Un altro articolo interessante di Pier Luigi Celli: “Un nuovo modello di ateneo”

Oggi Il Sole 24 Ore ha pubblicato un altro articolo di Pier Luigi Celli – il precedente l’avevo citato pochi giorni fa – che è perfettamente in armonia con i pensieri espressi in questo blog, ma soprattutto con i corsi che qui prendono vita. Ecco, un governo universitario che esprima idee del genere, è questo che manca, all’interno dell’accademia.

L’articolo è disponibile nel sito del Sole 24 Ore.

Suggerisco di soffermarsi in particolare sul brano che inizia con la citazione di Margaret Mead per giungere a

La vera formazione – ben distinta dalla semplice istruzione – non sta nell’immagazzinare conoscenze e regole, ma nella libertà appresa di muoversi al loro interno, nel maneggiare modelli e, al contempo, nell’imparare a modificarli, fino a creare quella duttilità di testa che porta alla “sapienza” delle cose e alla flessibilità del loro uso.

Per arrivarci, occorre ripensare a fondo gli “ambienti” in cui lo studente consuma almeno cinque anni della sua vita …

Che dite, studenti “iullini”, ci stiamo provando secondo voi?

13 thoughts on “Un altro articolo interessante di Pier Luigi Celli: “Un nuovo modello di ateneo”

  1. Alessandra ha detto:

    Sappiamo che l’apprendimento è un “atto costruttivo del soggetto” che si realizza se si sprona alla ricerca, alla riflessione e alla soluzione di problemi.
    Direi che questo corso centra in pieno questa idea! Oltre al “prodotto” viene tracciato il “processo”!Tutto ciò serve, non soltanto al Professore, ma soprattutto a noi, per riflettere sul nostro operato, sul nostro “viaggio”. Questo tipo di attività alimenta l’ autoconsapevolezza, la curiosità, il piacere di condividere.
    Non senza difficoltà, non senza impegno; ma si ha la certezza di essere supportati dal Professore …non ci si sente una “matricola”, un numero, un codice!
    Il percorso è così ricco di stimoli e spunti che ci si ritiene, in un certo senso, co-protagonisti del proprio processo di insegnamento/apprendimento: è una grande opportunità.
    E’ come se si avesse la sensazione di essere liberi di “scegliere”!
    Chissà se mi sono spiegata????!!!!

  2. Mariaserena Peterlin ha detto:

    A latere: è sempre interessante vedere come le proposte di cambiamento, di miglioramento, aggiornamento ecc delle strutture e delle metodologie che riguardano i vari gradi di istruzione vengano più dal mondo esterno che dall’interno dell’istruzione.
    Insomma per dirla chiara: non mi sono mai rassegnata, nemmeno quando ero in servizio come insegnante (e ci sono stata per decenni…) a che stessimo solo a lamentarci e mai a proporre.
    L’eccezione Andreas, che propone, realizza, sperimenta è un segnale luminoso. Ce ne vorrebbero di più. Ma a me pare che gli insegnanti (gli altri) si adagino troppo nell’autocommiserazione, e mi è piaciuta molto invece una frase dell’amica Elena Favaron ne LSCF (nella discussione su “il bravo prof” ) ” La nostra è una rivoluzione che deve partire dal basso (pacifica ovviamente). Nelle classi ci siamo noi, loro possono dire quello che vogliono, ma siamo noi che facciamo il metodo. questo è il nostro grande potere, la nostra forza, il valore da difendere.” Fiuuuuu meno male che qualche voce attiva c’è :))

    ps: non mi ricordo come si inserisce un link in un commento; ma tanto funge ugualmente col vecchio sistema 😉 copiaincolla chi lo vuole : http://www.lascuolachefunziona.it/forum/topics/il-bravo-prof?id=2034217%3ATopic%3A91458&page=2#comments

  3. Alessandra Fedele ha detto:

    A proposito della duttilità mentale necessaria a far fronte alla rapida obsolescenza delle conoscenze, Cathy Gonzales in “The Role of Blended Learning in the World of Technology” scrive [2004]: “Uno dei fattori più persuasivi é la sempre più breve mezza-vita della conoscenza. La ‘mezza-vita della conoscenza’ é il periodo di tempo da quando una conoscenza viene acquisita a quando diventa obsoleta. La metà di quanto si conosce oggi non era noto 10 anni fa. La quantità di conoscenza nel mondo é raddoppiata negli ultimi 10 anni e secondo le stime dell’American Society of Training and Documentation (ASTD) sta raddoppiando ogni 18 mesi. Per combattere la mezza-vita sempre più breve della conoscenza, le aziende e organizzazioni sono state costrette a sviluppare nuovi metodi di istruzione”.
    Se facciamo alcuni passi indietro, in tempi certamente meno sospetti [1969], Marshall Mc Luhan scriveva: “In un mondo in cui il bambino ha i capelli grigi a tre anni, per la mole d’informazioni che riceve, l’organizzazione delle conoscenze che si realizza nei processi adottati dall’attuale sistema educativo, è troppo lenta e ingombrante per essere utile. Bisogna apprendere all’istante moduli globali per i bisogni della navigazione intellettuale e della sopravvivenza”.
    Ha dell’incredibile che questa esigenza attenda ancora di essere soddisfatta, eppure è così.
    Spesso, mi capita di pensare che il prefisso iper sia il segno costitutivo della civiltà contemporanea, dove tutto è in sempre più rapido incremento, tanto nella sfera materiale quanto in quella immateriale: ipermercato, ipertensione, iperbolico, ipercalorico, ipertesto, ipermediale… Iper come civiltà dell’eccesso, all’interno della quale esiste una possibilità di scelta continua. Grande richiesta per un piccolo o grande allievo da condurre lungo una strada complessa che parte dal sapere astratto per arrivare alla competenza autentica. Iper, dunque, nella sua veste meno attraente che evoca ridondanza, complessità, sovrapposizione, dispersione. Iper, tuttavia, ci conquista quando indossa il suo abito migliore e si contrappone a stati di povertà, bisogno, privazione, dove scegliere non è dato. Ecco, allora, importanza della scelta su cui concordo pienamente con Marvi. E’ il <i<know where che si affianca al know how e al know what: sapere dove trovare le informazioni e avere la capacità preziosa di valutarle rapidamente.
    E’ il nostro pensiero divergente che chiede di essere attivato, come dice Monica, ma sul quale aleggia uno dei tanti equivoci pedagogici di cui la nostra scuola continua a nutrirsi: il pensiero divergente come appannaggio di una personalità “creativa”. Invece, non c’è contrapposizione tra pensiero convergente e pensiero divergente poiché dove c’è competenza c’è anche vera creatività e non mera casualità. Spostiamo il discorso all’interno di una dimensione squisitamente didattica, dove c’è bisogno di “ripensare a fondo gli’ambienti’ in cui lo studente consuma almeno cinque anni della sua vita”… Già, però mi viene subito in mente la famosa frase “Dobbiamo andare avanti” e la progettazione e i test d’ingresso e le prove di verifica e quant’altro appartiene a una scuola “monolitica”. Un improbabile totem contro il quale il pensiero divergente ha poche chance di riuscita. Eppure, l’imprevedibile convive con la vita del docente e la creatività diviene, di fatto, un must e dove non c’è antagonismo tra progettazione e improvvisazione ma convivenza e coincidenza. Un’improvvisazione che non nasce dal non sapere le cose, ma dalla capacità di prevederle, dai dubbi e dalle risposte a essi che un docente riesce a trovare in fase di progettazione e dalla capacità di porre soluzioni diverse. In tal senso, la progettazione apre all’improvvisazione rendendo il docente capace di scegliere di fronte all’imprevisto. E’ ancora e sempre questione di scelte. La progettazione, dunque, non intrappola il percorso, ma ne apre gli orizzonti, anzi, la progettazione si fa script aperto, un vero e proprio canovaccio (e questo ci rimanda inevitabilmente alla commedia dell’arte e, allora, la didattica è arte, giusto?) abbozzato per essere interpretato all’interno di una situazione in cui intervengono varianti tanto di natura endogena quanto di natura esogena (per me che parlo, ma anche per chi mi ascolta).
    Ecco, in questo “luogo” in cui noi iullini ci muoviamo da metà novembre, si respira quest’aria, talvolta rarefatta, come dice Elena, ma pura, senza inquinanti e assai nocivi equivoci pedagogici.
    Spero di essere capace anch’io di far respirare quest’aria ai miei allievi.

  4. mvcarelli ha detto:

    Mi sorprendo sempre davanti alla capacità di usare così sapientemente le parole, come in questa citazione di Margareth Mead, per esprimere grandi verità. “Duttilità di testa che porta alla sapienza” e, aggiungo, alla capacità dell’uomo di compiere scelte, in tutti gli ambiti del suo agire. Ho appena finito di leggere il libro di Carofiglio sulla manomissione delle parole, dove un capitolo è dedicato per l’appunto alla scelta e al fatto che i mali della società odierna sono in gran parte dovuti a quest’incapacità diffusa di schierarsi, di scegliere di dire no, “un’arte difficile e perduta quella di dire no”, come afferma Carofiglio. Penso che formare menti duttili e flessibili, sia il fine che tutti gli insegnanti devono perseguire e augurarsi di raggiungere. Non essere flessibili “di testa” vuol dire essere facili prede di conformismi e massificazioni. Come diceva Gramsci nel suo manifesto contro gli indifferenti, “l’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”.

  5. laura ha detto:

    @Debby: esatto proprio così, tu sai esprimere molto meglio di me i concetti; l’esperienza in Cattolica è l’opposto di quella della Iul, lì un numero al cospetto del Sapere, Professori che amano l’eco della propria voce o, in alternativa il ruolo sul biglietto da visita. Mai mettersi in gioco, mai mettersi in dubbio.
    Qui tutto diverso ma non per questo più semplice anzi, a volte studiare a memoria è molto più semplice…basta ripetere.
    I miei distinguo non riguardavano questo corso e sono già iniziati il primo anno come ebbi modo di esprimere a qualche altro professore molto avanti.

  6. Samantha / C'era l'H ha detto:

    @ Andreas: leggendo il tuo post mi è tornato in mente un termine che ho incontrato pochi giorni fa per una ricerca : “micropedagogia”, dove l’oggetto della ricerca qualitativa è la fenomenologia dei processi formativi, ossia, degli eventi che generano cambiamento. La ricerca individua le componenti del sistema, mediante ingrandimenti e analizzando i cambiamenti relazionali e attribuzionali che le azioni provocano nei soggetti. In parole povere: tu ci dai gli stimoli, più o meno diretti (blog,video,riunioni,lezioni da tenere in prima persona,ecc) e noi rispondiamo ad essi in base alla nostra personalità, alle nostre conoscenze o alla nostra voglia di metterci in gioco, questo genera un cambiamento in noi e in quello che facciamo, da vita a un modo di formarci diverso e rintracciabile attraverso le “miniature” che tu ci hai reso disponibili; crea flessibilità, autonomia e libertà di pensiero.
    Sono d’accordo con le altre quando dicono che a volte si annaspa con te, ma, volenti o nolenti, si sa che il tuo è un “E-ducere”- e non “In-struere”- che vale la pena seguire
    una Iullina convinta 🙂

  7. Deborah ha detto:

    Non ho mai pensato che il corso di laurea alla IUL fosse più semplice di quello della Cattolica (anch’io come Laura l’ho “frequentata” per due anni), anzi… Penso che invece sia molto più faticoso ma con un’unica grande differenza: in Cattolica mi sentivo sola e sperduta, se capivo bene, altrimenti mi dovevo arrangiare. Come se tutte le matricole (così ci chiamavano!) fosse dei contenitori da riempire! Inoltre, molto spesso, mi trovavo in disaccordo con i programmi da svolgere e da studiare…
    Alla IUL invece, pur fra mille difficoltà, riesco a “respirare” aria nuova e diversa. Mi confronto, condivido, coopero, collaboro, chiedo, cresco, poco o tanto, certo, ma il dato importante è che qui IO POSSO, tutti NOI POSSIAMO.
    Un “ambiente di apprendimento” fatto a “misura d’uomo” dove le peculiarità e le qualità di ogni singolo possono diventare patrimonio di tutti.

    P.S. Andreas, ho risolto il “conflitto” con me stessa. Credo che adesso vada molto meglio…

  8. grandipepe ha detto:

    @Andreas…passeggiate sulle Ande: bello, interessante, ma ogni tanto, anche a me, come a @Marvi o @Monica manca l’ossigeno. L’aria rarefatta perchè si sta sperimentando “un nuovo passaggio”, ma tutti in cordata. Concordo con @Laura sulla criticità di alcuni “stili” proprio all’interno di una scuola che vuole “fare scuola”. Io ho già detto molto (o forse troppo poco) nel mio elaborato finale… MA QUANTE COSE ABBIAMO FATTO?
    eppure all’inizio abbiamo strappato le “pagine dai libri”, come nell’Attimo Fuggente, per capire che “poesia” non nè una questione di metrica, ma di “sentire”.
    Ecco, la difficoltà è stata nel continuare a sentire, nel non perdere le “battute” di Andreas. Ma lui è stato socratico: dire, fare,confutare. Abbiamo lavorato tutti tanto, per stare dietro alle incalzanti proposte. Credo, del resto, che in nessun corso siamo stati così quotidianamente presenti come con questo. E se questo non è un (per)corso?…

  9. Andreas ha detto:

    Maurizia ha evidenziato un punto importante:

    Non dico che sia un percorso facile, a volte ci si sente persi, si annaspa,

    Sono sicuro che molti miei colleghi scambiano l’assenza di vari riferimenti usuali, quali i programmi, i testi, le verifiche convenzionali, per facilitazione o slittamento al ribasso, ma così facendo commettono un errore. Per molte persone questo percorso presenta difficoltà superiori a quelle dei corsi tradizionali e soprattuto difficoltà di natura diversa, ma assai più attinenti a quelle che caratterizzano la realtà dei contesti dove gli studenti opereranno. Tantissimi studenti sono tornati a dirmi:

    “Lei è un grande furbacchione: ci ha fatto credere che fosse una passeggiata e poi ci siamo ritrovati a lavorare di più senza che ce ne accorgessimo”

    Sì, avevo forse parlato di passeggiate, ma le passeggiate possono essere molto faticose …

  10. monica ha detto:

    concordo con le colleghe, questo corso sta contribuendo a far usare il nostro pensiero divergente che da troppi anni ormai si era assopito.

  11. Maurizia ha detto:

    Questo corso ne è un esempio: mi aspettavo dei contenuti, degli argomenti e ho
    trovato un mondo nuovo, complesso, ma ricco di spunti.
    In uno dei miei primi post citavo Calvino e il suo Castello dei destini incrociati:
    ogni componente la blogoclasse è cresciuto leggendo, riflettendo a volte rispondendo
    ai post dei compagni
    Non dico che sia un percorso facile, a volte ci si sente persi,si annaspa,
    si chiede aiuto, si procede per tentativi, ma poi basta il suggerimento di un
    compagno/a di viaggio per rimettersi in gioco… e allora via che si riparte,
    pieni di entusiasmo e di voglia di provare e quando si arriva, anche a una mezza
    soluzione si gioisce con l’intera classe.
    Grazie per l’esperienza che stiamo vivendo

  12. laura ha detto:

    Ci stai riuscendo con il tuo corso che hai concepito in questo modo, ci stiamo riuscendo come comunità di pratica, apprendendo in modo significativo e non mnemonico.
    Se penso alla mia precedente esperienza universitaria, facoltà di giurisprudenza Università Cattolica, mi verrebbe da dirti che sì alla Iuline ci stiamo riuscendo ma …anche qui si potrebbero fare dei distinguo.

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