Non solo virtuale – All’ITES di Prato – #loptis

Continuando ad andare per scuole, domani 20 minuti in un seminario intorno al fenomeno della dispersione scolastica e all’inserimento nel mondo del lavoro.

Non ci sarà il tempo di aprire la valigia degli attrezzi. Il tema sarà tuttavia il solito: strumenti liberi per una scuola libera e aperta, qui una traccia.

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Non c’è nulla che sia ingiusto come far le parti eguali fra diseguali (Don Milani).
Le condizioni sono in parte mutate ma l’istruzione rimane una macchina industriale (Sir Ken Robinson, da 6:36 del video seguente):

La cura dell’individuo una chimera:

La paura è stata la grande passione della mia vita, per esempio negli studenti. Chi è un cattivo studente? Un bambino che ha paura molto semplicemente. Ha paura di non riuscire a rispondere bene alla domanda che gli ponete, ecco, e questa paura è la paura di passare per un imbecille … molto bene, e questa paura di passare per un imbecille modificherà il suo comportamento. Compenserà con la violenza, eccetera. Queste sono le paure che avevo da bambino, la paura di essere un cretino totale mi ha accompagnato per tutta l’infanzia e sono delle paure contro le quali ho poi combattuto con i miei studenti. Il mio primo lavoro da professore è stato quello di guarire gli studenti dalla paura, se volevo insegnare loro qualcosa (da 3:02 del video seguente).

Dalle neuroscienze giungono messaggi che rendono assai opinabile l’organizzazione della scuola…

Se aveste voluto creare un ambiente educativo esattamente opposto a quello in cui il cervello funziona bene, probabilmente avreste progettato qualcosa di simile ad un’aula scolastica.

(John MedinaBrain Rules, Il cervello – Istruzioni per l’uso, 2008)

Pare inoltre assodato che una larga maggioranza delle nozioni apprese a scuola venga persa in breve tempo.

Nel frattempo il mondo va esplodendo. Questo complica molto la questione della formazione. In primo luogo il mondo si è sdoppiato: la questione non è quella di prendere le misure ad un nuovo strumento bensì di avere un nuovo spazio da colonizzare: il cyberspazio.

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Le nuove generazioni abitano ambedue gli spazi, ma in quello nuovo vagano brade, perché gli adulti quando va bene vi vedono mostri, quando va male li popolano più bradi dei loro figli – vedi Facebook.

Le nuove terre sono scoperte da sognatori arditi, poi arrivano i colonizzatori: prima gli avventurieri, quindi i mercanti, infine i grandi poteri. La colonizzazione del cyberspazio non sta andando tanto diversamente dalle precedenti. Scuola e università rincorrrono, comprendono in ritardo, perdono occasioni di popolare civilmente i nuovi grandi spazi. Si è accecati dai pericoli, si ignorano le opportunità, straordinarie. Si vede il male, non il bene.

Poi c’è l’esplosione delle informazioni, e in qualche misura ad essa correlata, quella della conoscenza: le informazioni prodotte raddoppiano ogni due anni. Chi si occupa di scienza sa che alla conoscenza succede qualcosa di simile e che il processo è intimamente e ormai irrevocabilmente legato alle opportunità offerte dal cyberspazio.

I media impazzano, cercando di essere presenti da tutte le parti e in ambedue gli spazi. Monta così un oceano di parole dal quale è sempre più difficile cavar senso, un oceano di detto e di non pensato, di non vissuto. Le istituzioni, intente alla manutenzione ordinaria delle proprie imbarcazioni, pensate per altri mari, arrancano nel dare risposte a domande sempre più cogenti.

In “alto” i dialoghi rimangono intrappolati in girandole di neologismi di breve vita e in luoghi comuni che le leggi dominanti dei mercati rendono attrattori potenti. In “basso” i testi languono, congelati in una condizione quasi medievale: molta trasmissione passiva, poco pensiero, poco cimento – o come si dice oggi, poco problem solving.

Che fare? Ognuno fa del suo. In alto si rincorre ma non si precorre: i progetti con etichette alla moda si sprecano ma quasi mai si vedono cose nuove ancora senza nome – più facile che emergano altrove. Il grosso – terziario allonzito – tira a campare. Numerosi ma radi innovatori provano a perturbare.

È di Morin l’idea che l’unica soluzione sia perturbare, progressivemente, pervasivamente. Concordiamo. E viene in mente l’idea suggerita da due studenti dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche di Firenze – frequentare i giovani fa bene. È l’idea dell’arca. Viene il momento che c’è il diluvio. Allora le possibilità sono due: lasciarsi naufragare o costruire un’arca e portarci dentro ciò che ci pare abbia valore, per un futuro nuovo, non sappiamo esattamente quale. Un’arca che vada alla deriva nell’oceano di parole, ormai prive di senso.

  Nella grande corrente, mettere in salvo ciò che ci è caro. È un gesto difficile perché non significa, mai, metterlo in salvo dalla mutazione, ma, sempre, nella mutazione. Perché ciò che si salverà non sarà mai quel che abbiamo tenuto al riparo dai tempi, ma ciò che abbiamo lasciato mutare, perché ridiventasse se stesso in un tempo nuovo. (Baricco, I barbari)

Noi portiamo nell’arca non parole, o poche parole molto ben selezionate, ma soprattutto azioni, pratiche, esperienze, in un gesto che comunica di per se, facendosi così nuovamente parola, non vana ma piena.

E così andiamo per scuole, con una valigia piena di attrezzi a far siparietti e piccole magie, raccontando le meraviglie del cyberspazio che quasi nessuno conosce, quasi sempre opere di giovani, e non di rado di giovani della porta accanto.

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9 thoughts on “Non solo virtuale – All’ITES di Prato – #loptis

  1. nonseinegato ha detto:

    Molti di noi purtroppo non si rendono conto di quanto male fanno agli alunni magari anche involontariamente e nel tentativo di spronarli. E con il nostro comportamento possiamo non solo influire sul loro rendimento scolastico a breve termine ma anche sulla loro autostima a lunghissimo termine. E gli studenti che hanno difficoltà a scuola spesso hanno già abbastanza paura per conto proprio senza che ci mettiamo anche noi a peggiorarla.
    Pennac da questo punto di vista è sempre molto acuto e sensibile perché anche lui ha vissuto quella situazione in modo drammatico – ed è riuscito a venirne fuori ottimamente.
    Enrico

  2. bellipaola ha detto:

    Condivido e credo che gli insegnanti dovrebbero cercare i modi per aiutare gli studenti a realizzare il loro potenziale di crescita, invece di etichettarli quando non lo fanno!

  3. marina.p ha detto:

    Nulla da aggiungere. Nulla da togliere.
    Un’analisi perfetta.
    Mi ritrovo molto anche con ciò che dice Giusi. Io spesso oscillo tra i tentativi di accompagnare le intelligenze diverse e la stanchezza di chi stringe in mano mucchi di sabbia. Allora ho imparato a pensare piú in lá: magari, quando saranno piú grandi e avranno dimenticato tutte le nozioni che tanto faticato a trasmettere loro, qualcuno dei miei alunni si accorgerá di avere lo sguardo giusto, l’atteggiamento giusto, il desiderio giusto per volerle imparare di nuovo e si ricorderá di quegli strani modi di far lezione che hanno vissuto con me…. L’importante é che rimanga la capacitá di stupirsi.

  4. Giusi Po ha detto:

    Ancora una volta sono qui ad abbeverarmi alla fonte di riflessioni profonde, un’ analisi puntuale e veritiera di quello che è il nostro “sistema istruzione” che guarda al futuro con occhi già vecchi, e intanto i giovani “si trascinano” in un presente senza progettualità.
    “Avere una laurea è meglio “, ma intanto gli anni passano: i figli dopo, il lavoro dopo, una convivenza dopo, una casa dopo…. Ma dopo cosa? Vedo tante studentesse riprendere l’università per avere l’abilitazione perché senza non insegnerebbero mai, donne dai 28 a oltre i 30 anni, rinunciano a figli, casa, per giungere alla fine di un percorso reso ancora più lungo da un’assurda riforma che da 4 è passata a 5 anni di corso, giusto per incrementare il mercato di maggiore disoccupazione( ma si sa, i soloni partoriscono riforme nei loro uffici non capendo nulla di scuola)… spesso nel contatto con queste giovani donne, mi sorge la domanda, che mi tengo dentro, se tutto ciò abbia un senso, io ho iniziato a insegnare a 19 anni…
    Per liberare la paura dei nostri allievi, noi insegnanti ,dovremmo liberarci dall’ideale di alunno perfetto che non esiste… esistono persone, per me nella primaria bambini, uno diverso dall’altro, eppure io che pure mi ritengo aperta, disponibile..bla, bla, bla.. lotto costantemente contro la maestra Giusi che a volte riaffiora e vorrebbe 24 fotocopie di bambini bravi e perfetti…cerco dentro di me la capacità di cogliere le diversità e di trasformarle in risorse ed energie, non è facile, ma è la mia formazione permanente, nessuno fa corsi di formazione in questo senso… le persone fanno la differenza nella scuola…
    Io credo profondamente che le persone come Andreas, possano generare un’utopia che diventi un’epidemia, alimentando piccoli, persistenti, permanenti cambiamenti…
    Giusi

  5. Claude Almansi ha detto:

    Nel video di Pennac che hai inserito, lui parla anche della sua mancanza di memoria funzionale, e del fatto che era lo stesso per Montaigne. Certo, malgrado questo, lui è Montaigne se la sono cavati egregiamente prima delle tecnologie attuali. Però queste possono essere di enorme aiuto nella vita per le persone con questo problema.

    Cioè prima, non avevi memoria funzionale, eri un “cancre” (1) a scuola, un disadattato nella vita, nonché un buzzurro perché i greci avevano detto che le arti sono figlie della memoria, ergo tu ne eri escluso. Oggi il telefonino può compensare in gran parte: ti pinga per gli appuntamenti, puoi cercare quel che hai dimenticato ma sai vagamente di aver saputo, ecc.

    (1) “cancre” = francese per allievo negato. Vedi J’étais un cancre gai. C’est ce qui m’a sauvé, un’altra intervista a Pennac, intorno a un suo libro precedente, autobiografico, “Chagrin d’école”. Ottimo anche quello: forse lui è stato un bravo insegnante proprio perché era stato a lunga l’ultimo della classe…

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