Intrecci


Dell’intrecciare le tracce


Ecco, va bene, quello delle tracce chiamatelo pure compito, o microtesi, o come vi pare, ma vorrei fare la seguente esortazione. Anche se questa cosa la componete ciascuno per conto proprio, non limitatevi a recuperare ciascuno solo le proprie tracce, bensì tenete conto anche delle tracce degli altri, contestualizzate le vostre nell’insieme delle altre, appendetele ai punti di contatto che avete avuto fra di voi, ai commenti che vi siete scambiati sui post, ad eventuali contatti email, ad episodi occorsi durante le riunioni, che anche proprio per questo auspico siano condotte spesso da voi. E tenete in eguale stima le tracce dei cyberstudenti e gli eventuali incontri che avete avuto con loro. E se poi, a qualche cyberstudente piacesse scrivere anche le sue, nessuno si opporrebbe. Chissà che non ne emerga un qualcosa di unico, qualcosa al quale si possa apporre un involucro, un contenitore.

Ecco, un po’ da tutte le parti circola l’ossessione di creare contenitori immaginando i contenuti che vi potrebbero stare, ma poi, chissà come, ci ritroviamo con un mondo pieno di scatole vuote. La maggior parte dei progetti che ho conosciuto, in varie forme, per partecipazione diretta o indiretta, hanno prodotto un eccesso di scatole vuote, delle volte scandalosamente grosse e scandalosamente vuote. Leggendo la stampa economica e tecnologica, emergono da diversi anni i sintomi, spesso ben documentati, di una crisi del progetti, in special modo del grande progetto, della concezione medesima di progetto. L’uomo inizia a fare fatica a progettare, a causa della complessità del mondo globalizzato, oramai quasi tutto interconnesso, della complessità delle organizzazioni che vi debbono operare, della complessità dei sistemi che occorre immaginare. Apertura, trasparenza, condivisione, collaborazione fra pari, ecosistema, conoscenza generativa, relazioni a rete sono termini che una ventina – ma forse anche meno – di anni fa non ci saremmo aspettati di trovare in libri o giornali di economia. Non è che il “mondo stia diventando buono”, tutt’altro. Piuttosto, in quei settori dove i risultati delle decisioni e delle innovazioni si vedono presto, magari sotto forma di crudi indicatori di vendite di un nuovo prodotto, tanti operatori si sono accorti che ingredienti quali ambiguità, imprevedibilità, caos, in determinati contesti, magari anche limitati, e in dosi adeguate, possono fare la differenza. Sta emergendo in altre parole che il classico paradigma di progettazione e gestione basato esclusivamente su gerarchia e controllo mostra frequentemente di avere il fiato corto, e che è necessario immaginare approcci diversi, che non consistono in un rovesciamento del paradigma in una direzione per così dire anarchica, bensì nel suo arricchimento mediante una certa quantità di indeterminazione. Quanta? È molto difficile saperlo e fortemente dipendente dal contesto. Certo è che questa è una domanda che arrovella la mente di molti politici e strateghi ai massimi livelli. Un esempio per tutti le oscillazioni dell’amministrazione statunitense fra la difesa a spada tratta della libertà della rete, quale incubatore di innovazione e lubrificante della macchina economica (e forse nuovo strumento di colonizzazione), da un lato, e la repressione e il controllo quando la rete piccona malaffari governativi e nefandezze diplomatiche, come nel caso di Wikileaks. Certo è che chi ha azzeccato i luoghi e le dosi di iniezioni di caos, sono andati incontro a successi clamorosi, come quando l’IBM decise di cooperare con il mondo del software libero anziché di combatterlo.

A parte una varietà di casi clamorosi, in genere domina ancora la ritrosia ad accettare un certo grado di indecidibilità, seppur in misura limitata. E domina maggiormente laddove le conseguenze delle decisioni sono meno evidenti oppure sono destinate a palesarsi in ritardo. I tanti contenitori vuoti disseminati nin giro derivano quasi tutti dall’incapacità di sapersi adattare al mondo, alla sua intrinseca nebulosità, caoticità, varietà, ricchezza, dinamicità, dall’incapacità di fermarsi e mettersi in ascolto. Spesso, la questione non è versare in un contenitore preconfezionato un po’ di mondo, il quale magari non ci si adatta, spiffera fuori, lo infradicia, lo sfonda, o addirittura ci scivola sopra perché quel contenitore non corrisponde niente di reale! La questione invece può esser quella di individuare una parte di mondo, nutrirla senza perturbarla troppo, intervenendo con parsimonia e prudenza, aspettare quanto basta, e poi eventualmente accorgersi che il contenitore si è formato da sé, sotto forma di pelle, cresciuta spontaneamente e adeguatamente, a partire da forze endogene.

E sfortunatamente, ma forse abbastanza comprensibilmente, il sistema dell’istruzione, che tale è di fatto, praticamente ovunque, non formazione ma istruzione, ebbene tale sistema è proprio uno di quelli più impermeabili all’introduzione di pur minime dosi di indeterminazione. Eppure la materia prima delle scuole di ogni ordine e grado è la più viva che si possa immaginare, nell’universo a noi noto, trattandosi di esseri umani all’inizio della loro vita. Ciò nonostante,  l’inerzia è smisurata, forse perché gli effetti sono difficilissimi da valutare, attuandosi vari decenni più tardi, più o meno una generazione, venti o trent’anni dopo.

E questo spiega l’enorme prevalenza di pensiero lineare, rigidamente causale, se non banalmente dicotomico, dove tutto viene ridotto a giusto o sbagliato. Una prevalenza che genera pensiero statico, o poco pensiero. Molta riproduzione e poca creazione. Molta inerzia e poco adattamento. E il mondo per ora si limita a bussare, anche se sempre più forte. Probabilmente è tardi ma sarebbe bene darsi da fare prima che sfondi la porta tout court. Meglio farsi sorprendere attivi piuttosto che cascare dalla nuvole.

 

One thought on “Intrecci

  1. Benedetta QUARTIERI ha detto:

    … dove tutto viene ridotto a giusto o sbagliato.

    … forse anche indifferente. Non so, ma ho notato una generale non curanza nei riguardi delle cose, del lavoro, dello studio, dell’impegno in generale.
    Dove sono finiti quei ragazzi a cui batteva il cuore nel dedicarsi a qualcosa?
    La dedizione, l’impegno, lo sforzo, l’energia “cre-attiva” dove sono andate?
    Sono assopite, svegliarle dovrebbe essere l’impegno di tutti e mi sembra che in questa Blogclasse l’aria di primavera si faccia già sentire…

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