre stato questo, e di strada, anche fino a quel punto, ne era già stata fatta parecchia …

    Quindi, i miei indicatori principali sono:

    iniziative personali

    esplorazioni individuali non previste, dialogo – A chiede B risponde

    oppure A si entusiasma per una scoperta e la spiega a tutti

    esplosioni di gioia quando qualcuno scopre di muovere qualche timido passo da solo in qualcosa che all’inizio lo irretiva molto

    domande del tipo “Ma questo a che mi serve?”

    domande di tutti tipi, iniziative che mi (me “docente”) contraddicono

    obiezioni

    tutto ciò che mi fa perdere tempo, rispetto a quello che avevo in animo di fare, ma che rivela spinta interiore a migliorare e migliorarsi

    E nel mio animo nessun voto, mi rifiuto di misurare l’immisurabile. Se c’è stato un cambio di autonomia nel contesto oggetto del corso, allora passi, altrimenti non passi, passerai dopo avere lavorato dell’altro. Al di là di questo ogni misurazione è assurda, perché non c’è un solo modo di fare le stesse cose e nessuno può prevedere cosa combinerà uno studente, quando si cimenterà nel mondo, che è l’unica cosa che conta.

  8. Andreas says:

    Funziona.

    Si chiedeva Marvi – quando risposi che il (per)corso iniziava a funzionare perché gli studenti anticipavano le mie mosse – Ma che avrà voluto dire con quel “funziona”?

    (Poi Marvi la risposta se l’è data, ottimamente).

    Qui è uguale, funziona, e funziona ancora meglio: uno studente chiede, l’altro risponde.

    @(semola che si inabissa nel lago ma ancora non si rende conto di sapere nuotare anche laggiù)

    Vedi Patrizia, io per esempio non conosco Kompozer. Per sapere cos’è ho dovuto googlarlo. Che faccio, mi dimetto dal (temporaneo) ruolo di prof? Mi strappo i capelli? Vado in analisi? Niente di tutto questo. So, che se ne avessi bisogno, mi metterei pazientemente ad impararlo, perchè è questo che mi ha insegnato la scuola, ehm … che mi avrebbe dovuto insegnare, vai …

    Tu fai benissimo a continuare a giocare con Kompozer, esattamente come ci hai raccontato che stai facendo.

    Ecco, questo è uno dei modi possibili di “terminare” il (per)corso, rimanendo assorti a giocare con uno dei balocchi incontrati per strada, magari una scatola di costruzioni, e iniziando a costruire delle casine, mentre gli altri sono altrove affaccendati.

    Perché la cosa da imparare era esattamente codesto spirito, con il quale non v’è novità che non si possa affrontare.

  9. Gaetano Strazzanti says:

    @patrizia
    Non capisco cosa intenti per “diverse schede dello stesso file”. Se la tua intenzione è quella di navigare con dei link all’interno dello stesso file questo è possibile.

    Supponiamo che tu abbia scritto un lungo testo:

    Inizio
    bla, bla, bla
    bla bla, bla
    ….
    la cosa interessante
    bla, bla, bla
    bla, bla bla
    …..
    Le mie considerazioni
    Bla, bla, bla
    Bla, bla, bla
    ……”

    A questo punto vorresti dare l’opportunità al tuo lettore di ritornare, con un click, all’inizio oppure alla voce “la cosa interessante” o “le mie considerazioni” senza dover scorrere nuovamente tutto il documento, una sorta di indice interno allo stesso file, navigabile.
    Le cose da fare sono due:
    1. inserire delle “ancore” cioè individuare e marcare il punto (la parola, immagine,…) preciso del documento al quale deve puntare il link
    2. inserire il link di collegamento.

    Come fare per inserire un’ancora? Utilizziamo il testo lungo d’esempio scritto sopra.
    1. seleziona la/e parola/e “la cosa interessante”
    2. clicca sulla voce del menu “Inserisci” e scegli “Ancora…
    3. si apre una finestra: dai un nome all’ancora (ti viene proposta la parola che hai evidenziato, puoi anche cambiarla) e conferma cliccando su “OK
    Ripeti questa procedura per tutti i punti del documento che desideri marcare.

    Come inserire il link di collegamento?
    Ad un certo punto del documento inserisci l’indice o delle voci tipo:
    vai all’inizio
    vai alla cosa interessante
    vai alle mie considerazioni
    ecc, ecc

    1. selezione la voce che ti interessa, ad esempio “vai alla cosa interessante”
    2. clicca sulla voce del menu “Inserisci” e scegli “Collegamento
    3. si apre la finestra “proprietà collegamento” che ti chiede di indicare “collegamento a:
    4. a questo punto clicca sul triangolino che trovi alla fine della riga bianca, non cliccare sulla cartella. Si apre una tendina con la lista di tutte le ancore che hai definito precedentemente.
    5. seleziona l’ancora che ti interessa e conferma cliccando su “OK
    Ripeti la procedura per tutti i link interni che vuoi attivare.

    FINE

  10. patrizia says:

    scusatemi ma semola si è perso nell’abisso del lago. tutte queste tecniche sulle foto mi sembrano ancora più difficili del codice…ma dove son vissuta e dove vivo?…forse, ma dove siete vissuti, e dove vivete?
    io continuo a giocare il Kompozer che ho iniziato a studiare dopo aver provato Movie Maker .
    mi è utile perchè mi aiuta a capire il codice, perchè permette di passare dalla composizione normale, ai tag dell’html, alla sorgente. provo a scrivere nella sorgente e poi controllo, se non viene come voglio scrivo nella composizione normale e poi controllo la sorgente per vedere la differenza rispetto a quello che avevo scritto io prima. adesso sono arrivata al punto che se non riesco a cancellare una formattazione nella composizione normale lo faccio direttamente dalla sorgente.
    non avevo mai scritto un ipertesto prima e mi piace poterlo fare. vorrei fare una domanda a chi lo sa usare, sono diversi giorni che provo ma non mi riesce. volevo sapere se era possibile creare un collegamento con le diverse schede dello stesso file. se la risposta è si, come si fa?
    @deborah: per essere una lumaca il tuo video corre bene. è stupendo mi piace. penso di aver trovato il prossimo compito da svolgere dopo il kompozer. il tuo, che in questo momento mi sfugge il nome lo avevo già visionato quando il prof l’aveva indicato in un post. ho provato a scaricarlo ma non si apre. credo di dover rileggere il post e riprovare tutto dall’inizio. per adesso una cosa per volta.

    kompozer mi aspetta.
    patrizia

  11. Mvcarelli says:

    Molto raramente ancora scatto delle foto analogiche. Quando bisogna stampare delle foto molto grandi di dimensioni, bisogna per avere qualità, stampare da negativo. Si può stampare da digitale solo se le foto si scattano con un corpo macchina hasselblad, ma devo vincere la lotteria x comprarla.

  12. Andreas says:

    Piuttosto misterioso, Gaetano.
    Il componente che Avast incrimina è
    http://beta.etherpad.org/minified/pad.js
    che non è altro che il codice javascript del pad, perfettamente visibile e con tanto di nomi e cognomi dei suoi autori, fra cui

    John Resig (famosissimo autore della libreria jQuery, che ho già citato in questa blogoclasse)
    Peter ‘Pita’ Martischka (Primary Technology Ltd) (autore della rivistazione lite di etherpad, anch’esso già citato)

    Ora, mi sembra davvero strano che in quel codice ci sia finito del malware, naturalmente niente è impossibile.
    Mi sembra più probabile che Avast si confonda e scambi qualche pezzo di codice per qualche frammento di qualche virus, che magari ha qualche simiglianza.

    Viene naturalmente in mente quanto sia fastidioso lavorare con un sistema, Windows, intorno al quale è nato un florido ecosistema tecnico-economico che causa così tante perdite di tempo a tanti utenti. Ecco perché ne sto più possibile alla larga …

    Purtroppo non ho niente di più utile da dire, a riguardo.

    Comunque, andando al sodo, se vuoi aggiungere del testo, non hai che da copiare il testo del post nello strumento di scrittura che ti pare, farci le modifiche, e spedirmelo, anche per email.

  13. mvcarelli says:

    E’ difficile intervenire in questo post. Ci Provo. Credo che tutte le persone a un certo punto della vita incontrano l’immagine, che sia la fotografia, che sia il video o il dipingere….la si incontra. Negli anni ’80 ho avuto come regalo la mia prima reflex una Yashica fx3 con tanti obiettivi. Partii per Londra e ebbi la fortuna di vedere una mostra di una fotografa famosa, Margaret Bourke-White, che usava una pellicola a me sconosciuta la 6×6, e che riusciva a fare in fase di stampa delle cose straordinarie. Arrivata in Italia comprai una Yashica biottica, ve le ricordate quelle macchinette fotografiche a pozzetto e un ingranditore durst 606, che appunto sviluppava anche il 6×6. Da allora iniziò la mia avventura. Mi inventai una sorta di post, post produzione….scattavo le foto, le stampavo, su carta fotografica normale e a colore, per avere gli effetti dei filtri, e poi allora i filtri si inventavano anche con delle calze di nylon, specchi (evito i dettagli per non annoiarvi), e poi riprendevo le foto con un super8, e questi sono stati i miei primi montaggi video.
    Nel secondo periodo o fase chiamatelo come volete, mi sono sono appassionata molto al video, dal super8 sono passata al s-vhs, vi ricordate la telecamera f10 della panasonic, che si montava ad un video registratore diviso in due pezzi, il primo era il sintonizzatore dei canali, e il secondo il lettore di videocassette, a cui si collegava questa enorme telecamera? Cominciai a fare i filmati e cominciai la post produzione con un mixer video che produceva la sony. Una cosa giurassica….ma con l’amica 500 plus, riuscivamo a produrre delle scritte in movimento e montarle in questi video. Insomma anche la produzione video è passata da una fase lineare a una reticolare. Allora vi erano due canali in produzione, e uno in registrazione. Questi meravigliosi apparecchi avevano l’audiodubbing una sorta di audacity moderno, che consentiva di poter incidere in post produzione il sonoro.
    Beh la seconda puntata continua il 15 febbraio, quando anch’io mi cimenterò nella lezione in aula virtuale insieme ad Alessandra…..to be continued

  14. GranDiPepe says:

    @Gaetano, il tuo link mi ha fatto emozionare. Condivido tutte le tue osservazioni sulla tecnica della fotografia e le nuove tecnologie. Io sono sempre critica con mio marito che “spara” troppi click, ma come dici tu il non limite della card (non più pellicola) permette di catturare tante immagini, magari simili ma già diverse. E’ vero che con la nuova tecnologia la fotografia è alla portata di tutti, ma una “buona” foto la comprendi, non tutti riescono a narrare con attenzione e, soprattutto, passione. Ora capisco anche da dove arriva tutta la tua esperienza del costruire, montare e assemblare: la falegnameria, la colla, le tavolette e i chiodi avevano già da bambino “formato” la tua mente. Hai imparato a usare strumenti e materiali e a costruire. Io sono per i laboratori, sempre: fare fare e poi, alla fine, di rendi conto che hai imparato.
    aspetto con curiosità l’8 febbraio… buon lavoro Artigiano!!

    elena

  15. Gaetano Strazzanti says:

    Il desiderio, la voglia di raccontare con un clik una storia, una sensazione, un’emozione, mi rapisce ogni qualvolta mi ritrovo a fare delle foto ed allora gli scatti si susseguono uno dietro l’altro, magari identici tra loro, ma diversi per me in quel momento. Al tempo della pellicola utilizzavo le diapositive per ammortizzare i costi e il bianco e nero che sviluppavo da me, quante ore passate in camera oscura a stampare e ristampare una stesso foto perché non mi soddisfacevano i chiaroscuri! Oggi con il digitale tutto è più semplice, non c’è più bisogno di controllare la luce per evitare sovra o sotto esposizione, controluce e stabilire la profondità di campo (tempo/diaframma, diaframma/tempo), basta scegliere una scena preimpostata, inquadrare e clik, al resto ci pensa la tecnologia e se qualcosa che non va si può sempre intervenire con dei programmi di editing. Ci abbiamo guadagnato qualcosa? Senza dubbio sì per l’aspetto tecnico, è molto più facile fare belle foto e ciò ha consentito a molti di avvicinarsi al mondo della fotografia. Non posso dire la stessa cosa per quanto riguardo l’aspetto emotivo; è una sensazione: la foto l’ho fatta io, ma non la sento mia! Non lo so perché, ma vedere uno scatto digitale non sempre riesce al far rivivere in me la memoria profonda che mi lega a quel preciso momento quando ho fatto clik.

    Per documentare delle attività che abbiamo fatto a scuola ho anche realizzato dei video, miscelando dei clip, delle foto e aggiungendo una base musicale. Per fare ciò ho utilizzato Pinnacle Studio un programma di editing video, molto simile per logica di funzionamento a quello presentato da Andreas nel suo tutorial. Non mi sono mai cimentato nella parte di narratore, anche perché la mia voce non si presta bene, e ho deciso di provare. Sto confezionando un video fatto di solo immagini con la voce narrante e base musicale di sottofondo, ve lo presenterò l’8 il giorno della “lezione” mia e di Benedetta. Questa volta non userò Pinnacle, perché non ce l’ho più, ma ne provo un altro: CyberLink PowerDirector

  16. Andreas says:

    Mi trovo in un luogo con connessione ballerina. Trovo un lungo commento di Costantino in richiesta di approvazione. Non capisco se WordPress mi ubbidisce o meno. Mi spazientisco. Copio qui di seguito il commento.

    Dice dunque Costantino:


    @Andreas Proprio ieri hi postato su FB sull’argomento poi incollo il testo della conversazione

    @grandipepe : si tratta di un utilizzo furbo del telecomando della WII Nintendo che tutti gli allievi conoscono e che un un software disponibile e qualche pezzo ( darò anche il link alla galleria fotografica ) permette di avere una semplice Lim ma sopratutto mi ha permesso di organizzare un laboratorio: costruiamo noi la nostra lim nella quale i ragazzi e la ragazze si sono entusiasmati e hanno lavorato bene

    https://picasaweb.google.com/tino.soudaz/BaroneLim?authuser=0&authkey=Gv1sRgCKuq1KTW0tHDCQ&feat=directlink

    @Claude : il passo successivo che mi riproponevo era di rendere portatile la cosa con un proiettore a Led come quello da te indicato:

    Considera che adesso stiamo_
    recuperando vecchi pc o portatili con schermo rotto
    utilizzando proiettori esistenti in scuola
    abbiamo speso 193 € per Lim e funzionano tutte
    Il software è gratuito e sviluppato in ambiente Ubuntu e fa funzionare la Lim con qualunque programma
    Gli allievi hanno capito e vissuto il tutto in prima persona e adesso stanno organizzando le gare di velocità: far partire la Lim da accensione computer a disegno finito ( siamo attorno ai 5 minuti )

    Incollo la conversazione su FB di ieri

    Giusi Carini cosa bolle in pentola ^_^
    23 ore fa · Mi piace
    Costantino Soudaz Ho seguito vari consigli e finalmente sono riuscito a fare partire un laboratorio con il quale abbiamo costruito 3 lim nelle 3 seconde alle quali insegno.
    Costantino Soudaz Adesso facciamo esperienza con un laboratorio Linux, poi se tutto funziona ( un mio eventuale incarico a settembre nella stessa scuola ) allora lo faremo in tutte le classi.
    Costantino Soudaz Avrei bisogno di informazioni su PC e proiettori robisti, semplici e low cost; sto provando un proiettore a led e ho capito che molto dipende dal materiale su cui si proietta
    Anna Milac ‎..sarò ignorante..e su questo non ci piove…ma lo schermo interattivo???
    Costantino Soudaz Comunque io ho fatto svolgere tutto agli allievi: ricerca delle varie informazioni, richiesta di acquisto, montaggio e adesso istruzioni per i colleghi come compito in classe di tecnologia.
    Anna Milac ‎..e questa non è competenza???!!!
    Elisabetta Nanni dove stai proiettando, Costantino? l’ideale è la lavagna bianca, quella con pennarelli.
    Costantino Soudaz Inserisco un link all’album fotografico per questo lavoro

    https://picasaweb.google.com/tino.soudaz/BaroneLim?authuser=0&authkey=Gv1sRgCKuq1KTW0tHDCQ&feat=directlink

    Costantino Soudaz ‎@anna Non è come muovere un dito su una parete capacitiva ma l’effetto è straordinario e gli allievi/e sono veramente felici di aver vissuto dall’inizio un progetto di costruzione della Lim
    Giusi Carini e sono soddisfazioni, bravo ^_^
    Costantino Soudaz Noi abbiamo ancora lavagne nere, gessetti insomma, per cui per adesso utilizzo un foglio o un cartoncino recuperato. Stiamo cercando dei materiali bianchi recuperabili che possano servire
    Anna Milac ci sono quei fogli di plastica bianchi che si attaccano alle superifici
    Costantino Soudaz esatto; ma ho lasciato il compito di scegliere la migliore soluzione a tre allievi e aspetto la loro decisione, dopo le prove.
    Elisabetta Nanni ‎Costantino Soudaz anche i fogli bianchi vanno benissimo…come feci al linux day a Roma….guarda il lavoro che sta svolgendo l’I.C. di Avigliano Umbro in provincia di Terni. Sono i ragazzi che stanno lavorando su WiildOS
    http://scuolawiild.wikispaces.com/
    Elisabetta Nanni ‎Costantino Soudaz, guarda che soluzione hanno adottato per il wiimote:

    Costantino Soudaz ‎Elisabetta, grazie per tutte le informazioni; mi sono state utili per impostare il lavoro sin dall’inizio
    Elisabetta Nanni ma figurati, ogni nuova sperimentazione è un valore aggiunto, grazie a te!
    Costantino Soudaz ‎sono andato a vedere i link; grazie penso che dovrò continuare il prossimo anno per finire tutto ciò che mi è venuto in mente. Ancora molte grazie
    Costantino Soudaz Ti terrò al corrente con gli indirizzi ai blog di classe kidblog.org su cui abbiamo inserito un utilizzatore Lim password costruzione che ti permette div edere come procedono le varie classi
    Costantino Soudaz http://kidblog.org/As1112LBBrussonSecondaG/author/Lim/ ·
    Costantino Soudaz Anche le altre due seconde lavorano sullo stesso argomento: vai su control panel e cerca la classe sdeconda A o seconda B
    Costantino Soudaz http://kidblog.org/AS1112LBVerresSecondaA/
    Costantino Soudaz http://kidblog.org/As1112LBVerresSecondaB/

    Questo invece un mio magazzino di robe interessanti da mettere a posto

    http://bluegroupleportfolio.blogspot.com/

    E’ tutto e dopo aver controllato ci sono tutti i link: se guardate i blog trovate tutta la storia della WII Lim e anche qualche ricerca per una nuova soluzione con vmarker che costerebbe, ma non è ancora testato, 153 € a LIM.

    http://www.vmarker.org/en

    Ciao a tutti

    Costantino

  17. Deborah says:

    Grandipepe, è sempre una questione di “testa”. Il punto è che questa società pullula di “gazzelle”, dove tutto deve essere pronto, scattante e veloce. Le “lumache” avanzano piano piano, magari anche con tanta fatica, ma con il tempo potrebbero sorprendere, perchè hanno una gazzella nella loro testa.
    Io penso che ognuno debba trovare i propri spazi, i propri tempi e le proprie modalità per far emergere quella creatività che tutti gli esseri umani hanno o potrebbero avere. E il resto è poesia…

  18. monica says:

    Concordo con @grandipepe animoto è di grande effetto , ma anche con @andreas ti fa perderte il gusto di fare, però introduce al mondo dei video. Io grazie alle esperienze delle compagne ho usato animoto ma poi per presentare il mio percorso, che ho presentato durante la lezione ho usato Windows Movie Maker, il quale ti permette di essere un pò più autore. Del resto il campo è vario e variegato ed ognuno di noi troverà ed usera il mezzo tecnologico che ritiene più adatto ai suoi scopi. Ma il mio preferito rimane il modo di presentare i video di Ken Robison per la semplicità che unisce il fumetto e la narrazione, senza troppi effetti speciali. 🙂

  19. grandipepe says:

    @Andreas, mi piace l’idea di ragazzi che seguono tutorial a casa e fanno i compiti a scuola. Ma dobbiamo educare anche i genitori: mio figlio ha un’insegnante di tedesco che fa usare il DS (uno delle tante console che usano soprattuto i bambini, ma facendosele rubare a volte anche dalle mamme 😉 ) e i genitori hanno levato una montagna di critiche perchè non è una cosa seria!! ho tentato di spiegare che si impara anche giocando, perchè è un modo accattivante. A onor del vero già da piccolisimi i bambini imparano per gioco, ma fanno sul serio!!! Il digital divide è più che mai culturale.

    @Deborah, gazzella o lumaca non è una questione di gambe o di smanettamento. E’ una questione di testa 😉 ma non nel senso di velocità di transizione delle connessioni, ma di mentalità. Gruppo Ulisse più che mai… condividi?

    @Claude, vedrò di organizzare un po’ questi ragazzini per concretizzare il tutto e fare sì che rimanga traccia di questo loro lavoro. Dovrò agire con cautela per non essere di disturbo (sono comunque “la mamma di Gabri”) e cercherò invece di esserne complice…

  20. Andreas says:

    Un altro commento per dire che ho ripulito questo post da una discreta quantità di refusi, sicuramente non tutti, e che ho rimesso a posto i link diretti alle varie sezioni del tutorial finale.

  21. Andreas says:

    @GranDiPepe Sì, Animoto fa un lavoro sorprendentemente buono, e questa è la cosa più interessante per me. Trovo poi che possa essere utile per iniziare e scoprire nuove possibilità espressive. Tuttavia, le riuscite dal più grande effetto sono quelle piccole, quelle che diversi di voi vanno descrivendo in questo (per)corso, come per esempio nel commento di Deborah giusto dopo il tuo, quelle piccole ma tutte tue. Quelle che all’inizio ti fanno sembrare d’esser lumaca e, se perseveri, un giorno scopri che qualcuno dice di te – Oh che bella gazzella!

    Fare le cose a mano è sempre faticoso all’inizio – anche la prima barchetta di carta è faticosa – ma non c’è piacere più grande, duraturo e nutriente di quello che deriva dall’aver fatto da sé.

    @Claude

    Life is like playing a violin in public and learning the instrument as one goes on

    Grazie, archivio subito …


    E infine – ci sta proprio bene fra i commenti a questo post – grazie a una segnalazione di Antonello Maiolino in +Google, un post (che poi fa riferimento ad un articolo del New York Times) che descrive un impiego dei video a scuola che a me pare estremamente interessante.

    Si tratta di rovesciare lo schema usuale, affidando a dei video le “spiegazioni”, da seguire a casa (con la possibilità di ritornare su eventuali passaggi più difficili …), e poi fare i compiti a scuola, insieme al prof. In questo modo, gli studenti possono eventualmente riseguire le parti più difficili delle “lezioni frontali” tutte le volte che vogliono, quando vogliono, utilizzando strumenti per loro normali, mentre i professori a scuola possono concentrarsi nell’aiutare coloro che si trovano in difficoltà, per vari motivi, organizzare il lavoro a gruppi, improvvisare approfondimenti dove possibile, sviluppare nessi imprevisti. Potrebbero fare, in altre parole un lavoro straordinario!

  22. Claude Almansi says:

    @ Andreas: Grazie per il tutorial molto completo, pieno di piste e strumenti da esplorare. Samuel Butler: “Life is like playing a violin in public and learning the instrument as one goes on.” (La vita è come suonare il violino in pubblico mentre si impara a suonare lo strumento allo stesso tempo). Si può anche fare così con l’interazione multimediale digitale. Però appunto, le guide come la tua aiutano un sacco.

    @grandipepe: Tuo figlio e i suoi amici hanno messo il video online da qualche parte dove si può vedere? Meglio ancora se accettassero di pubblicare pure le fasi preliminari: copione, ripartizione delle battute, registrazione, montaggio.

    Il loro are a gara per impersonare l’Idiota mi ricorda quando a mia figlia, quasi 30 anni fa, all’asilo di Camucia (Cortona, AR), avevano dato il ruolo della regina cattiva in Biancaneve. Lei faceva grandi discorsi sul fatto che nelle fiabe, il cattivo se la spassa molto di più del protagonista per tutta la storia, salvo alla fine dove se la vede brutta (1).
    Può sembrare sorprendente da una imba di 3 anni, ma va detto che le sue maestre avevano un progetto sulla narrazione per migliorare le capacità linguistiche. Dopo aver esaminato diversi testi teorici sulla fiaba, avevano deciso di basare il progetto sui concetti di “La morfologia della fiaba” di Vladimir Propp. Quando l’avevano presentato all’assemblea dei genitori, a noi l’idea di Propp all’asilo era sembrata un filino peregrina, però funzionava, appunto. Oltre le rappresentazioni di fiabe, il progetto comprendeva l’identificazione dello schema in una fiaba ascoltata per inventarne un’altra sullo stesso schema, e disegnarla: dopo le maestre registravano su audiocasetta ciascun bambino che raccontava la sua in base ai disegni, e aggiungevano didascalie scritte ai disegni, dicendo quel che scrivevano: una buona introduzione indolore alla scrittura. Chissà cosa riescono a fare oggi queste maestre con gli strumenti digitali a disposizione?

    (1) Vero che quando gliel’ho avevo ricordato anni dopo, quando era adolescente, aveva riso: “Dicevo così, ma in realtà ero invidiosissima della bambina che faceva Biancaneve”

  23. Deborah says:

    Caro Andreas,
    ho letto il tuo lungo e dettagliato post. Adesso credo di aver capito cosa intendevi quando parlavi dell'”esser visti come una gazzella”…
    Non ho ancora visto i video che hai postato, per ora mi sono limitata a leggere il testo. Ma mi ha fatto un enorme piacere leggere tutti i riferimenti alla cinematografia. Per una cinefila come me, è stato come “sfondare una porta aperta” 🙂
    Io credo che il passo più importante di questo mio per-corso sia stata proprio la scoperta di CamStudio, perchè ho avuto la possibilità di ricercare da sola, di valutare cosa fosse meglio per me e di sperimentare. C’è ancora tanto da imparare, ma con il tempo si possono fare tante cose e si può tirare fuori quella creatività che, io penso, ognuno di noi abbia. D’altra parte, si deve anche sbagliare, per poi rifare e riprovare, e per questo ci vuole tempo e volontà e pazienza. Per realizzare il mio tutorial ci ho messo giorni… Ho perso persino il conto di quante volte l’ho fatto e poi cancellato, perchè c’era sempre qualcosa che non andava bene o non aveva funzionato come avrei voluto io. Alla fine ho deciso: ho lasciato che l’ultima versione, quella che hai visto tu, fosse la definitiva, nonostante il mio pc mi stesse dando segni di “stanchezza”… si stava iniziando ad “impallare”, per usare un temine in gergo. Però in quella versione mi sono sentita “vera”, ero io e soltanto io, e non un’altra.

    Grazie Andreas per avermi offerto questa grande opportunità!
    E’ stata una bella esperienza, e adesso mi sento arricchita, soprattutto “dentro”. Cosa c’è di meglio, quando un per-corso lascia un segno indelebile che ci fa sentire “migliori”?

  24. GranDiPepe says:

    mio figlio Gabriele con un gruppo di suoi amici si sono cimentati liberamente in questo esperimento: uno di loro ha redatto un copione il cui titolo è “le avventure di un Idiota”, titolo discutibile ma del resto sono reduci dalla lettura di “Un diario di una schippa”. Hanno previsto una serie di battute e con i loro telefonini hanno provato a riprenderle. Hanno imparato che la luce, le inquadrature, le distanze fanno la differenza, nonchè l’audio. Il passo successivo è riversare il tutto su un pc e montare un filmanto con Windows Movie Maker. Punti di forza: cratività, lavoro collaborativo, uso costruttivo delle ITC. Punto negativo: facevano a gara a chi dovesse impersonale il protagonista, l’Idiota (??!!).
    La modifica delle immagini con Adobe Photoshop è uno stratagemma a cui ricorro quando devo elaborare l’immagine in modo che i volti dei bambini non si vedano (non siano riconoscibili) ma sia comprensibile il contesto che mi serve per uno storyboard.
    @Andreas sono d’accordo sul fatto che Animoto faccia da solo, ma la riuscita è di grande effetto. 😉

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