L’ambiguo amico

Profondità (di Esher) dinamizzata (dal sottoscritto)


Quella che segue è la traccia di una relazione che devo fare domani in un workshop a Exposanità.

La complessità è il problema dell’uomo contemporaneo. Il principale risultato della scienza del ‘900 è stato la scoperta dell’indeterminazione, in tutti i campi. È la ineludibile e inarrivabile complessità del mondo che costringe l’uomo a fare i conti con l’indeterminazione.

Ne consegue una rivoluzione culturale che comporta un cambiamento paradigmatico nella visione del mondo. Ora l’uomo sa di poter scoprire arcipelaghi di certezze ma è cosciente che la sua vita sarà sempre una navigazione nell’oceano di incertezza.

Purtroppo tale coscienza è lungi dall’essere universale, a causa della compartimentazione della conoscenza in discipline largamente indipendenti l’una dall’altra, un’eredità dalla quale non sarà facile liberarsi, anche se ciò sarà inesorabile.

La percezione della complessità pervasiva induce un cambiamento paradigmatico nella conoscenza che implica a sua volta confidenza con l’ambiguo. L’ambiguo che è sempre stato cacciato dalla porta con il paradigma deterministico ma che ora sta rientrando prepotentemente attraverso le finestre aperte proprio mediante quel paradigma, paradossalmente.

Un esempio clamoroso di uso dell’ambiguo: la comunità degli sviluppatori Linux in Internet.
L’ambiguo quale totale assenza di coordinamento imposto a priori, una comunità, una rete: ambiguo, comunità e rete sono le parole chiavi. Chi ha formato i programmatori Linux? Chi si è occupato del loro aggiornamento professionale?

Le reti fra individui e organizzazioni sono sempre esistite ma è cambiata la loro funzionalità. Le reti moderne sono andate progressivamente lubrificandosi, per giungere a Internet, che gode della proprietà della superconduzione: trasmissione di informazione a costo zero. In situazioni del genere, oltre un certo livello critico, emerge il nuovo, un fenomeno assolutamente comune in natura.

Il costo nullo della comunicazione web 2.0 consente l’emergenza di comunità, di vere comunità, cioè di comunità di pratica: 1) obiettivo comune, 2) cooperazione fra i membri, 3) un armamentario di strumenti e pratiche condivisi.

Le comunità di pratica potenziano l’apprendimento dei membri ma non si possono costruire, possono solo crescere spontaneamente. Ciò non vuol dire essere gestori-insegnanti-curatori impotenti, bensì vuol dire che si può tentare di creare le condizioni favorevoli alla crescita, senza mai dimenticare che, lavorando in contesti inevitabilmente complessi, è sempre necessario adattarsi alla situazione in continua evoluzione, condizione inevitabile in quanto sintomo di vitalità della comunità medesima.

Chi sta imparando oggi a convivere con l’ambiguo, anzi ad avvalersene? È nel mercato che stanno emergendo i fenomeni più interessanti. Molte grandi e piccole, vecchie e nuove aziende hanno imparato a muoversi nell’ambiguo inventando nuovi modelli di sviluppo. IBM che dialoga da pari con la comunità open source, Amazon che motorizza l’ebook reader Kindle con Linux e pone in rete il sorgente del proprio software, Amazon che introduce una pagina sperimentale in Kindle per cooperare con i prosumer nello sviluppo di nuove capacità, Nokia che crea spazi ambigui per il dialogo informale fra i tecnici radio e i tecnici telefonici, i due pezzi fondamentali che formano un cellulare, solo per fare una manciata di esempi.

L’abilità di affiancare al problem solving analitico momenti interpretativi ambigui rappresenta oggi un fattore fondamentale per alimentare adeguatamente la capacità di innovazione. Purtroppo il processo di adeguamento è lento e il motivo fondamentale risiede nel fatto che tutto il mondo dell’istruzione, fatte salve pochissime eccezioni, contempla solo l’approccio analitico ma non quello interpretativo.

Questo è un problema che ha il carattere del circolo vizioso: la scuola – in senso lato, dalla primaria sino all’aggiornamento professionale – non riesce ad educare il lato interpretativo perché essa medesima non ne fa uso e coloro che a loro volta insegneranno saranno incapaci di operare il cambiamento di paradigma, proprio perché incapaci di concepirlo, nella maggioranza dei casi.

Il problema è cogente in tutti i gradi dell’istruzione ma forse è particolarmente grave nell’aggiornamento professionale. Un professionista oggi si deve aggiornare perché l’innovazione corre ma ha bisogno di “interventi didattici” che abbiano significato nel proprio lavoro quotidiano, fatto di atti, decisioni e quasi sempre poco tempo a disposizione. In tali condizioni, un modello formativo sostanzialmente analogo a quello descritto da De Amicis, basato sulla classe scolastica, lezioni e test, alimenta l’ennesimo apparato burocratico inutile.

Quello dell’aggiornamento professionale è forse proprio uno dei casi nei quali si potrebbe giocare sull’ambiguo, favorendo la crescita sul web 2.0 di comunità di professionisti in grado di affrontare i problemi pratici e imprevisti che oggi sono all’ordine del giorno in ogni lavoro, specialmente in uno scenario di evoluzione tecnologica esplosiva. Comunità nelle quali emergerebbero facilmente gruppi interessati alla soluzione di specifici problemi o allo scambio di informazioni relative ad una nuova tecnologia.

Chiudo rammentando il racconto di un mio amico sulla realizzazione di un sistema informatizzato di gestione delle immagini diagnostiche in un reparto di medicina nucleare. Un episodio che mi è rimasto impresso per via dell’entusiasmo dell’amico che, avendo trovato una soluzione brillante basata su software open source, aveva fatto risparmiare non so quante decine di migliaia di euro all’azienda.

Se quell’entusiasmo, invece di andare ad alimentare il buon umore del sottoscritto e di pochi altri, fosse finito nella rete di una comunità professionale vibrante, avrebbe probabilmente dato vita a forme di apprendimento effettivo, consentendo ad altri operatori con problematiche simili di tentare una soluzione della quale non sentiranno invece parlare mai in nessun corso di aggiornamento.

Bibliografia

Aggiungo una bibliografia dove chi vuole può approfondire alcuni dei concetti sopra esposti. Ho messo anche l’origine fisica delle fonti, per chiarire che i mezzi tradizionali, quali libri comprati, comprati usati, avuti in prestito, persi e ritrovati, annotati, ciancicati e macchiati di caffé, non sono in contrasto con l’attenzione per le tecnologie più innnovative e la voglia di sperimentarle.

1) Edgar Morin, La testa ben fatta, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2000; comprato in libreria

2) Richard Sennet, L’uomo artigiano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano, 2008; comprato in libreria

3) Etienne Wenger, Communities of Practice, Cambridge University Press, New York, 1998; ordinato con Amazon

4) Don Tapscott e Anthony D. WilliamsWikinomics, Portfolio, the Penguin Group, London, 2006; ordinato con Amazon

5) Richard K. Lester e Michael J. Priore, Innovation, the Missing Dimension, Harward University Press, Cambridge, 2004; scaricato da Amazon in versione Kindle ebook reader

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