Premessa
Riprendo l’abitudine di raccogliere gli elaborati degli studenti — da quattro anni a questa parte di Scienze della Formazione Primaria dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli — che raccontano, dopo un laboratorio di sole 18 ore, della loro trasformazione, trasformando a loro volta il docente. Ne ho accumulati troppi, cercherò di recuperarli piano piano, perché rappresentano il risultato più prezioso del mio lavoro.
Iniziamo con l’elaborato di Ludovica Caldieri che unisce magistralmente codice e arte, dove Ludovica si domanda se quel linguaggio fatto di comandi essenziali possa trasformarsi in qualcosa di vivo, dinamico, persino poetico.

Ludovica offre il suo lavoro giustapponendo efficacemente la figura al codice scritto per realizzarla. Nell’immagine si vede solo la prima parte del codice, che può essere letto per intero nel diario integrale.
Dal punto di vista tecnico il codice dimostra che Ludovica ha fatto pienamente tesoro dell’insegnamento teso a far emergere il pensiero computazionale dalla mera scrittura di istruzioni codificate. Ma la cosa ben più importante è che lei si sia impadronita di tale modalità di pensiero al punto di servirsene in modo creativo, come se stesse dipingendo con pennello e colori.
Trascrivo qui dal diario prima un passo iniziale…
Questo diario nasce come testimonianza viva, pulsante, reale, imperfetta e sinceramente umana del mio percorso all’interno del laboratorio di Attività Laboratoriali – Area Tecnologie Didattiche. Non è un semplice resoconto, ma una raccolta di respiri, esitazioni, entusiasmi improvvisi e momenti di riflessione profonda che hanno scandito le settimane tra settembre e novembre 2025. Conservo la speranza che, un giorno, rileggendo tutto, possa riconoscere in queste righe l’inizio silenzioso di un’evoluzione professionale e personale che merita di essere narrata. Quando mi sono affacciata per la prima volta al mondo di LibreLogo, mi è sembrato di trovarmi davanti a un sentiero non segnato: nessuna traccia, solo la promessa silenziosa di qualcosa che avrei potuto imparare a conoscere passo dopo passo. Non sapevo bene cosa aspettarmi, ma dentro di me si muoveva un desiderio sotterraneo, quasi infantile, di capire se sarei stata capace di creare qualcosa che parlasse anche un po’ di me. Mi domandavo se quel linguaggio fatto di comandi essenziali avesse mai potuto trasformarsi in qualcosa di vivo, dinamico, persino poetico. E allo stesso tempo temevo di non riuscire a seguirne la logica. C’era un brivido, una specie di tensione positiva, come quando si apre un libro di cui non si conosce nulla, ma si sente che potrebbe cambiare il proprio modo di guardare le cose.
E poi le riflessioni finali…
Rileggendo questo diario, mi accorgo che ciò che resta davvero non sono solo i comandi appresi, le figure disegnate, i robot costruiti o i concetti compresi. Quello che rimane è una trasformazione sottile, silenziosa, ma profonda. È il modo in cui, incontro dopo incontro, ho imparato a stare nella complessità senza scappare, ad accettare l’errore senza viverlo come una sconfitta, a riconoscere il valore del tempo lento dell’apprendimento.
Questo laboratorio non mi ha semplicemente insegnato a usare LibreLogo o a comprendere il pensiero computazionale: mi ha insegnato qualcosa su di me. Mi ha mostrato che posso abitare territori che credevo lontani dal mio sentire, che posso far dialogare mondi apparentemente opposti come la danza e la tecnologia, il corpo e il codice, l’intuizione e la logica. Ho scoperto che il pensiero può avere un ritmo, che anche l’astrazione può essere sentita, vissuta, attraversata emotivamente. Ogni linea tracciata dalla tartaruga è diventata, senza che me ne rendessi conto, una metafora
del mio cammino: incerta a volte, spezzata altre, ma sempre orientata alla ricerca. Gli errori che inizialmente mi facevano sentire inadeguata sono diventati occasioni di scoperta, deviazioni fertili, punti di svolta. Ho imparato che sbagliare non significa fallire, ma esplorare una possibilità non ancora compresa. E questa consapevolezza, più di qualsiasi competenza tecnica, è ciò che desidero portare con me nella mia futura professione. In questo laboratorio ho incontrato un’idea di insegnamento che sento profondamente mia: un insegnamento che non impone risposte, ma costruisce contesti; che non accelera i tempi, ma li rispetta; che non cancella l’errore, ma lo accoglie come parte del processo. Ho capito che voglio essere un’insegnante capace di accompagnare, di osservare, di attendere. Un’insegnante che sappia riconoscere il valore del percorso prima ancora del risultato. Oggi sento che questo diario non racconta solo ciò che ho fatto, ma ciò che sto diventando. Racconta una futura docente che ha imparato a fidarsi del processo, a lasciarsi sorprendere dall’imprevisto, a trovare senso anche nella fatica. Racconta una persona che ha scoperto che la tecnologia, quando è attraversata con cura, può diventare uno spazio profondamente umano. Se questo laboratorio è stato un viaggio, allora non è ancora finito. Continuerà nelle aule, negli sguardi dei bambini, nelle domande che non avranno subito risposta. Continuerà ogni volta che sceglierò di non semplificare troppo, di non correre, di non chiudere una possibilità. Perché ora so che imparare non significa arrivare, ma restare in movimento. Proprio come una danza. Proprio come una linea che, lentamente, trova la sua forma. In queste pagine ho cercato di restituire un’esperienza che mi ha cambiata più di quanto immaginassi.
Spero che, leggendo, si possa intravedere non solo ciò che ho fatto, ma ciò che sono diventata. Questo diario è un piccolo tassello della mia identità professionale nascente, un modo per ricordarmi che l’apprendimento è un viaggio che non si compie mai da soli e che la tecnologia, quando è accompagnata da umanità e cura, può davvero diventare un ponte tra mondi.
È incredibile come il giusto equilibrio del contesto faccia emergere come un fiore che via via sboccia il raccordo interdisciplinare, in questo caso la danza tra tutte le altre cose. Sembra quasi che la “non lezione” abbia il sopravvento e le cose intorno debbano essere accostate, suggerite, a tratti spiegate, ma senza eccedere, lasciando tutto lo spazio al processo, com’ è spiegato bene nel diario ( complimenti). Ma per i ragazzini deprivati culturalmente quale sarà “ il giusto equilibrio”? Spesso chiedo come trascorrono il loro tempo libero per trovare agganci, metafore che possano nei momenti chiave supportarmi, ma sono ancora “a lato” senza invadere lo spazio dell’attore principale? La realtà ê sempre complessa quando si insegna.