Esortazione #loptis

Avevo promesso di lasciarvi tranquilli per una settimana. L’ho detto lunedì scorso. Dunque niente di nuovo, per qualche giorno ancora. Ma due parole sul metodo può essere utile dirle.

Non vado avanti senza feedback: devo sapere cosa state facendo, altrimenti un percorso del genere non ha senso. Non ho un “programma da finire”. Sì, un piano generale ce l’ho, ma non m’interessa realizzarlo fino in fondo. Me lo sono fatto perché una direzione da seguire ci vuole. Ma l’obiettivo non è finire il mio programma, l’obiettivo è che accada qualcosa di utile nella mente del maggior numero possibile dei partecipanti. Se il prezzo da pagare è rinunciare a due terzi del mio programma, benissimo, rinunciamo, nella fiducia che quei due terzi verranno eventualmente completati dopo il corso, fuori dal corso, in un percorso che le persone sapranno ormai seguire da sole, e nella misura che servirà loro.

Ma io come faccio a regolarmi? Semplice: ascoltando. Però voi dovete parlare, affinché possa farmi un’idea di quello che succede. Sì lo so è faticoso, più faticoso che ascoltare lezioni, studiare e comprimere tutta la propria espressività in un unico evento, l’esame, quasi sempre vissuto con ansia spropositata, rispetto all’evento in se, rispetto al proprio ruolo, alla propria età. Certo, studiare è faticoso, specie se si lavora e si ha famiglia. Ma è una fatica “abituale”, che si conosce. Diversa è la fatica di affrontare l’ignoto, la fatica di cimentarsi, di affrontare una via che non è tutta marcata, una via che non può essere la stessa per tutti, perché ognuno deve tracciare la propria, almeno in parte. Spalmiamo allora quella breve ma intensa ansia da esame nel quotidiano, trasformandola in energia utile per affrontare il nuovo, infine in competenza vera.

Quindi bisogna che qualcosa mi torni indietro, sennò il gioco non funziona. Ho aspettato l’occasione giusta per fare questo appello, sapendo che sarebbe giunta presto – ascolto, attesa…

E l’occasione, ottima, me l’ha offerta Giusi, potete cliccare questo link per leggerlo. Di solito uso i link, come ho appena fatto, per rimandare ad altri brani scritti nel blog, ma per questa volta riporto anche qui il commento per intero – anche perché varie parti avrei potuto scriverle io allo stesso modo:

L’inizio del laboratorio mi ha colta di sorpresa dopo una giornata colma d’impegni.
Una prima e fugace lettura del blog, mi ha spaventata, mi sono sentita esattamente come descritto dal professore in “ accogliendo nuovi studenti”, smarrita, persa…
Poi ho parlato a me stessa, mi sono presa il “mio” tempo, la calma di cui avevo bisogno e …il resto sarà diario..
Ho iniziato la lettura di questo blog aiutandomi anche con carta e penna per fermare parole, concetti, argomenti, e la lettura è divenuta appassionante come una pagina di romanzo, una ricchezza di mondi e pensieri che mi fa ancora una volta constatare quanto questa nostra professione d’insegnanti possa, debba e/o dovrebbe essere risorsa per il nostro Paese, ma questa è un’altra storia.
Io sono cronologicamente una “migrante digitale”, frequento il cyberspazio solo per ragioni professionali( sono insegnante della primaria per metà orario e contamino da anni la didattica tradizionale con quella digitale, sono supervisore di tirocinio in università per l’altra metà d’orario e non posso fare a meno di usare il web per comunicare con le studentesse) per il resto la mia vita sta solo nel mondo “reale”, nel senso che non frequento social network, non ho in merito pregiudizi verso che li utilizza, ma uso già troppo la tastiera e il mio tempo libero desidero dedicarlo alle passeggiate, alle letture, allo studio, a stare in compagnia delle persone che amo. Il tempo è un elemento importante nella vita “reale” e nel cyberspazio? Ho due figli ventenni che utilizzano computer e derivati , anzi mi sembra a volte che questi strumenti siano diventati il prolungamento del loro corpo, della loro mente… discutiamo molto in merito, abbiamo posizioni a volte distanti, ma il confronto con loro mi ha molto aiutata in questi anni a capire i bisogni anche dei miei alunni, anche se più piccini.
Io non posso fare a meno della narrazione che è alla base dell’umanità: abbiamo bisogno di storie per capire e capirci, per cercare di affrontare insieme la complessità della vita. In fondo anche questo mio scrivere è un modo per placare la mia ansia del nuovo, per trovare un “interstizio” in cui mettere un po’ di me. L’assurdo del cyberspazio, almeno a volte così mi sembra è che ci dà la sensazione di essere tutti globalmente vicini nel “villaggio globale” e anche nelle culture e poi fuori di casa lo “straniero”, per dirlo alla Camus, ci infastidisce e in qualcuno scatena odi primitivi. C’è qualcosa che non torna…
Vorrei chiudere con Calvino, uno dei miei autori preferiti, già citato nel blog:
“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti:
accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”
Giusi

Al di là del piacere di ritrovare nel suo commento la splendida chiusa de “Le città invisibili” e al di là di varie altre affinità, l’intervento mi pare provvidenziale per suggerire a tutti la tonalità e il modo: Giusi non nasconde lo smarrimento ma ci dice:

Poi ho parlato a me stessa, mi sono presa il “mio” tempo, la calma di cui avevo bisogno e …il resto sarà diario.

Ecco, raccontate quello che vi sta succedendo. Esponete i dubbi, le difficoltà. Senza timori: del giudizio degli altri o del mio. Siamo tutti qui – me compreso – a cercare di imparare qualcosa che ci serve, non siamo qui a fare bella figura.

Fatelo per ora commentando questo post, o uno dei precedenti che vi sembri più pertinente. Io leggo tutti i commenti, ma li leggono anche altri studenti più esperti. Quindi siamo in molti a poter dare una mano.

57 thoughts on “Esortazione #loptis

  1. Luca P. says:

    Il mio viaggio nel #loptis prosegue. Per ora non riesco a fare a meno di leggere tutti i post in ordine cronologico, credo perché non vorrei perdermi niente e ad ogni passo trovo cose che mi interessano. Anche in questo post, leggendo “l’obiettivo è che accada qualcosa di utile nella mente del maggior numero possibile dei partecipanti”, mi trovo sorpreso. L’affermazione mi provoca a ripensare a tutte le volte in cui le lezioni non vanno…

  2. maria says:

    Buongiorno a tutti !!!!! Finalmente ci sono , purtroppo il mio laptop non mi ha consentito di strare al passo , a causa di problemi tecnici ; ma sono rientrata anche se un pò timorosa e smarrita , condividendo pienamente le sensazioni di Giusi e spero di essere ancora in tempo per recuperare e riprendere quest’ avventura , che mi affascina e incuriosisce sempre più. non nego che mi sento spaesata e impautita , ma ho detto a me stessa ” devo farcela ” ,è una sfida che devo superare .Quello che mi aiuta molto è anche la curiosità , da parte dei miei alunni di scula primaria , che mi spinge sempre più a considerare il cyberspazio come il “mondo presente e futuro ” , naturalmente utilizzato nella giusta maniera . Visto che sono riuscita a rientrare , spero di non perdermi più…… buno lavoro a tutti .

  3. MarinaA says:

    “mi sono presa il “mio” tempo, la calma di cui avevo bisogno …”
    Ho preso molto, troppo tempo. Infatti da settimane mi riprometto di inserirmi nella conversazione, e rinvio sempre, perché penso che la risposta merita un buon lavoro di riflessione vista la ricchezza di ciò che è stato scritto. Gli impegni incalzano e il tempo è poco, quindi rischio di di non rispondervi e ciò mi spiace molto.
    Dopo il percorso dello scorso anno, alla ripresa dell’anno accademico mi sono detta:”ancora digitale, tanto digitale”, come avevo scritto in una mail personale alle colleghe Giusy e Antonella.
    Tuttavia, poiché sulla nave devo salirci anch’io, mi unisco a questa ” nuova avventura della conoscenza”, certa che anche questo percorso mi aiuterà a fare un pezzettino di strada in più.
    A Ottobre ho partecipato ad un convegno di insegnanti e l’intervento serale di uno dei relatori riprendeva alcune affermazioni di Prensky e di Ferri. «Gli insegnanti devono imparare a comunicare nella lingua e nello stile degli studenti». I nativi digitali si trovano «di fronte a insegnanti che parlano una lingua con “accento” talmente differente
    dal loro da farla sembrare un’altra lingua». Negli insegnanti, scrive Ferri, la «mancanza di “agilità” e di “intelligenza tecnologica”
    va di pari passo con una forte dose di diffidenza». Si è aperto un dibattito che ha toccato diversi aspetti,
    Ma, forse …
    Riprendo ora ciò che che ha scritto il prof :”E la nuova situazione va affrontata su due piani. Il primo attiene all’abitare e divenire produttivi in un nuovo ambiente. È la sfida che affronta colui che si appresta a trascorrere un periodo molto lungo in un paese remoto, e deve mettersi in condizioni di intenderne lingua, costumi e cultura. La peculiarità del nostro caso è che le nuove generazioni già abitano quel mondo, ma allo sbando” ..
    Ma … forse, sicuramente …
    Il punto, alla fine, è l’eterno quesito: «che cosa significa educare?» o, più operativamente: come educare le prossime generazioni?

    Sono un po’ indietro con il lavoro, ma la seguendo Prof.

  4. simona says:

    Buongiorno a tutti, mi chiamo Simona ed oggi in questa giornata di sole ho deciso di leggere ogni post e link che è stato mandato sulla mia email o scritto qui. Perché aspettare tutto questo tempo? Beh, sono molto scettica sul mondo digitale e del cyberspazio.
    A differenza di tutti voi (o quasi) non svolgo un lavoro nel settore della formazione e dell’infanzia. Segnarmi al corso di laurea è stato un modo per rimettermi in gioco e dedicare una parte del mio tempo ad un qualche cosa che mi piacesse veramente e che sopratutto sia stato scelto da me, cosa che il mio lavoro non consente assolutamente con i suoi rigidi schemi.
    Ho iniziato il percorso per la laurea due anni fa sentendomi totalmente smarrita. Ho conosciuto pian piano mondi nuovi con progetti e lavori di gruppo che non sapevo da dove iniziare ma che grazie all’aiuto di alcune compagne di corso sono riuscita ad affrontare.
    Sono rimasta sorpresa nel vedere come la scuola sia cambiata dal 2004 in cui mi sono diplomata! A
    Anche se sono giovane a differenza dei miei coetanei non ho profili Facebook, Twitter o blog. Ho avuto problemi personali per via del web molto difficili da superare, purtroppo ci sono persone che ne fanno un uso sbagliato e crudele. Con questo corso di laurea ho dovuto mettere da parte ogni dubbio e farmi forza, aprire di nuovo la mia mente ad uno schermo ed una tastiera, ma sopratutto ad un collegamento internet.
    Mi sento spaesata non sapendo come procederà questo corso e come diceva anche lei Prof: senza usare manuali o testi.
    Ma eccomi qui, a mettermi in gioco l’ennesima volta su un qualcosa per me difficile, ma come dico sempre: se si inizia un percorso si porta a termine nel migliore dei modi.
    Buona giornata a tutti!
    Simona

  5. monica viali says:

    monicaviali@Help me! Ci ho messo un po’ a rientrare in …circolo, ma adesso ci sono.
    Speriamo di riuscire a seguire per bene, ma sono sicura che con il Prof e vostro aiuto tutto vada per il meglio. Mi interessano un sacco di argomenti che trattate nei vostri commenti. Per cui chiedero’, chiedero’ e chiedero’ di nuovo.
    buon lavoro, ma credo che non si tratti di lavoro, a tutti!

  6. emidipla says:

    salve a tutti, e buona sera Prof. Per me questo percorso è molto importante anche se a rilento scopro ogni volta che, cose che inizialmente pensavo di non utilizzare mai, puntualmente per caso si verificano, oppure ne sento parlare da qualcuno e allora mi si illuminano gli occhi perchè so di cosa si sta parlando perchè ho speso del tempo ad approfondire quell’argomento! 🙂
    ho solo una difficoltà quella di raccontare o far vedere “l’atto pratico” di quello che ho scoperto, visto,riconosciuto…spero di entrare ancora di più nello spirito di tutto questo per trovare una mia linea di feedback! Grazie.

  7. Vincenzo Capasso says:

    Ho seguito il corso cMOOC LTIS13 e sono rimasto soddisfatto.
    Ho aperto un blog all’indirizzo http://vincapasso.blogspot.com/ e ho scaricato i feed con RSSOwl. Poi sono stato costretto a formattare l’Hard Disk del mio computer e ho preferito scaricare i feed con Bloglines.
    Una delle mie difficoltà è rendere il mio blog sorgente di feed, utilizzando magari un programma in italiano.
    Sono contento che l’iniziativa di Andreas continui con il laboratorio LOPTIS.
    Sono pronto ad approfondire le mie conoscenze informatiche e di metterle al servizio della didattica. Penso che partecipare al laboratorio LOPTIS sia utile e interessante.

  8. Gerardo Totaro says:

    Non posso non condividere le ansie di Giusi Po,ma con un aggravio di pena, insegno informatica, non sono iscritto a facebook e credo poco nei social network … che faccio procedo o semplicemente mi ri-clicco su me stesso ??
    Spero che il prof. Andreas non mi censuri sul blog … ma una cosa è certa, darò tutto me stesso per smentirmi !!

    A questo punto facciamone di necessità virtù

    1. Lucia Appolloni says:

      …eccomi finalmente!!! in questo caotico momento della vita scolastica e non, trovo o meglio ritrovo il mio tempo, il tempo di studio! Ho seguito un po’ lo scorso anno il percorso Mooc della IUL ma strada facendo mi sono persa, la causa? Un momento della mia vita molto difficile. Visto che il primo tentativo non è andato a buon fine ci riprovo e sono pronta, anche se un po’ disorientata, per questa nuova avventura!!!!

      1. Claude Almansi says:

        Ben tornata, Lucia – spero di poter dedurre che ora le cose vanno meglio per te.

        Se hai bisogno di aiuto per riorientarti, chiedi pure. Una prima dritta: mica devi leggerti per intero tutte le pagine (e sottopagine sottocollegate) collegate sotto “Laboratorio Online Permanente di Tecnologie Internet per la Scuola” in cima a destra di questo blog di Andreas Formiconi: prova ad andarci un po’ a naso, scegliendo i titoli che t’interessano. Se poi fai fatica così, puoi sempre tornare all’elenco cronologico Post #ltis13 (2 febbraio – 12 giugno 2013).
        😉
        Claude

    2. Claude Almansi says:

      Benvenuto, Gerardo,

      Andreas non censura mai nessuno – e non ricliccarti su te stesso, per favore: serve a tutti il punto di vista scettico sugli strumenti sociali che usiamo (e d’altronde non sei il solo tra noi) 🙂

      1. Gerardo Totaro says:

        Chiaro che il mio atteggiamento era essenzialmente ironico, ma certamente avremo modo di discutere delle mie perplessità circa l’uso di tali strumento.

  9. maestro ale says:

    Post cancellato in fase di pubblicazione. Ci riprovo.

    Cominciare un viaggio con il Prof Andreas può essere spiazzante per chi è abituato, anche come me, in altri casi, a seguire delle strade ben segnate e delimitate. Poi, però, si comincia ad apprezzare la bellezza e la libertà di questo navigare liberamente, senza costrizioni, con la possibilità per ognuno di noi di dare un colpo al timone. Mi sentirei quindi di dire ai “nuovi” di lasciarsi andare, liberare la mente dagli schemi e dagli stereotipi e assaporare, giorno dopo giorno, l’interazione con gli altri abitanti del villaggio, o navigatori.
    Ho seguito sempre con interesse dall’inizio #loptis, ma non sono intervenuto perché non ho ancora capito qual’è la mia posizione, non partecipando al corso universitario. Qualcosa di editing so, ma quello che non so è quanto questo possa essere utile agli altri. Spero solo di poter essere utile per il futuro.

    p.s. probabilmente seguirò un MOOC organizzato dal Politecnico su editoria multimediale e e-book (dopotutto, per dirla con loro, sono un “dollino”)

    1. Raffaella says:

      Buonasera a tutti. Sono Raffaella, una nuova del corso, anche io sono un po’ spiazzata su tutti i fronti, organizzazione, comprensione del corso, incredulita’ personale sul riuscire a far “star dentro agli impegni” anche questo. Mi ha fatto molto bene il commento di Giusi e la citazione del romanzo di Calvino. Anche io sono una dollina e seguiro’ un corso sugli e book. Accanto all’operatività ho pero’ anche bisogno di riflessione, di confronto sul pensare e non solo sul fare. Sono una persona aperta e socievole, le tecnologie mi hanno aperto un mondo e resa piu’ sicura di me, cambiata come docente e come persona. Intraprendo con lo stesso spirito questa avventura….. Devo dare del tempo a me per averne di più da dare poi. Un saluto e un grazie a tutti!
      Raffaella

      1. Antonella says:

        ..anch’io sono una dollina! E mi ritrovo tanto in questa tua frase “le tecnologie mi hanno aperto un mondo e resa più sicura di me, cambiata come docente e come persona”. E sono approdata qui, lo devo al Dol!
        Antonella

    2. Antonella says:

      Mi ripeto…scusate, ma fa piacere ritrovare compagni di viaggio: anch’io sono una dollina (e anch’io penso di seguire il percorso sull’editoria!).
      A presto
      Antonella

  10. maestro ale says:

    Capisco lo stato d’animo di chi si appresta a seguire #loptis. Sembra tutto troppo grande e distante per poterci raccapezzare. Io, al contrario di Giusi, non ho mai sentito troppo il bisogno della narrazione, vivo nella vita reale e in quella virtuale (dopotutto vivo nel XXI secolo anche se sono nato nel precedente), di conseguenza mi posso muovere, come ho fatto nei mesi precedenti, con una certa disinvoltura senza dover seguire una strada segnata. E ho anche apprezzato, dopo altre esperienze, la bellezza del veleggiare liberi, sotto la guida di Capitan Andreas.
    Sto seguendo con interesse #loptis, non intervengo spesso, anzi per ora ho una certa ritrosia. Perchè? Perchè ancora non ho capito il mio ruolo, non frequento l’università, ho una certa dimestichezza con software di editing..ma non so ancora come e dove dare una mano, se mai quel poco che so potesse essere utile. Per ora sono appoggiato al parapetto della nave e assaporo il vento in faccia e il sommesso fraseggio degli altri passeggeri, attendendo ordini.

    p.s. probabilmente seguirò un MOOC sull’editoria multimediale e gli e-book promosso dal Politecnico di Milano (sono, per dirla con loro, un “dollino”).

    Ancora p.s. Rileggendo mi accorgo che forse non si capisce quello che ho scritto , ma dopo cinque ore con 24 bambini e una sirena umana non sono grado di dare di meglio.

  11. cruciato says:

    Nelle ultime settimane mi sono dedicata alla lettura di quanto scritto da Andreas e a riflettere guardando a ciò che so e conosco da punti di vista differenti. Il ritmo più rilassato da una parte é ottimo per pensare, scrivere sul diario, tornare su spunti già letti e riveduti ma dall’altra il tempo dell’attesa si dilata e si allunga e a volte mi chiedo “e adesso che faccio? che scrivo?”…….:-(

  12. Giusi Po says:

    Quando ho ricevuto la mail del prof. Formiconi ho cliccato sul link e ho cominciato a leggere, a leggere, e mentre leggevo una parola ha cominciato a emergere dentro di me:
    grazie, grazie professore per l’umanità con la quale ha saputo accogliere le mie riflessioni;
    Grazie per la generosità intellettuale dimostratami, dando spazio alle mie argomentazioni.
    Grazie a tutti i miei compagni di laboratorio che hanno accolto con indulgenza e comprensione i miei pensieri.
    Questa si chiama comunità, e non riesco a non stupirmi, concedetemelo, è cosi difficile a volte intendersi occhi negli occhi e poi scopri quanta intesa può esserci con qualcuno di cui non conosci neppure il colore degli occhi!
    Detto questo, comincio ad essere più serena, mi sento meno sola, ho voglia di mettere le mani in pasta. In questi due anni di università ho già sperimentato lavori cooperativi con compagne con le quali solo recentemente ci siamo incontrate ed è stato come se ci conoscessimo da sempre
    ( Antonella è tra queste), ma mi piacerebbe sfruttare l’occasione di questo laboratorio per allargare la collaborazione.
    I compiti sfidanti sono stati quelli che più di altri mi hanno permesso di crescere professionalmente, molte competenze le ho costruite facendo sperimentazioni in diversi campi, anche se l’inizio è sempre stato carico di ansie, paure, timore. Il risultato non mi ha mai deluso.
    Vorrei fare mie alcune parole-concetti che il prof. Analizza in relazione agli hacker, parole che mi affascinano per la sapienza antica a cui rimandano e contemporaneamente per la forza destabilizzante che nascondono: tenacia, passione, stupore, creatività. Mi piacerebbe che guidassero il mio modo di stare dentro il laboratorio.
    Sarà una sfida.
    Grazie
    Giusi

    1. Andreas says:

      Certo, ognuno con la sua indole. Del resto tu non sei nuova qui. Ho riferimenti. Sollecito ad esprimersi coloro che non vedo. Tu devi immaginare la mia posizione: agisco con il desiderio di agire sensatamente ma senza poter vedere la gran parte della materia – viva – sulla quale agisco.

  13. valottof says:

    Tempo, tempo, tempo… Prenderselo e darlo, usarlo o non usarlo: prendersi il lusso di sprecarlo!
    Perdonate se in questa fase sono “orecchio peloso” (o comunque fosse stato definito), ma il lusso del tempo è al momento al di fuori della mia modesta portata.
    Giuro che ascolto e seguo, resto disponibile per quanto posso, continuo a battagliare per i contenuti come ho sempre fatto (e lo sto facendo su tanti versanti che non meritano di essere approfonditi qui!).
    Tra l’altro sono riuscito a rubare spazi per novità consistenti che appariranno su SusyDiario non appena troverò il tempo (sempre lui!) di attivarle potendone anche seguire sviluppi e feedback non potendo permettere che creino problemi. Quando sarà (spero presto) ne darò notizia sul blog.
    Per il momento contate pure su di me… Ma pochino! 😉

  14. luciab says:

    Ho iniziato il corso con il prof Andreas, lo scorso aprile, e mi ha cambiato la vita…
    Però non tutto subito: piano piano, un passo alla volta. E all’inizio non mi sono accorta.
    Andate avanti con fiducia, o voi ch’entrate….
    Non occorre essere dei geni; direi che è indispensabile essere curiosi e avere ancora voglia di giocare. Il prof “gioca con filosofia”, e la sua filosofia vale la pena di essere trasmessa.

  15. Maria Teresa says:

    Una nuova avventura sta per cominciare…e questo inedito percorso, come tutti mi spaventa, ma nello stesso tempo stimola la mia curiosità ed il mio interesse. Le parole del prof. mi incoraggiano ad andare avanti, soprattutto quest’anno ricco di impegni e di difficoltà di vario genere.
    Spero di lasciarmi travolgere da questa nuova realtà!!!
    Grazie
    Maria Teresa

  16. Claude Almansi says:

    Grazie a tutti per questa discussione. Dopo la fine di #ltis12 mi sono limitata a segnare che amavo i post di #loptis senza aggiungere commenti, e mi rincresce.
    È che sono successe due cose in un mio abbastanza limitato campo di interesse: l’accesso per tutti ai contenuti multimediali, cioè il fatto che se li rendi accessibili anche ai sordi e ai ciechi, diventano più digestibili per tutti, anche per i non-ciechi e i non-sordi. Ma non vedevo come integrare queste cose in #loptis senza sforzatura. Mo’ ci provo lo stesso.

    1. Forum di aiuto di Amara.org

    Durante #ltis12, con alcuni partecipanti, avevamo sottotitolato un po’ di video con Amara.org – veramente li avevano sottotitolati loro, io rispondevo solo alle domande. Ed alcune riguardavano casini inerenti ad aggiornamenti del software di Amara.
    Così da una parte ho cercato di aggirare quei casini per quei video, e dall’altra ho rotto le scatole a quelli di Amara per la mancanza di risposte nel loro forum di aiuto a simili domande riguardanti quei casini.
    Conseguenza: quelli di Amara mi hanno proposto di moderare io quel forum, per 5 ore/settimana a $13/ora e ho accettato: non tanto per i soldi, ma perché sono convinta che una comunicazione efficace sia indispensabile ad ogni impresa collaborativa come la sottotitolazione con Amara.
    Funziona benino: rispondo quando posso, smisto su altri canali d’aiuto se del caso e ogni settimana mando un e-mail riassuntivo a quelli di Amara che di solito mi rispondono. Ma continua a sfuggirmi perché vogliano avere un’intermediaria.

    Possibile pertinenza per #loptis: appunto, l’importanza di una comunicazione efficace nei (sotto)progetti collaborativi che possiamo innescare in #loptis13. Come impostarla lo possono decidere partecipanti ad ogni (sotto) progetto: un blog con commenti che si possono seguire tramite feed, un gruppo / mailing list, un gruppo Google+ anche seguibile tramite feed – o semplicemente e-mail collettivi. L’importante è impostarla sin dall’inizio, come garba meglio alla maggior parte dei partecipanti.

    2. Sottotitolazione dei video dei “MOOC” Coursera

    Veramente i corsi Coursera non sono affatto MOOC, perché la prima O di MOOC sta per Open, Aperto, e i corsi Coursera sono chiusi, cioè visibili soltanto agli iscritti, e il fatto che chiunque si possa iscrivere non cambia la loro chiusura.
    Però alcuni di quei corsi sono interessanti lo stesso e almeno un tempo, Coursera utilizzava un team di Amara.org per farli sottotitolare in “crowdsourcing” da volontari. E questo significava che almeno i video erano aperti.
    Purtroppo quelli di Coursera gestivano questo team in modo assurdo, e senza mai rispondere al feedback di volontari. E a marzo hanno chiuso il team, annunciando un nuovo strumento interno di sottotitolazione. Due mesi dopo, l’hanno svelato: una convenzione con certe università che avrebbero assicurato la traduzione dei sottotitoli, ma solo in poche lingue (arabo, giapponese, kazakh, portoghese, russo, turco, ucraino), e con Transifex: ora Transifex consente sì di tradurre file di sottotitoli collaborativamente, ma non di controllare il risultato sul video.
    Risultato: in barba alla promessa in quell’annuncio di sottotitolare la maggior parte dei video dei corsi in quelle lingue da fine settembre, come si vede dalla lista dei corsi Coursera, soltanto pochissimi hanno sottotitoli tradotti in altre lingue che l’inglese.
    E nei casi dove ci sono effettivamente sottotitoli in più lingue, la pagina del corso per i video offre soltanto link per il download del file dei sottotitoli, e soprattutto della trascrizione, per l’inglese, mentre è molto più comodo studiare sulla trascrizione, e sulla trascrizione dei sottotitoli tradotti se non si sa l’inglese. E l’assurdo è che in realtà, i file di questi sottotitoli e di queste trascrizioni tradotti/e esistono e si possono scaricare: basta cambiare “en” nell’URL nella sigla dell’altra lingua. Ma se quegli URL di file tradotti non vengono indicati/linkati esplicitamente nella pagina dei video di un corso, soltanto i maneggioni possono adoperare quel trucco.

    Possibile pertinenza per #loptis: poiché utilizziamo strumenti web gratuiti e preferibilmente liberi, uno dei criteri per sceglierli dovrebbe essere la chiarezza e facilità di uso per tutti. E se uno strumento è utile ma presenta ostacoli alla fruibilità, occorre vedere se esistono tutorial in italiano (o sottotitolabili in italiano) ben fatti per capire come aggirare quegli ostacoli. E se non ci sono tali tutorial, crearli noi. Non per forza come video: anche come testi illustrati da catture di schermo, che sono più facili da fare – e più accessibili a tutti.

    1. Andreas says:

      Quando passa Claude passa un ciclone. Di idee e di stimoli. Codeste proposte sono del tutto appropriate per il “tavolo” degli studenti di Editing Multimediale.

      Dobbiamo pensare questo laboratorio come ad un laboratorio, appunto. Là c’è il tavolo si quelli alle prese con i basics – cos’è un link, come si scrive… – là c’è quello di chi sperimenta il MOOC iversity, o roba simile, ancora più in là c’è quello di chi si occupa di accessibilità, poi c’è il gruppo di sottitolatori, poi ci sono quelli con il grembiule e il fiocco della IUL, che fanno Editing Multimediale.

      Un laboratorio appunto, dove magari qualcuno ogni tanto si alza dal proprio tavolo e va a sbirciare per vedere che fanno in un altro.

      E per le proposte di Claude, chi vuole e ci intende può subito aggeggiare qualcosa. Per gli altri, aspettiamo di avere messo insieme ancora un po’ di cocci fondamentali.

      Eh grazie Claude!

  17. Patrizia says:

    Mi è piaciuto molto leggere l’intervento di Giusi. Molte delle sue perplessità “sono state” e “sono” le mie; ma se da una parte c’è la preoccupazione, data da questa nuova modalità, dall’altra cresce la curiosità che alimenta la “mia” motivazione, permettendomi di dedicare maggior tempo allo studio di questo insegnamento nell’organizzazione della mia frenetica giornata.

  18. marina.p says:

    Forse è un problema di ritmo….
    Nel percorso precedente, il ritmo era folle! Un po’ come la classica situazione del tipo ” ti butto in acqua: o affoghi o impari a nuotare” !
    Abbiamo imparato a nuotare: poi, qualcuno andrà alle olimpiadi, altri no, ma tutti abbiamo vinto la paura dell’acqua e siamo in grado di esplorare l’elemento.
    Era una situazione un po’ particolare, come ci aveva spiegato il Prof. E non dico certo che deve trasformarsi in “metodo”.
    Ma anche stare troppo tempo seduti sul bordo della piscina, a meditare e ragionare su cosa significa nuotare…….
    Spero di non offendere nessuno (so di essere spesso fuori dal coro….), ma è proprio perchè mi sono appassionata! Prof, quand’è che ricominciamo a sporcarci le mani? 😉

    1. Andreas says:

      Sai, è un continuo cercare l’equilibrio fra opposte necessità. il modo “ti butto in acqua: o affoghi o impari a nuotare” funziona eccome, ma per una minoranza. Magari non piccola ma una minoranza. Altri affogano. L’idea del laboratorio era appunto per ridurre il numero degli affogati. Ci proviamo…

  19. Antonella coppi says:

    Leggo così volentieri i post di Andreas e me li gusto proprio come un “romanzo”. Dopo la lettura mi sento soddisfatta perché sempre riesce ad arrivare a ciò che ho nella mia mente e nel mio spirito ma non riesco a tradurre in parole da condividere con gli altri. Cerco poi nella pratica dell’insegnamento di trasferire e praticare realmente quanto appreso aprendo il mio mondo piccolo agli orizzonti planetari e alla condivisione…i risultati….non so quantificarli ,ma sono sicura che sto facendo piccoli passi avanti, insieme i miei alunni

    1. Andreas says:

      Infatti è difficile testimoniare questo tipo di risultati. Il mondo – ormai quasi solo economico, purtroppo – chiede quantificazione, ma tanti risultati importanti hanno valore eminentemente qualitativo, perché attengono ad una sfera troppo complessa per essere compressi in una manciata di numeri, con i quali si fa presto a raccontare fischi per fiaschi.

      E io non sono uno che ha paura dei numeri. Nella mia terra d’origine, la fisica, si pratica l’arte di porre domande alla Natura con la lingua dei numeri. Ma è un’arte difficile, che oggi viene applicata altrove molto a sproposito. La Natura non si fa prendere in giro e se le poniamo domande non serie risponde in grammelot.

      Purtroppo i furbi ci accumulano potere e denari.

  20. sabinaminuto says:

    Che bello! Mi piace sentirvi colleghi e prof Andreas.
    Anche io è un po’ che aspetto e medito per scrivere qualcosa. Ho due o tre argomenti caldi ma devo ancora un po’ sedimentare le mie riflesioni.
    Nel frattempo continuo a rimuginare “sull’abitare negli interstizi del cyberspazio” che il prof ci aveva suggerito.
    Sperimento tutti i giorni la fatica di abitare appunto con i miei studenti nel di la’ dove dovrebbero essere di casa scoprendo quanto poco sanno della casa, delle pareti, dei pericoli se lasci la porta o la finestra troppo spalancata e anche dell’incapacità di farla “bella” ‘sta casa. Tutto sempre approssimativo e sempre superficiale. Ma non è che sbaglio io chiedendo, anche nel cyberspazio rigore, riflessione, puntualità, impegno? Lo strumento è così potente ma l’uso così debole, fragile, poco incisivo. L’ ipotesi di partenza e cioè che farli lavorare su un terreno congeniale stimolasse rendimenti migliori per ora fa fatica ad essere verificata. Anzi mi sorge il dubbio che da un lato visto l’uso banale che ne hanno sempre fatto ciò si riversi anche sulla didattica e dall’altro “costringendoli” ad un impegno più concreto tolga la piacevolezza allo strumento che tanto amano. Non so. Per ora procedo per tentativi perchè pure io come ol prof “non ho un programma da finire” ma una direzione in testa da seguire ce l’ho. In parte (molta) anche grazie a voi.

    1. Andreas says:

      Mi pare che tu stia facendo un lavoro di grande valore. No, non sbagli chiedendo, anche nel cyberspazio rigore, riflessione, puntualità, impegno – credo.

      È fondamentale esserci, nel bazar, portandoci rigore.

      È colpevole invece condannare senza esserci – facile, ancora più colpevole perché più facile.

      Fabbricare mondo. Faticoso, ma necessario.

  21. wittgens says:

    Le parole di Giusi dipingono perfettamente tutto ciò’ che ho già’ provato circa un anno fa, quando, presa da entusiasmo e paura mescolati insieme, ho avuto uno “scontro-incontro” con linf12. Sensazioni simili, per intensità’ e modalità’, le ho sintetizzate nel mio commento a Didamatica…altro punto fermo dell’esperienza. A differenza di Giusi, oggi, e dopo aver navigato e conosciuto un po’ meglio l’ignoto, mi auto definisco non più’ “Gutenberg native”. Chiaramente non dovete fraintendere, io ho 43 anni suonati, che mi hanno permesso di crescere, conoscere e vivere con il ” mondo cartaceo”, lineare e gerarchico, anche ricco di fascino, ma oggi sbiadito ai miei occhi. Non rigetto certo la mia origine. Oggi , dopo linf 12 e lo studio particolareggiato del mondo della comunicazione a 360 gradi, ho ridipinto il mio modo di capire, scoprire e intendere non solo la mia professione, ma soprattutto il mio modo di stare nel “nostro tempo”. Sempre più’ tocco con forza il “muro” invisibile che c’e’ tra le generazioni, non parlo di moda, bellezza…ma d’identità’! Oggi esiste una nuova intelligenza mediale, nuovi comportamenti (multitasking…), nuovi atteggiamenti…a questo si aggiunge la tanto pubblicizzata “competenza digitale”… e io non voglio rimanere fuori, voglio esserci.
    Tutto ciò con fatica accresciuta soprattutto dalla diseguaglianza che crea l’accessibilità’, il “digital divide”, che in molti casi non deriva solo dalla disponibilità’ di hardware, ma anche dalla capacita’ d’utilizzo. Mi ritrovo in una Sicilia dove l’accesso ai nuovi media dipende da variabili sociali ed economiche, dal contesto, dall’interesse e dalle personali capacita’. Quindi, possiamo volgere lo sguardo a più’ aspetti: conoscenza, competenza, identità’ , possibilità’, modalità’…collaborazione, soprattutto flessibilita’ , dinamismo…
    Usiamo la tecnologia, veniamo trasformati, assistiamo alla rivoluzione digitale…ecco perche’ ci stiamo confrontando.
    Mariantonietta linf12

  22. M. Antonella says:

    Ho letto con interesse il lungo intervento di Giusi, condividendone in parte i dubbi e il disagio, la sensazione di straniamento nei confronti di questo nuovo modo di comunicare, attraverso gli strumenti digitali e nell’ambiente virtuale del web, che sembra fagocitare il nostro tempo
    reale e catapultarci in una strana realtà parallela, in cui il tempo e lo spazio reali sembrano annullarsi…
    L’ho letto anche con piacere, per le comuni radici letterarie e non solo.
    Anch’io amo Calvino e lo ritengo per tanti versi ancora attualissimo per
    quello “sguardo” capace di leggere attraverso il presente il futuro, come prima di lui aveva fatto Orwell del resto, e qualcun altro…

    Mi è piaciuto poi quello che dici, Andreas, a proposito del programma…

    “Non ho un “programma da finire”. Sì, un piano generale ce l’ho, ma non m’interessa realizzarlo fino in fondo. Me lo sono fatto perché una direzione da seguire ci vuole. Ma l’obiettivo non è finire il mio programma, l’obiettivo è che accada qualcosa di utile nella mente del maggior numero possibile dei partecipanti. Se il prezzo da pagare è rinunciare a due terzi del mio programma, benissimo, rinunciamo…”

    In effetti troppo spesso gli insegnanti sono acriticamente succubi del
    “dio programma”, sacrificando la qualità alla quantità e perdendo di vista il vero obiettivo: “che accada qualcosa di utile nella mente”
    degli studenti.
    Senza dimenticare che programmare e insegnare per competenze proprio questo obiettivo dovrebbe prefiggersi…

    1. Andreas says:

      Sì, mi ha sempre angosciato il primato del programma. Insegnare, come curare, attiene all’umano. Programmi e protocolli sono utili per venire a capo della complessità del mondo, ma se prevalgono sul resto, sullo specifico dell’individuo, allora diventano mera burocrazia.

  23. Antonella says:

    Smarrimento emozione colpo di fulmine clima di entusiasmo ordine diario: queste le parole che voglio utilizzare per descrivere il mio approccio al nuovo insegnamento, potrei dire il mio percorso iniziale.
    In tutto ciò resta che forse non ho capito che il diario doveva essere in qualche modo visibile? Anche a me piace narrare, come ha dichiarato Giusi, amica e compagna di viaggio in molti tratti di questi due anni di università, e mi viene meglio per iscritto piuttosto che oralmente, scrivendo tengo maggiormente a bada l’emotività. Attendevo la fine di questa settimana, che Lei professore ci aveva indicato, per ricevere nuove indicazioni. E poi voglio approfittare di questa post per dire grazie, perché più volte ho colto la sua comprensione per la situazione della maggior parte di noi: famiglia, scuola, impegni professionali, studio, é vero abbiamo scelto liberamente di compiere questo passo, ma, almeno per me, ormai mi sento come in una spirale: la voglia di conoscere, di mettermi in gioco non si esaurisce, necessità di essere sempre alimentata. E indietro non si vuole e non si può tornare.
    Grazie a presto
    Antonella

  24. soudaz says:

    Mi piace proprio tanto la richiesta di risposta da parte del Prof.
    Mi sembra di essere sulla Luna tanta è la mia contentezza e la condivisione.
    Merci Andreas
    Sto preparandomi a condividere le impressioni per dei nuovi MOOC che sto seguendo su Materia Oscura e Storytelling.
    Ma aspetto che il meccanismo mi/ci stritoli ancora un pochino, i miei compagni di corso ed io, considerando le modalità di iscrizione e di fornitura del corso stesso.
    Un abbraccio a tutti, prof. compreso e una esortazione: NON FATELO SOLAMENTE DURANTE QUESTO CORSO; AFFRONTATE LA VITA DANDO spiegazioni e risposte alle domande e non seguite percorsi facili e con molte indicazioni.
    Per il poco che ho capito io dalla vita si impara molto di più salendo una mulattiera in montagna o in riva al mare che percorrendo un’autostrada:
    Strade più complicate e personali portano vicini ai propri obiettivi e nessuno ve le toglie più.
    Questo corso, oltre ad interessanti spunti tecnologici, insegna questo: essere se stessi, coerenti e disponibili (penso che il rettore e la segreteria non lo sanno, in caso contrario invece di un sano passa parola lo pubblicizzerebbero perdendo in spontaneità).
    Ciao
    Costantino

    1. sabinaminuto says:

      Ciao Costantino,
      mi interessa molto lo storytelling. Che corso è?
      Io credo davvero nella potenza della narrazione come pratica didattica.
      Mi dai qualche appiglio, quando hai voglia?
      Sab

      1. soudaz says:

        Rispondo ma con anticipo rispetto a quello che volevo fare
        Questo il link per un corso di storytelling con video e molti, troppi iscritti ( un manuale di come si fa)

        Questo secondo per un discorso che mi interessa molto sulla materia oscura, il professore è una autorità in materia
        E uno sulla scuola del doing che mi interessa sempre

        Guardo ciò che ti interessa, ci sono molti altri corsi, e poi ne riparliamo
        Ciao
        Costantino

          1. Andreas says:

            Grazie per questi riferimenti, Costantino.

            Poiché ho provato a fare un MOOC, vari colleghi e il “sistema” in generale, mi chiedono di parlare dei MOOC, mi chiedono opinioni su questo e quello, e anche su iversity…

            In realtà il mio interesse non è sui MOOC, il mio è un percorso preciso che in un certo punto si è trovato a tangere il percorso dei MOOC. Quindi non riesco sempre a soddisfare quel tipo di richieste, poco interessandomi del resto l’inseguire etichette…

            E però è interessante che tu ci possa dire qualcosa su queste esperienze: ne potrei far tesoro per rispondere a chi mi chiede qualcosa su iversity – qualcosa so ma è generico, altro è sapere da chi ha sperimentato…

            Attendiamo quindi curiosi.

          2. Claude Almansi says:

            Grazie per i link, Costantino: così ho potuto iscrivermi anch’io al MOOC sullo storytelling. Così, a prima vista, iVersity mi piace più di Coursera come piattaforma; però avrebbero potuto scegliere qualcosa di diverso di questo nome in i- che dà l’impressione di un’infeodamento ad Apple.

            Non mi preoccupa tanto il numero di partecipanti: alla fine, se guardi i forum, vedi che funzionano lo stesso perché solo pochi li usano.

            A parte la voglia di provare una nuova piattaforma, mi sono iscritta perché la descrizione in https://iversity.org/courses/the-future-of-storytelling dice: “learn storytelling basics such as antagonist/protagonist relationships, narrative/narrated time” e questo mi ha ricordato una serata di genitori alla scuola materna di Camucia dove andava mia figlia 30 anni fa.

            Le maestre ci avevano spiegato che per migliorare le capacità linguistiche dei bimbi, avevano deciso di fare un progetto basato sulla fiaba, e dopo essersi lette un mucchio di scritti secondari in merito, avevano deciso che quello che si confaceva meglio al loro progetto era “La morfologia della fiaba” dove Vladimir Propp proponeva appunto quei “basics”.

            Guido aveva strabuzzato gli occhi: lui, quel libro di Propp l’aveva messo nella lista di letture per il corso postgrad sui generi narrativi che dava all’università di East Anglia. Gli avevo mollato un calcio discreto nella caviglia per ricordargli la nostra linea di genitori: “Le maestre hanno sempre ragione”. E in effetti, avevano ragione: certo, avevano semplificato un po’ la terminologia di Propp: eroe/nemico piuttosto che protagonista/antagonista, ad es. In pratica, i bimbi ascoltavano una fiaba, assieme ne delineavano proppianamente la struttura, poi ne inventavano una sulla stessa struttura che disegnavano, e infine una maestra trascriveva sul disegno quel che i bimbi raccontavano a voce. Cioè un lavoro collaborativo multimediale, spesso con risultati stupendi.

            Allora sono incuriosita di quell’idea di un futuro dello storytelling: beh certo, gli strumenti digitali semplificano molto sia la collaborazione sia la realizzazione della multimedialità, ma cambia veramente qualcosa nel fondo?

    2. Andreas says:

      Mi viene in mente il viaggio, in bici sulle alpi e in Topolilno sugli appennini) di Paolo Rumiz: La leggenda dei monti naviganti, Feltrinelli.

      Quanto ai dirigenti… no comment…

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