Due o tre cose sulle pagine Web – #loptis

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Devo consultare l’orario, anzi devo anche fare il biglietto. Mi siedo al computer e chiamo la pagina http://www.trenitalia.it. Devo andare da Firenze a Milano. Scrivo Fi… è già sceso un menu a tendina: “il sistema” mi fa scegliere fra Firenze Campo di Marte, Firenze S. M. Novella, Rho-Fiera Milano, Riminifiera. Furbetto! Ma come fa?

Ragioniamo. Cos’è il sistema? In questo caso il sistema comprende il mio computer, proprio questo su cui sto facendo la prova. Poi il mio router casalingo che lampeggia qui davanti, in sostanza un computerino che sa dove indirizzare i pacchetti di informazione nella rete, il primo nodo che i miei pacchetti di informazione devono superare per inoltrarsi nella rete. Ma i pacchetti ne dovranno superare altri, perché la rete è fatta di nodi collegati fra loro, innumerevoli, e in ognuno di questi possono esserci delle diramazioni. Ho controllato, stasera i miei pacchetti devono superare 15 nodi per raggiungere il server delle ferrovie. Domani forse di più, o di meno. La rete è dinamica: la via per collegare due punti può cambiare. E poi c’è il server delle ferrovie, quello che mi risponde quando chiamo http://www.trenitalia.it. Quest’ultimo è un computerone acceso 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In realtà ci sarà un insieme di server, che si suddividono il carico di lavoro con criteri sofisticati. Ma alla fine sarà uno quello che mi risponde.

Un sistema composito e eterogeneo, e dinamico. Fra dieci minuti potrei decidere di fare la stessa cosa con il tablet, o con lo smartphone. Il sistema può essere ricomposto in una varietà di configurazioni fisiche, ma io lo vedo sempre come un’unica “macchina”, alla quale chiedo un orario ferroviario.

Io ho la domanda e Trenitalia ha i dati. Io manovro il lato “client”, Trenitalia il lato “server”. Il client ce l’ho io, il server è lontano. Quando invoco http://www.trenitalia.it, il server delle ferrovie mi risponde, inviandomi una pagina che posso vedere nel browser, su computer, tablet o smartphone che sia. Quella pagina è codificata in HTML, che voi avete già assaggiato. Quando fate clic su uno dei vari link che ci sono nella pagina, io faccio partire una richiesta più specifica al server delle ferrovie. Il server, in base al link che ho cliccato, confeziona una nuova pagina e me la rispedisce. Il mio browser si limita a mostrarmela.

Questo è il meccanismo base dei servizi web. Provatelo, cliccando per esempio il primo link nel secondo menu, subito a destra del logo TRENITALIA, nella pagina  http://www.trenitalia.it: “Condizioni di trasporto”. Vedrete che vi aprirà una nuova pagina, diversa dalla precedente. L’aprirà in un’altra finestra (o scheda, tab, del browser). Questo dipende da come è scritto il link. Se per esempio, andate nel mio blog, http://iamarf.org, e cliccate sul titolo del primo post, #loptis La bacheca, la pagina verrà sostituita da una nuova, che invece di contenere la lista degli incipit dei primi post, conterrà solo quel post con tutti i suoi commenti. Il meccanismo è lo stesso: voi chiedete una nuova pagina e il server ve la invia.

In questo schema, il lavoro fatto dal sistema può essere pensato come diviso in due parti: il lavoro del client, che consiste nel registrare i vostri clic e spedirli al server, e il lavoro del server, che consiste nell’interpretare quei clic, frugare fra i suoi dati, e rispedirvi ciò che avete chiesto.

I dati sono conservati dal server in una cosa che si chiama database, o più precisamente database relazionale. In questo tipo di database, i dati sono organizzati in tabelle collegate fra loro da un preciso schema di relazioni, il tutto architettato in maniera tale che, anche quando la struttura dei dati diviene molto complessa, la mole ingente e il ritmo delle interrogazioni frenetico, l’integrità dei dati non viene mai messa in pericolo. Esiste un linguaggio concepito apposta per porre interrogazioni a questo tipo di database, si chiama Structured Query Language (SQL). Esiste anche un’implementazione open source di questo linguaggio che si chiama MySQL. Questa è enormemente diffusa in una miriade di applicazioni in tutto il mondo. Non ci serve sapere altro a riguardo, giusto che esiste.

Ma il lavoro del server non consiste solo nel porre domande al database. Quando il server riceve le informazioni relative ad un click, deve compiere delle elaborazioni che danno luogo a precise interrogazioni da porre al database, quindi deve elaborare le risposte e confezionarle adeguatamente in una nuova pagina HTML da rispedire al vostro client. Questo tipo di lavoro viene realizzato mediante un linguaggio che si chiama Hypertext PreProcessor (PHP). È un vero e proprio linguaggio di programmazione che può essere intercalato in una pagina HTML, utilizzando un particolare tipo di tag, che per la cronaca – ma solo per la cronaca! – è

<?php qui viene la serie di istruzioni scritte in PHP ?>

Il server, prima di rispedire la pagina HTML al client, esegue tutte le istruzioni PHP che ci trova dentro, e che gli consentono di determinare la forma finale con la quale la pagina apparirà nel client.

Non ci serve sapere altro, eccetto mettere a fuoco il fatto che il server per ogni clic che lo “solletica” fa molto lavoro: interpreta le informazioni legate al clic, pone domande ai database, elabora le risposte e confeziona le pagine da rispedire indietro. Se i clic sono molto numerosi, il server può andare in crisi e non farcela.

Questo era il meccanismo su cui si basava il vecchio web, per così dire. Il web pre 2.0, dove le pagine erano dinamiche ma meno di oggi: per cambiare anche un piccolo particolare di una pagina, questa doveva essere rinfrescata completamente. Non è che questo meccanismo non si usi più, tutt’altro, ma solo quando è inevitabile farlo, come nei due esempi precedenti.

In realtà noi oggi siamo abituati a tutto un altro dinamismo delle pagine: la pagina resta là e solo certe sue parti mutano, e in maniera istantanea, non solo in funzione dei clic subiti, ma mediante il semplice “sorvolo” del puntatore del mouse, o anche spontaneamente – anche troppo spesso talvolta. Riprendiamo l’esempio di http://www.trenitalia.it. Se guardate la pagina e aspettate qualche istante vedrete come ogni tanto la pubblicità sottostante cambi. Ma soprattutto, provate a viaggiare con il puntatore del mouse sulle voci “LE FRECCE”, “OFFERTE E SERVIZI” eccetera. Vedrete che quando il puntatore si troverà sopra una di queste voci, scenderà istantaneamente un menu a tendina, senza che voi abbiate cliccato.

Chi fa questo lavoro? Il server? No, non potrebbe reagire così velocemente. Il meccanismo che abbiamo visto, richiederebbe che tutta la pagina venisse rinfrescata interamente dopo essere stata spedita, cambiata e resa dal server. Allora il client? Ma come è possibile? Per quanto ne sappiamo, il client non fa altro che spedire clic con qualche informazione e ricevere nuove pagine da mostrare al posto delle vecchie, che abbiamo visto essere codificate in HTML. E se nelle pagine HTML ci sono dentro istruzioni PHP, sappiamo che queste comunque vengono eseguite dal server, prima di essere rispedite indietro. E allora? I nodi intermedi? No, quelli fanno solo un lavoro di bassa manovalanza, loro manco le pagine concepiscono, ma solo piccoli pacchetti di informazioni, nei quali quelle sono spezzettate; i nodi ricevono pacchetti, li smistano e li inviano nelle direzioni che credono giuste. Allora, chi si fa carico di tutti quegli aggiornamenti rapidi e localizzati che siamo abituati a vedere nelle pagine web?

In effetti ci manca un ingrediente. Qualcosa che lavori nel client. E questa cosa c’è: nella maggior parte dei casi si chiama Javascript, ancora un linguaggio. Voi direte – Ma perchè tutti questi linguaggi? – Perché ognuno è adatto a svolgere un certo tipo di attività in un certo contesto. Non è che siano poi molto diversi fra loro, ma sono comunque distinti. Tuttavia lasciamo queste valutazioni a chi si occupa di software. A noi interessa sapere che in una una pagina HTML si possono includere anche sezioni scritte in Javascript, che vengono eseguite in corrispondenza di certi eventi, per esempio un bottone che viene cliccato o una particolare zona che viene sorvolata.Queste sezioni di codice Javascript vengono eseguite nel client, a differenza di quelle in PHP che vengono eseguite nel server. Sempre per la cronaca, le sezioni di codice Javascript sono incluse in tag di questo tipo

<script>
qui viene la serie di istruzioni in Javascript
</script>

Il fatto che il codice Javascript venga eseguito nel client spiega la reattività immediata delle pagine web; per verificare riprovate a volare sulle voci di menu di http://www.trenitalia.it. Ma non è solo questione di accorgimenti grafici. Torniamo a fare la prenotazione con la quale avevamo iniziato: scrivo Fi… è già sceso un menu a tendina: ho appena iniziato a scrivere il nome della città, Fi, e “il sistema” mi fa scegliere fra Firenze Campo di Marte, Firenze S. M. Novella, Rho-Fiera Milano, Riminifiera. Furbetto! Ma come fa?

Beh, ora forse è un po’ più chiaro. Evidentemente il codice HTML di quella pagina include una sezione di codice Javascript che si attiva quando inizio a scrivere nella casella “Da:“. Ma c’è ancora una domanda: per sapere tutte le stazioni che iniziano con i caratteri “Fi”, lui deve interrogare il database e questo si trova nel server… allora come fa un codice che gira nel mio client a interrogare il server? In effetti, con le prime versioni di Javascript non sarebbe stato possibile fare una cosa del genere. Poi, dopo alcuni anni è stata sviluppata una tecnica che, mediante codice javascript, consente di porre interrogazioni al database localizzato remotamente, riaggiornando solo alcune parti della pagina al volo, in funzione delle risposte ricevute. Questa “nuova” tecnica si chiama Asynchronous JavaScript and XML (AJAX).

Non entriamo in ulteriori particolari e dimenticate serenamente ciò che vi opprime. Badate però di essere consapevoli del fatto che oggi quando si lavora con una pagina web accadono molte cose nel proprio client il quale, ricordiamo, può essere il computer, il tablet, lo smartphone e tutte le possibili variabili, presenti e prossime venture. La cosa ha due conseguenze rilevanti.

La prima è che grazie a questa stratificazione successiva di tecnologie, il web ha potuto dinamizzarsi enormemente, grazie a una distribuzione più equilibrata del carico di lavoro fra congegni richiedenti (client) e prestatori di servizi (server). In questo modo la stratificazione dei linguaggi e la fluidificazione del codice distribuito in una miriade di macchine, che collegate fra loro formano la rete, hanno reso possibile il web 2.0.

La seconda conseguenza consiste nel fatto che nei nostri congegni succedono molte cose. Sempre più, quando carichiamo pagine web, carichiamo anche un bel po’ di software. E il Javascript non è il solo tipo di codice “straniero” che può girare nel vostro computer, ad esempio Java e Flash sono altri tipi di software che possono essere importati con le pagine web. I video Youtube funzionano in Flash per esempio. In generale, tutto ciò si traduce in maggiorate e migliorate funzionalità ma, come sempre succede, anche in qualche problema:

  1. Qualsiasi software assorbe risorse dal computer, anche quello che viene con le pagine web. Navigare il web non è assimilabile ad una pratica omogenea di recupero e visualizzazione di documenti; può accadere che il computer rallenti improvvisamente in seguito al caricamento di una pagina web o ad un clic su un particolare comando. Un clic apparentemente innocente può implicare l’attivazione di un software che per una varietà di motivi può risultare particolarmente oneroso.
  2. Il software può contenere errori e le conseguenze degli errori in un software sono del tutto imprevedibili: siamo nel regno della complessità e un piccolo difetto può tradursi in una grande varietà di comportamenti anomali.
  3. L’avvicendarsi frenetico delle nuove revisioni di tutti i componenti che oggi concorrono ad ogni singola funzionalità del web crea non poca farragine. Ogni volta che un singolo componente evolve in una nuova versione, vari altri componenti devono in qualche maniera adeguarsi. Per esempio, quando esce una nuova versione di HTML, è necessario aggiornare tutti i browser in maniera che siano in grado di interpretare le direttive del nuovo standard. Purtroppo questo processo passa sopra la testa dei poveri utenti, i quali sono così costretti a prendere sul serio le svariate richieste di aggiornamento che periodicamente vengono loro proposte: Browser, Java, Javascript, Flash, sistema operativo eccetera. Ma il problema non concerne solo l’evoluzione temporale. Chi usa contemporaneamente più accessi a internet può incorrere frequentemente in episodi irritanti. Il caso di chi scrive è estremo, per ovvi motivi professionali: se mi rivolgo ad una platea generalizzata non posso ignorare tutte le istanze di coloro che hanno sistemi diversi dal mio! Ecco che non mi succede quasi mai di essere perfettamente a posto con Windows, Mac OSX, Linux, IOS (iPad, iPhone…), Android (Samsung…). Se per esempio ho bisogno di utilizzare PiratePad, ecco che scopro che sull’iPad funziona poco e nulla – se utilizzo un certo tipo di wiki (siti per scrittura cooperativa) ecco che dopo avervi accumulato centinaia di studenti come utenti, scopro che con iPad non funziona affatto – in questo momento ho Flash aggiornato su Windows e su Mac ma su Linux no – eccetera eccetera…
  4. Una poco simpatica conseguenza dei fatti precedenti è la rapida obsoloscenza dell’hardware, dal computer allo smartphone. Navigare il web con computer vecchi può rivelarsi un’esperienza defatigante. Non bisogna dimenticare che pare valga ancora la legge di Moore, che semplificando un po’, dice: la potenza dei computer raddoppia ogni 1.5 anni. Questo significa che in un lustro le potenzialità dell’hardware sono quasi 10 volte superiori, un ordine di grandezza! Dal canto suo, il software si evolve adeguandosi all’hardware. Ma dal punto di vista dell’utente, aggiornare il software è spesso facile e gratuito, sostituire l’hardware è faticoso e costoso.
  5. Il software può essere anche scritto con l’intenzione di fare danno. Una parte del cosiddetto malware può giungere attraverso il codice portato dalle pagine web. Niente panico. Il mondo è pericoloso, anche se ce lo raccontiamo sicuro. È il prezzo della vita. Il cyberspazio, ormai duale del reale a tutto tondo, non fa eccezione. Ci si può vivere dentro con un minimo di buon senso, e la consapevolezza che è possibile inciampare in qualche ostacolo. Il buon senso nella fattispecie consiste nell’abitarlo con accortezza, elevando il livello di attenzione nei luoghi sconosciuti. Ad esempio, pagine eccessivamente policromi, con banner mobili, un po’ tipo slot machine, siti che consentono di scaricare gratuitamente ma che non dichiarano esplicitamente di offrire software open o free source, pagine che offrono sistemi per crackare chiavi o altro software, sono in generale da evitare. Insomma, il cyberspazio non è il paese dei balocchi ma è il mondo, che è pieno di ciarpame e ricchezza allo stesso tempo. Per percorrelo e conoscerlo occorrono attenzione e ponderazione.

25 thoughts on “Due o tre cose sulle pagine Web – #loptis

  1. Maria Rita says:

    Veramente chiaro. Grazie Prof. per come rende “semplici” tutti questi tecnicismi che ormai fanno parte della nostra vita quotidiana… Solo 20 anni fa chi avrebbe pensato che questo sistema di trasmissione dei dati avrebbe cambiato radicalmente la nostra società, il nostro modo di produrre, di insegnare, di vivere. Tutti i giorni siamo immersi in queste tecnologie digitali della comunicazione e a volte le subiamo senza esserne consapevoli. Nuove applicazioni le rendono sempre più “umane”, forse troppo. Quindi: quanto è importante capire!!!

  2. simouni says:

    Ricordo ancora come i primi anni in cui usavo la navigazione in rete, non mi curavo dell’aspetto privacy (file, foto, commenti e quant’altro!). Purtroppo ho dovuto “sbatterci la testa” per capire che non è tutto oro ciò che luccica e che bisogna saper usare in modo intelligente ciò che il web ci offre. Ci sono voluti tre anni per riprendere il computer, e con molta diffidenza e grazie all’università che è on line, ho iniziato nuovamente ad entrare in questo mondo come fosse la prima volta, ma con una “maturità” maggiore rispetto gli anni passati.
    Confrontare la rete al mondo reale penso sia un paragone esatto; come nella vita di tutti i giorni bisogna sapere differenziare ciò che ci viene posto avanti. ci vuole un attimo per far sì che il nostro sistema installi qualche software, acquisisca virus o qualsiasi cosa possa essere nociva. Mette quasi soggezione pensare che un numero indefinito di persona possa accedere ai nostri dati, alle nostre conversazioni o possa recarci qualche danno al nostro pc. Penso che la privacy è andata sparendo sia nella vita di tutti giorni che in quella virtuale.
    è anche giusto ammettere che questa nuovo web ha abolito barriere e permesso di sintetizzare e velocizzare i lavori che qualunque persona può svolgere. Basti pensare all’esempio di Trenitalia. oggi con un clic si possono sapere gli orari ed acquistare direttamente on line i biglietti…sembra lontana l’epoca in cui bisognava dirigersi alla stazione!

  3. mariab72 says:

    Come sempre tutto molto interessante e da qui contionuo a rendermi conto di quanto complesso ma allo stesso tempo semplice è il mondo del cyberspazio e non solo capisco ciò che sta dietro il mio client e ai tanti nostri semplici clic clic molto spesso automatizzati.Curiosità e prudenza allo stesso tempo.

  4. Nicoletta Farmeschi says:

    Questo post interessantissimo per la verità me lo lascio da parte per momenti “migliori”: non voglio correre il rischio di fare prove affrettate che non conducono a niente e quindi meglio , dopo la lettura, tenermelo appena avrò tempo sufficiente a prenderlo seriamente in considerazione: il php col java e il resto mi spaventano ancora…

  5. bellipaola says:

    Concordo, il cyberspazio è la vita reale, con le sue regole. Molti nativi digitali però vivono il web come il paese dei balocchi, dove tutto accade per magia! Importante è renderli consapevoli, la conoscenza aiuta a districarsi nella vita!

  6. giusi5 says:

    E’ da molto che non mi dedico più al laboratorio, per mille impegni lavorativi e ovviamente familiari, diciamo anche, che se ho un attimo libero tra un testo da leggere per l’università e il “lavoro” al computer, per una serie di questioni che ho già qui espresso, mi risulta più facile aprire un libro.
    Non nascondo e non nego che il laboratorio, nel quale poi, quando mi ci metto, trovo aspetti che mi affascinano, lo vivo soprattutto come “compito”, e anche non facilissimo per me che non sono proprio una “smanettona”.
    Comunque il dovere è dovere e quindi riprendo da dove avevo lasciato.
    cioè Il laboratorio nel computer: quello che non mi era riuscito tempo fa, oggi che ho deciso di dedicarmici con calma , eccolo qua.
    Seguo le istruzioni e, magicamente nel blocco note in cui ho salvato il mio link in html, come indicato dal prof. si apre il link nella pagina del mio blog.
    Ho fatto un giro anche in piratepad, per curiosare e capire come chiedere aiuto in futuro.
    Vado avanti da qui…”Ogni cambiamento implica una catena di altri cambiamenti”( Calvino)
    Giusi

    1. Andreas says:

      Anche io apro più facilmente un libro. Più leggo e più mi par d’avere da leggere. Intendo libri, dalla prima all’ultima pagina, no speluzzicare…Ed è necessario, ma non sufficiente: se leggo e basta sono solo, splendidamente isolato su questa splendida collina. In rete invece posso provare a dare una mano a gente valorosa, almeno provare… E comunque l’una cosa alimenta l’altra.

  7. Robertalinf12 says:

    Il cyberspazio può essere scintillante come le luci che in questa notte illuminano il buio, ma poi al mattino prima o poi si spengono… in questo momento mi sento un po’ così:avrei una questione da sottoporre, anche se non è direttamente collegata a questo post. A proposito di sicurezza di dati…mandare documenti (ad esempio PDF di alunni) in modalità e mail con allegato oppure condividerli con Dropbox o Drive…come funziona…quali sono le modalità più sicure? E’ possibile determinarle?

    1. Andreas says:

      Son mesi che studio, sperimento e annoto per aggiungere un capitolo “sicurezza” nel laboratorio. Ma è un tema vasto e complesso. È necessario anche aggiustare l’intervento sulle necessità più frequenti e cogenti. Non facile. Per ora solo due righe qui.

      Un fatto fondamentale di cui la grande maggioranza delle persone è totalmente inconsapevole è la totale trasparenza di ciò che si invia in rete, con qualsiasi mezzo. Mi limito ora alla posta elettronica.

      Un’email è come una cartolina. Se scrivo parole licenziose alla mia amata in una cartolina, il postino le può leggere, fotocopiare e diffondere. Se scrivo che vado con i miei bambini – nomi e cognomi – il tale giorno nel tale luogo, chiunque può leggere e vedere e magari usare e magari io non vorrei…

      La maggior parte delle persone scrive email come fossero lettere, perché essendo sole al computer pensano di essere nel privato. Ma un’email non ha busta! Una quantità di gente che ha accesso al percorso di un’email – internet service provider vari, staff informatico dell’organizazione dalla quale io magari invio l’email, intercettatori istituzionali e non… – può leggere e usare le informazioni. E magari qualcuno invia addirittura password ai famigliari via email!

      Questo vale anche per gli allegati alle email.

      Esistono soluzioni, anche molto sicure, mai assolutamente sicure, ma molto sì. Ma più sono sicure e più sono un po’ impegnative da usare. Un giorno riuscirò ad approfondire, sto studiando. E magari potrò inserire l’argomento una volta passata l’ondata di editing multimediale, al quale mi devo un po’ attenere in questi due mesi.

      Ma una soluzione decente può essere quella di produrre un PDF al quale assegni una password per poterlo aprire. Poi la password la comunichi al destinatario attraverso un altro canale, in presenza a voce, sms… Dipende da cosa disponi per aprire il documento. Dicci come li fai tu e che sistema operativo usi. Poi, proviamo a trovare una soluzione praticabile.

      Sarebbe già molto, a patto di usare password dignitose, e anche su questo bisognerebbe fare un discorso serio. Lo faremo… oh quanto c’è da fare, forza!

      P.S. Servizi web come Dropbox, Drive? Lo so, sono straordinariamente utili, ma i tuoi dati sono sempre in mano a terzi… dipende quindi… io sono per il primato dell’individuo e della sua privacy…

      1. Robertalinf12 says:

        Grazie prof per la chiarezza e la disponibilità. io ho un sistema windows vista e uso come e mail g mail. Potrei trasformare il documento che devo inviare via e mail in PDF e poi cosa faccio? Cosa significa di cosa dispongo per aprirlo?come gli assegno la password?

        1. Andreas says:

          Usi Windows Vista e gmail per la posta. Ok.
          Per il PDF, per ora dimmi:
          quali tipi di documenti ti interessa eventualmente spedire?
          Solo il testo di un’email o anche altri tipi di documenti?
          E per scrivere testi al di fuori di un’email cosa usi? OpenOffice?
          Oppure LibreOffice?
          Oppure Word?
          O ti interessa anche spedire altri tipi di documenti?
          Fogli di lavoro, immagini…?
          Ti è già capitato, in generale, di trasformare un documento qualsiasi in PDF?
          Se sì: come lo hai fatto?
          Intanto prova a dirmi queste cose, poi vediamo. Procediamo per gradi.

          1. Robertalinf12 says:

            Sì allora io vorrei imparare a spedire documenti word. Sono capace di trasformare un documento in pdf ho provato con word:Vado a salva con nome clicco su pdf e poi pubblica, solitamente e per comodità sul desktop. poi eventualmente se lo devo inviare via e mail lo allego prendendolo dal desktop. grazie ancora prof…

      2. MarcoP says:

        In relazione ai servizi cloud ed alla loro sicurezza mi permetto di segnalare il progetto WebODF, che nella sua semplicità (relativa) sembra finalmente rispondere almeno ad un criterio: quello di lasciare le risorse sotto il nostro controllo e non depositate sui server di altre organizzazioni. Non sono legato in alcun modo al progetto, sono solo un insegnante molto sensibile alla gestione delle risorse autoprodotte nel circuito della formazione.

        Il riferimento: http://webodf.org/

  8. antonellacolombo2013 says:

    Forse l’immagine potrebbe essere più convincente delle parole, sarebbe opportuno rispolverare l’arguzia di Collodi.
    L’altro giorno un mio alunno mi ha raccontato che stava leggendo il libro di Pinocchio e mi dice: “sai, maestra, che ogni volta che Pinocchio diceva bugie, gli veniva il naso lungo?”
    Io davo per scontato che tutti i bambini lo sapessero già, che sapessero che cosa accade a chi dice bugie, o sceglie di andare con Lucignolo, o si rifiuta di ascoltare il grillo parlante!

  9. Antonella says:

    Dopo aver passato quasi tutto il pomeriggio a districarci ( dirigente scolastico, quattro funzioni strumentali, tra cui la sottoscritta) con il software che gestisce nella nostra scuola registri elettronici, pagelle, ecc…queste riflessioni cascano “a fagiolo”.

    Apri di qui, chiudi di lá, questo va bene, quello no…da impazzire!
    Anche perché alla fine del pomeriggio speso per la “pagella”, non abbiamo concluso granché.

    Il pc é lento, non funziona, cosa sarà mai quella piccola scritta in basso a sinistra? Javascript…? E poi mi richiede dei plugin? E l’hardware non riesce a caricare…

    Questo il racconto, in breve e un po’ ridicolizzato della mia riunione di oggi, ma l’articolo mi ha dato una motivazione: mi ha fatto nuovamente comprendere quanto sia necessario, anche in un’attività come quella burocratica della predisposizione della pagella online, avere sí competenze informatiche, ma possedere quelle conoscenze e quegli strumenti (cassetta degli attrezzi, pochi, ma indispensabili) per muoversi consapevolmente e oserei dire intelligentemente nel cyberspazio e dintorni (sw per la pagella…! Per esempio).

    Il cyberspazio può essere scintillante come le luci che in queste notti illuminano il buio, ma poi le luci, sul far del mattino, o anche prima, si spengono…

  10. maupao says:

    Concordo sulla chiusa del post: abituiamoci a vivere il web con le stesse regole della vita sociale reale, perchè il cyberspazio non è altro che un altro mondo reale. Credo che questa sia una delle cose da insegnare ai nostri ragazzi a scuola, forse più importanti che non i vari aspetti tecnici, comunque necessari

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