Assignment 3: coltivare le connessioni 46

Immagine di una lavagna con su scritto "Coltivare le connessioni"

Inutile cercare il manuale per conoscere il cyberspazio. Inutile cercare un corso. Se ne trovate uno è sicuramente gestito da un imbonitore. Sarebbe come limitarsi a studiare la segnaletica stradale per esplorare il mondo: la prima volta che ti trovi in un bosco ti perdi. A dire vero, non solo nel cyberspazio, ma non ci possiamo allargare troppo qui.

E come si fa a esplorare? Non esistendo regole da imparare occorre continuamente confrontare il particolare con il generale, come fa il pittore accorto. Agire ora in un particolare ora in una altro, ma presto alzare la testa rapportando il piccolo con il tutto, se si vuole anche, il gesto concreto con quella che chiamiamo teoria. E poi di nuovo sul particolare.

Così facciamo ora. Avete mosso un paio di passetti. Ora gettiamo uno sguardo alla larga su tutta la faccenda, leggendo questo articolo: Coltivare le connessioni.

Immagino il disappunto: 60 pagine! Che palle! Vabbè, non è un manuale tecnico anche se è un po’ lungotto. Vedo che di solito viene digerito abbastanza bene.

Lo potete leggere con tranquillità, a pezzetti. L’esecuzione standard dell’assignment prevede che poi scriviate i vostri pensieri in un post sul vostro blog, ma precisiamo le cose. Lo potete anche scrivere dopo avere fatto altri assignment, di quelli che vertono sul particolare. Non mi interessa l’ordine. Non mi interessa quasi mai l’ordine …

Non mi importa che facciate una bel tema. Dimenticate il tema di scuola, per favore. Dimenticate la necessità di arrivare a scrivere nella terza colonna – se esiste sempre … – Mi importa che scriviate quello che pensate. Se vi riesce di scrivere quello che pensate scrivendo in modo strano, ebbene, scrivete in quel modo. Se vi trovate a vostro agio scrivendo una serie di SMS, componete il testo come una serie di SMS, anche se scrivete 1 msg n sms-ese nn è k m sconlvolgo. Oppure se la vostra espressività può solo librarsi in versi endecasillabi, scrivete pure in versi. Se invece vi pare di non avere niente da pensare a riguardo, allora non scrivete niente. È un messaggio anche quello, per me.

Talvolta qualcuno si scatena e scrive un romanzo. Può essere un fatto molto positivo, ma io sono solo e voi 250, più o meno. Inoltre, spesso l’anelito alla sintesi produce qualità. Può essere utile rammentarsi le sei regole di Orwell:

  1. non usare mai metafore, similitudini o altre figure retoriche che sei abituato a vedere sulla stampa
  2. non usare mai una parola più lunga se ce n’è una più corta
  3. se puoi tagliare una parola tagliala sempre
  4. non usare mai la forma passiva quando va bene quella attiva
  5. non usare mai una parola straniera, un termine scientifico o un’espressione gergale quando c’è un equivalente nella lingua quotidiana;
  6. deroga senza indugio da queste regole prima di scrivere un’idiozia.

Orwell le scrisse nel 1946, nel saggio Politics and the English Language, ma credo che abbiano validità generale.

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    9. E’ proprio così, Andreas; sono ancora a pag 21 su 59 (cause di forza maggiore) e non posso discutere sull’intero testo del pamphlet; ma aveva ragione il pittore: bisogna dimenticare, la memoria (anzi la memorizzazione) è una prigione.
      Se le sterminate letture di Giacomo Leopardi (e se uno solo tra i numerosi figli di Monaldo è diventato il più grande dei poeti moderni ci sarà ben un motivo…)non gli hanno impedito di immaginare-disegnando l’infinito simboleggiato dal limite della siepe, così come il formidabile sterminatore Vesuvio, ma anche l’umile vecchierella che siede con le vicine vuol dire che quelle letture non son state né la causa della sua infermità, né la prigione della sua mente.
      Apprezzo l’uso degli esempi presi dalla letteratura (con grande garbo e gusto devo dire) perché mi consentono di auto-assolvermi dall’aver letto pochissime teorie e tutta la letteratura che posso e potrò. E preferirò sempre quella, ormai è il mio vizio.
      Condivido anche le critiche (nel pamphlet) alla scolarizzazione; certo non possiamo cancellare l’istruzione, ma un passo oltre l’omologazione dobbiamo pure tentarlo.
      Tu scrivi “La mia tesi è che non riusciamo a trarre vantaggio dalla ricchezza del mondo
      online perché abbiamo perso una cultura sviluppata e tramandata da millenni e
      che, nel processo di scolarizzazione della società iniziato nel IXX secolo, è ormai
      estinta perché la scuola non è stata in grado di raccoglierla e tenerla viva.
      La cultura che abbiamo perso contemplava l’alleanza con la natura …” Condivido pienamente.
      Rinnovarsi o fare una corsa in avanti non significa non accorgersi che il passato non è riproponibile, ma chiedersi anche se sia giusto cancellare quelle abilità e quelle sapienze che ci hanno portato al presente.
      Siamo diventato (in Italia) una umanità pressoché sterile in senso lato, ma con il culto della palestra e del fisico scolpito, dell’automobile ecc. ma dobbiamo chiederci se e quanto sia giusto perdere tanti altri saperi. In gita scolastica a Firenze, coi miei selvaggioni amatissimi, stavamo sul Lungarno a veder scorrere il fiume. Chiesi a bruciapelo: secondo voi in che direzione sta il mare? Alcuni mi guardarono sorpresi… non riuscivano a capire che senso avesse lo scorrere delle acque, dove andassero.
      Un’altra volta indicai una splendida magnolia fiorita che abbelliva l’ingresso della scuola e chiesi: “Come si chiama questa pianta?”, mi risposero “E’ un albero”.
      Potrei fare tanti esempi. Proprio tanti.
      Ma prima finirò di leggere il testo, e nel frattempo concludo.
      A volte può ci accadere di essere più conservatori proiettandoci nel futuro che rileggendo alcune pagine del passato. Perché? Perché le categorie sono un’altra specie di prigione. Un po’ come la giara di Zì Dima.
      :-))
      PS: mio padre mi ha insegnato a impastare il pane; lo faccio di rado, ma sono felice di saperlo fare e lo considero più “poetico” di tanto altro sapere.

    10. Se uno qualsiasi di tanti cari collaboratori che ho avuto, da Berkeley a Novosibirsk, in campi anche molto diversi fra loro, venisse a sapere che io ho prodotto qualcosa che, anche solo lontanamente, rechi l’impronta di un conservatore, si sbellicherebbe dalle risate. Ho iniziato con la tesi di laurea, disorientando i miei relatori e non ho più smesso, considerato che, recentemente, sono stato anche ammonito da un accademico più anziano di me:

      “Attento alle fughe in avanti, Formiconi!”
      “Dietro ogni risultato significativo c’è un atto di follia”
      risposi.

      È molto più facile dirmi che sto facendo, immaginando, calcolando, costruendo, scrivendo qualcosa di ingenuo …

      A questo ci sono abituato. Son trent’anni che ogni tanto appare qualcuno che, sbirciando da sopra le spalle, mi informa della mia ingenuità. La cosa mi ha sempre lasciato del tutto indifferente, perché poi, quei lavori ingenui – in certi tratti indubbiamente – hanno prodotto molto spesso qualcosa che funzionava e che è poi servito a qualcuno. I miei gentili critici non avevano nel frattempo prodotto nulla di particolare.

      Qualcosa che funziona. A me non interessa altro.

      Per tentare di fare cose che funzionano, bisogna essere disposti a tutto. Bisogna essere disposti a usare tutti gli strumenti possibili. Il mondo è troppo complicato, non c’è spazio per gli schizzinosi.

      Gli strumenti che ho usato sono i più vari. Ci posso annoverare fresa e trapano, una varietà di linguaggi software, da quelli macchina a quelli più strutturati, dai più piccoli PC ai supercomputer del Cineca, strumenti dell’analisi matematica, dell’analisi numerica, della social network analysis, software del web 2.0 (middleware lo chiama qualcuno) e da qualche anno anche testi, video, qualche disegno, mappe e altra roba che ora non ricordo.

      Se avessi dovuto procurarmi una conoscenza “adeguata” o accademica relativa a tutti questi strumenti, beh, sarei ancora a scuola e non avrei combinato nulla.

      Dico queste cose, cercando con qualche difficoltà di limitare l’autobiografismo, per spiegare che il mio lavoro di esploratore solo in parte poggia sui testi, ma poggia soprattutto su di una pratica continua, sull’esperienza quotidiana, in una varietà di contesti diversi. Il mio lavoro si alimenta del confronto continuo con la realtà.

      Il fatto che quel testo si collochi in una luce piuttosto che un’altra, in una categoria anziché un’altra, mi è completamente indifferente. Io non sono un letterato. Forse può trarre in inganno il fatto che l’abbia chiamato pamphlet, ma questo è successo perché chiesi a un amico:

      “Cosa è questa cosa che ho scritto?”
      “Secondo me è un pamphlet.”
      Mi sembrò divertente e lo chiamai così.

      Quello scritto è uno strumento per fare un intervento didattico. Negli ultimi anni ho scritto diverse cose ma molte le ho buttate via, mantenendo solo quelle che funzionano.

      E cosa vuol dire che funziona, in questo contesto? Qualcosa che divèrte, talvolta che disturba, comunque che lascia una traccia. Per tre miseri crediti in una “materia” sovente ridicolmente, anacronisticamente e inutilmente imbonita, questo è un risultato assolutamente nobile.

      Tornando alla questione dell’afflato conservatore, è veramente difficile pensare che un professionista dell’innovazione, quale io risulto essere alla prova dei fatti, possa scrivere una cosa vagheggiando il bel tempo perduto. Non può essere così banale la lettura, anche se io scrivo in modo semplice. Mi sforzo di scrivere in modo semplice perché ho bisogno di raggiungere la gente, non mi interessa raggiungere gli accademici e gli intellettuali. Quelli sono pronti per andare al cimitero, insieme a me, si capisce. Io scrivo per i giovani, cercando di non dimenticarmi dei vent’anni miei e dei miei coetanei. Sono assolutamente d’accordo sul fatto che vivere nel tempo passato era il più delle volte un orrore. Anzi, è uno degli argomenti che prediligo, conversando con gli amici. Ci mancherebbe! Il riferimento alla novella di Pirandello è volto a lasciare un segno, un dubbio, non certo a partorire dalle mammane, per esempio.

      Ma è proprio perché parlo e agisco da una posizione insospettabile, di convinto
      assertore del valore del progresso, e di discreto contributore, che mi concedo il lusso di guardare più lontano che posso, affidandomi all’intuizione, la stessa che altre volte mi ha consentito di guardare dalla parte giusta. Ed è con questa medesima intuizione che “vedo” il nesso fra una serie di sensibilità e attitudini che caratterizzavano vari aspetti della vita del passato – forse affinati proprio da quelle terribili e assolutamente non auspicabili contingenze – e il fenomeno emergente dall’infrastruttura di internet, che preferisco chiamare con un altro nome, proprio per chiarirne il carattere emergente, il nome, appunto, di cyberspazio.

      Come al solito, ho letto e leggo molto a riguardo, ma soprattuto opero. Ambiti diversi impongono metodi di verifica delle intuizioni diversi. In alcuni campi le verifiche sono molto più complesse che in altri, spesso quasi impossibili. La mia percezione del valore del cyberspazio, è sostenuta molto dalla mia esperienza personale e di una moltitudine di persone che frequento in rete, e che ho conosciuto personalmente, in virtù di questo. La contrapposizione “freddezza virtuale” – “calore personale” è tanto ovvia quanto trita. Non è questo il punto. Il punto è che lasciando che la mia mente si appendesse a tutti i ganci possibili immaginabili che nel cyberspazio si offrono, ho finito per conoscere persone che si sono rivelate fondamentali per la mia crescita professionale e crescita tout court. Persone con le quali magari mi sono trovato a condividere un buon pasto e buoni momenti, anche. Alcune fantastiche amicizie. Persone che altrimenti non avrei mai potuto conoscere. In rete ho potuto vivere l’esperienza di seguire dei corsi universitari, in veste di studente, che si sono rivelati straordinariamente proficui. Ho vissuto esperienze didattiche come questa che si sono rivelate incredibili avventure umane. Con una classe di studenti che erano insegnanti di primaria ai quali dovevo insegnare per via telematica ci siamo poi riuniti a Fiesole. Ogni tanto con alcuni di loro mi incontro dentro e fuori la rete. Loro hanno imparato qualcosa da me, forse, ma io da loro sicuramente molto.

      I contatti di FB non c’entrano nulla. Io sono in FB perché mi è molto utile avere un supermegafono che rinforza gli annunci a tanti studenti. Il fatto che abbia, mi pare, circa 1500 contatti non significa niente, al di là di questo. Non so se avremo tempo di parlarne ma FB non è un fenomeno molto positivo, anzi rappresenta una seria minaccia per la salute della rete, anzi, del cyberspazio. Vedremo, se ci sarà tempo per parlarne, ma non credo.

      Abbi pazienza, ma il nesso fra la biblioteca di Giacomo e la sua vita, non ha niente a che vedere con quello che volevo dire. Siamo tutti d’accordo che la sua sia stata, per certi versi, una vita sfortunata, ma come dicevamo appunto prima, questo era vero quasi per tutti, in un modo o nell’altro, quindi è una questione insignificante.

      È invece importante il pensiero diritto di Giacomo, come diceva giustamente Mariaserena qui sopra. E per me è importante l’incredibile circostanza nella quale Giacomo ragazzo si trovò, con quella biblioteca. Si trattava di saperla sfruttare e lui lo seppe fare, perché era un ragazzo particolarmente dotato. Una circostanza straordinaria e assolutamente irriproducibile, a quei tempi. Oggi internet offre una quantità connessioni di gran lunga superiore a quella della biblioteca di Monaldo, vediamo se ci riesce di leggerle, selezionarle, valorizzarle, svilupparle, crescerci.

      Invece c’è una cosa che cambierei se dovessi riscrivere quel pezzo: la quantità di citazioni. Ne manterrei solo alcune.

      In un tempo nel quale credevo di poter esprimere qualcosa attraverso la nobile arte dell’acquerello conobbi per caso un pittore famoso. Presi a mostrargli le mie pinzillacchere e lui mi incoraggiò, dandomi qualche consiglio alla larga. Un giorno, tirai fuori dalla cartella un pacchetto di fotografie.
      “E queste che sono?”
      “Sono le foto degli schizzi che ho regalato agli amici.”
      Divenne scuro in volto e chiese:
      “Perché le hai fatte?”
      “Per non dimenticare …”
      risposi esitante. Le scaraventò malamente sul tavolo
      “Dimenticare è fondamentale!”
      tuonò furibondo.
      “Dimenticare …”
      sussurrò, il volto rugato scolpito dalla luce della finestra attraverso la quale guardava lontano.
      In silenzio, presi le foto e uscii, a testa bassa. Vagai come un cane bastonato dopo aver gettato le foto in un cestino, ancora incapace di lenire la ferita dolorosa con ciò che riuscivo solo a subodorare ma che non ero ancora in grado di capire. Mi ci volle tempo ma poi quel seme germogliò, alimentato da tante esplorazioni, alcune proficue altre no.

      Ora mi è completamente chiaro che le conoscenze vanno dimenticate, dopo averle faticosamente acquisite, affinché non si trasformino in una prigione del pensiero. Per tali ragioni diffido dei discorsi appesi a troppe citazioni, diffido di chi dimentica di dar sostanza alla teoria, e diffido delle ansie archivistiche.

    11. Non ho finito ancora di leggere (sto lavorando, per il bene comune, alla redazione di un testo); tuttavia nel leggere (circa 1/3 del tutto9 io tendo a interpretare in chiave metaforica gli esempi in cui mi sono imbattuta fino ad ora.
      Però di una cosa prego (Matteo e non solo): per favore non mi citate la gobba ogni volta che si parla del mio amico Giacomo Leopardi… Vi prego. Lo so, è inevitabile pensarci, ma la sua schiena, dal punto di vista culturale, è una spada diritta. La gobba no, lo connota malamente.
      Scusatemi, non faccio la maestrina. Giacomo è’ proprio un diversamente alto, diritto e gigantesco genio, e ama l’umanità. Restituiamogli quel bene. :-)

    12. Il commento di Matteo è molto interessante. La mia risposta concernerà la mancanza di sensibilità al contesto, in estrema sintesi. Sono costretto a riandare a stasera perché ora devo andare a giocare col dentista :-(

    13. Giunto alla fine di Coltivare le connessioni posso certo dire di averlo trovato un pamphlettino interessante, se non altro per i pensieri che mi ha suscitato, anche se tuttavia posso dire, complessivamente, di aver percepito, durante la lettura, e assai frequentemente, la sensazione che potesse venirmi l’orticaria da un momento all’altro, tanto mi sono parse esagerate, o ingenue, certe considerazioni fatte da lei e dai colleghi che mi hanno preceduto nel corso di Informatica. Mi domando tra l’altro se questo testo, mano a mano che prendeva corpo, non le sia scappato per certi aspetti di mano, e che obiettivamente non sia voluto quell’afflato conservatore che a mio giudizio sembra correre in tutte le pagine. Dico conservatore perché secondo me non si può più fare, oggigiorno, l’elogio del buon tempo andato con quella facilità che a mio avviso si riscontra nel testo, senza fare i conti più approfonditamente con la portata reale di certe affermazioni, quando soprattutto venissero vagliate alla luce di uno sguardo più esteso. Mi spiego meglio e vengo al dunque, sorvolando su quella genericità con cui in ogni pagina vengono buttate là espressioni come «superficialità costante», «valore della vita», «le cose vive», perché altrimenti si farebbe notte, e davvero scopriremmo che per l’epoca dell’operazionalismo è suonato definitivamente a morto, e addio agli scrupoli che fino a qualche decennio fa sollecitavano le persone e verbalizzare i propri pensieri non disattendendo l’importanza di offrire alle proprie parole dei referenti possibilmente concreti.
      Mi domando come faccia a dire a pagina 49 Francesca Schiaroli, pur avendo poche righe prima bacchettato i propri colleghi tacciandoli di eccessivo pessimismo: «che bello doveva essere quel mondo, molto più semplice e meno pretenzioso, niente apparenza ma solo sostanza!» (parla del mondo della nonna). Oppure come si fa a citare quell’ostetrica, a pagina 19, come esempio di «cattivo progresso», che prende male la necessità di andare all’università per imparare a fare meglio quello che aveva sempre fatto da 35 anni. È certo comprensibile che una donna alle soglie della pensione sia irritata qualora le venisse detto di rimettersi a studiare, che tuttavia, sulla scorta di questo riferimento, si possa parlare di una bontà della «conoscenza implicita» nella professione dell’ostetrica e di tante altre professioni, è un convincimento che mi pare difficile andare a dimostrare. Sarebbe interessante sapere quante fossero le donne morte di parto e i bambini nati malformati quando a farli nascere c’era ora l’ostetrica con la conoscenza implicita e dopo quella con una cultura similuniversitaria. Non ho dati alla mano e non ho voglia di andarli a cercare ma penso che davvero non sia sostenibile che la conoscenza implicita delle ostetriche vecchie maniera fosse migliore di quella delle professioniste che sono venute dopo. A Francesca Schiaroli mi piacerebbe soltanto farle passare una settimanetta nella Firenze della nonna giovane, zona San Frediano, e vedere davvero se finisce per stare meglio di ora, cioè nella Firenze dell’anno di grazia 2011. All’epoca della nonna a occhio e croce non c’era la lavatrice e i panni si lavavano a mano; d’inverno si pativa il freddo, non c’era la televisione né, qualora ci si volesse divertire un pochino, la pillola anticoncezionale. Francesca, ci vuoi tornare a fare la sanfredianina come tua nonna?? Non comprendi che quando tua nonna dice che «si stava meglio quando si stava peggio» esprime l’amarezza esistenziale di una vita che si avvia al tramonto, ma guai a leggere in questa frase peraltro così banale qualcosa di significativo per inquadrare un’epoca alla luce di quelle che l’hanno preceduta. Io francamente non ci andrei a vivere negli anni Venti, né nei Trenta né nei Cinquanta, né proverei mai a vivere nell’epoca di Rousseau, il primo degli antimoderni moderni, colui che faceva il peana della natura e per poco non esortava a vivere nei boschi, anticipando il Thoreau di un secolo dopo, ma che intanto, in privato, mandava i figli a crescere in orfanatrofio perché tenerli in casa costava troppo. E poi si dice che nel passato vivere in un certo modo finiva per renderci più umani e sensibili. Ma andiamo! E pensare che Rousseau lo si ricorda come lo scrittore di un grande trattato sull’educazione, l’Emilio. La verità è che non ci si rende mai pienamente conto della fortuna che abbiamo a vivere nella nostra epoca, per quanto sia così difficile, con tutti i messaggi depressivi che ci circondano, mantenersi «razionalmente ottimisti», come dice Matt Ridley, di cui cito quanto segue: «Dal 1800 ad oggi la popolazione mondiale si è sestuplicata. Eppure nel contempo l’aspettativa di vita media è più che raddoppiata e il reddito reale è cresciuto di nove volte. Un essere umano nel 2005 in media guadagnava tre volte quanto faceva un suo omologo del 1955, mangiava un terzo di calorie in più, ha visto morire in età infantile un terzo dei figli che avrebbe dovuto seppellire cinquant’anni prima, e poteva aspettarsi di vivere una vita un terzo più lunga. Il messicano medio di oggi vive di più dell’inglese medio del 1955, il cittadino del Boltswana medio guadagna di più del finlandese medio nel 1955, la mortalità infantile in Nepal è più bassa oggi di quanto non fosse nell’Italia del 1951, e la parte della popolazione vietnamita che vive con meno di 2 dollari al giorno è scesa dal 90 al 30 per cento in venti anni». Traggo questi dati da un’anticipazione del volume The Rational Optimist: How Prosperity Evolves di Matt Ridley apparsa sul Domenicale del Sole 24 Ore del 6 giugno 2010. Per chi fosse interessato al libro, segnalo che a breve dovrebbe uscire l’edizione italiana presso Rizzoli.

      Veniamo al Leopardi. Grande poeta, e come negarlo, ma francamente trovo un po’ eccessivo citare la sua esperienza parlando del mantenimento delle connessioni ben sapendo che se davvero le connessioni servono a vivere, c’è da osservare che forse, purtroppo per lui, non dev’essere stato capace di sfruttarle troppo bene. Quando è morto non aveva compiuto neppure 39 anni e si racconta, a parte la gobba, che francamente fosse abbastanza malaticcio; va bene parlare delle connessioni vive, ma non trascuriamo il fatto se davvero certe connessioni facciano vivere una vita almeno sufficiente, temporalmente parlando.

      Pensare Andreas ad un’epoca in cui le persone parlavano con le piante e vivevano in alleanza con la natura non mi suscita alcuna emozione minimamente accostabile a quella che presumibilmente ha avvertito lei scrivendo le pagine 14-16, pagine che piuttosto mi fanno pensare che, contrariamente a quanto pensa, nella generazione dei suoi figli, anche se non ci sono più individui che parlano così beatamente con le piante, in verità c’è molto ma molto di più; c’è più cultura, per quanto appresa sui banchi della scuola e poi dell’università, e c’è più umanità, perché certamente frutta umanità la nostra età dei diritti, ben distante da quella dove le persone, pur parlando con le piante e gli animali, venivano mandate da altre a prendere fuoco nelle camere a gas. Da questa prospettiva, credo che si potrebbe invece dire, contrariamente a quanto sostiene a pagina 16, che riusciamo a trarre un gran vantaggio dal mondo online, e che se una certa cultura è andata perduta va da sé che ci sarà un’altra cultura che avrà preso il suo posto, secondo quel meccanismo che in maniera indisturbata va avanti dalla notte dei tempi. Comunque, proviamo a insistere sulla bellezza degli uomini di campagna che parlavano e parlano con le piante. Forse ho qualcosa da dire. Sono nato e abito tuttora in un paesino a 800 metri d’altitudine, e quando mi affaccio alla finestra è più facile che veda un taglialegna che un colletto bianco. Ebbene, se ricordo i modi di mio nonno a contatto con la natura facilmente potrei avviare ad emozionarmi, ma assai meno riuscirei a struggermi quando rammentassi come mio nonno trattava mia nonna (male); quando rammentassi cosa pensava degli immigrati o anche soltanto dei lavoratori del sud Italia; quando ricordassi cosa pensava in relazione alle confessioni religiose diverse dal cattolicesimo. Ebbene, di queste cose pensava semplicemente le stesse cose che pensa un uomo rozzo, con un pensiero grossolano e con una scarsa scolarizzazione alle spalle. Anch’io apprezzo il Papini di Chiudiamo le scuole, tanto da averlo citato nel mio testo Come diventare malati di mente, o l’Ivan Illich di Descolarizzare la società, lettura che ci scommetterei ha ispirato, insieme ad altri lavori, alcune idee del suo pamphlet; che tuttavia si possano davvero prendere sul serio le provocazioni di questi due personaggi/studiosi non mi pare una cosa sensata, considerando che la cultura è cultura quando è estesa a tutti, e che non si promuoverebbe l’evoluzione della cultura quando alla scolarizzazione di massa, ancorché istituzionalizzata, sostituissimo l’apprendimento stile «andare a bottega», a cui sembrerebbe alludere quando indugia alla gloriosa figura del maestro, che a mio giudizio è buona soltanto quando è aggiuntiva, cioè altra, dall’istruzione formale; senza considerare che anche quando è aggiuntiva può facilmente ingannare e fare dei danni. Mi viene in mente quanto scriveva Richard Dawkins alla figlia decenne: ci sono tre cattive modalità per acquisire conoscenza: si chiamano «tradizione», «autorità», «rivelazione». Ebbene, come negare che gli insegnamenti del maestro facciano troppo facilmente riferimento all’autorità? Per finire questo paragrafo, mi fa piacere citare un brano tratto da Contro il relativismo di Giovanni Jervis (Laterza): «Contrariamente a ciò che predicano miti duri a morire, le culture preletterate non sono affatto contraddistinte da un rapporto armonico con la natura, e meno che mai dalla serenità del vivere: al contrario, le risorse naturali vi sono sfruttate peggio di quanto sarebbe possibile pur con gli strumenti locali, e una vita breve e brutale è dominata dalle malattie, dalla sottonutrizione, dalla mancanza di informazioni elementari. Non è sempre questione di culture diverse: è impossibile non chiedersi se le culture più lontane dal benessere occidentale non siano, anzitutto, culture oppresse».

      Chiudo questa mia riflessione dicendo ancora due parole sulle connessioni calde e fredde. Secondo me il punto è che Internet dà l’illusione di un numero di rapporti (caldi) maggiore di quello che realmente ciascuno di noi è capace di portare avanti, ovunque, sia online che nel mondo di fuori. Va bene che ho in’idea della vita e dei rapporti con gli altri forse oltremodo asciutta, ma io credo che è grassa se una persona riesce a stabilire, con gli altri, dei contatti caldi nell’ordine almeno di una dozzina, cosicché è prevedibile che la persona che avesse su facebook 5000 amici finirà presto o tardi per andare dallo psicologo, portando dentro di sé il contrasto tra quella illusoria socializzazione a cui i numeri dei suoi amici su facebook la fanno stare appesa e il deserto affettivo della sua vita quotidiana, nella vita (più) reale, perché certamente per farsi 5000 amici online bisogna stare un pochino (tanto) rinchiusi e vedere poca gente. Le connessioni è d’obbligo coltivarle, a maggior ragione quando sono connessioni, cioè ponti, con la cultura, con la conoscenza; aspettarsi tuttavia di trarre dal mondo online dei possibili contatti con quella cultura fondata sul dialogo e sulla comprensione, come se il mondo agreste di una volta si fosse davvero trasferito dentro al computer, e rammaricarsi poi di non riuscirci a causa della sopraggiunta (benché tutta da dimostrare) incapacità dell’uomo di oggi ad avvicinarsi alle cose vive, come sarebbe il mondo di Internet, mi pare complessivamente che racconti della pretesa di trovare in un posto qualcosa che quel posto non può dare. Mi viene in mente una battuta non originale di Checov, che dice: se ti offrono una tazza di caffè non cercarci dentro della birra. Secondo me è fuori luogo pretendere di trovare online un mondo pieno di vita, quando la vita, per quanto mi riguarda, quella fatta di sguardi e di emozioni, di carezze e di sorrisi, tanto per parlare in maniera un pochino operazionale, abiterà prioritariamente sempre là fuori, fuori dal mio computer.

    14. Ho vissuto una buona parte della mia vita analizzando minuziosamente complessi apparecchi, svolgendo lunghi calcoli matematici, un passaggio dietro l’altro, per descriverne e migliorarne il funzionamento, deducendo il comportamento di software ignoti partendo dalle sequenze di uno e zero perforati su lunghi nastri di carta. Ho quindi passato molto tempo nella costruzioni di castelli, ogni pietra dei quali doveva essere al posto giusto e ognli pietra dei quali avrebbe potuto far crollare tutto, se malmessa. Castelli che sono poi serviti a fare delle cose concrete.

      E non ho perso il vizio. Così è anche quel software che mi sono divertito a scrivere, e che sto continuando a sviluppare, per produrre quei sociogrammi che vedete qui. Non posso fare a meno di confrontarmi con i fatti, non posso fare a meno di dimostrare.

      Ma basta questo a fare di me un ricercatore? O un hacker? O un esploratore? No. L’esercizio costante, faticoso e minuzioso del raziocinio è assolutamente indispensabile, ma altrettanto certamente insufficiente.

      Raziocinio e dimostrazioni servono a costruire ma non a decidere dove costruire, in quale direzione costruire e nemmeno poi tanto in quale modo costruire.

      Raziocinio e dimostrazioni non servono quando occorre prendere una decisione in un contesto complesso.

      Non sono raziocinio e dmostrazione a farti *vedere* che il mondo che stai osservando corrisponde ad un mondo del tutto diverso, nelle apparenze, per poi realizzare che quei due mondi, che tutti avevano dichiarato esser estranei fra loro, erano in realtà due facce possibili dello stesso mondo. La matematica funziona esattamente così. I più credono che il matematico sia tutto raziocinio. No, quello è il ragioniere, che fa tutto un altro mestiere. ll matematico, ma anche il ricevatore (vero), l’hacker, l’esploratore sono creature dall’intuito mirabile, che hanno grande attidudine a vedere l’insieme spogliato dalle apparenze, e che tuttavia hanno imparato ad usare bene il raziocino e la dimostrazione per potere interrogare il mondo e costruire fatti.

      E ti dirò, che il vero ricercatore, hacker, esploratore, e ci voglio mettere il vero artigiano, ed anche il poeta, il pittore e via dicendo, di solito, tutte questi personaggi, quelli veri, ripeto, diffidano molto degli “intellettuali” e degli accademici. Attingono a piene mani dal passato ma non lo temono. Non ci fanno i soldi, non ci fanno carriere, non ci costruiscono posizioni. Non hanno la benché minima preoccupazione della categoria nella quale possa cadere la loro opera, piccina o grande che sia. Non sanno che farsene delle categorie.

    15. Nel favorire quell’interattività che caratterizza questo corso di Informatica, giunto a pagina 13 di Coltivare le connessioni mi è venuta voglia di buttar giù le riflessioni che seguono, che ovviamente sono assolutamente provvisorie benché assai partecipate; magari si riveleranno superflue al fine di quella lettura del testo che potrò fare solo dopo averne concluso la lettura, ma intanto le condivido con lei e con gli altri studenti.
      Anzitutto vorrei segnalare il Manualetto pratico ad uso di coloro che vogliono imparare a scrivere il meno possibile di Paolo Albani, leggibile al link: http://www.paoloalbani.it/Manualetto.html. Mi è venuto in mente leggendo le sei regole di Orwell. Per il resto…
      Sto leggendo volentieri Coltivare le connessioni che per ora mi pare più un piccolo saggio di epistemologia che un approfondimento tout court sulle modalità con cui oggi ci avviciniamo a quella cultura e a quelle relazioni mediate da Internet. Alcune sue considerazioni mi hanno lasciato un po’ scettico; per esempio, io non credo che le reti rappresentano un elemento centrale nella nuova visione del mondo, che avrebbe nell’approccio olistico all’indagine scientifica, come dire, uno dei principali orizzonti di riferimento. È pur vero che v’è stata un epoca, culminata con il neopositivismo, in cui si è preteso che i processi conoscitivi fossero più lineari di quanto l’esperienza successiva ci ha suggerito, che tuttavia solo con il superamento di una visione positivistica della conoscenza sia emersa una modalità olistica dell’indagine scientifica è uno degli abbagli, secondo me, che facilmente commette chi non si sforza di cogliere, nella storia delle idee, una lunga tradizione di anarchici della conoscenza, per dirla con Feyerabend, esistiti fin dall’antichità, e che, come è stato scritto, hanno sempre, nel corso dei secoli, alimentato quella concezione olistica della conoscenza in opposizione a quell’altra concezione variamente indicata con i termini: naturalistica, scientifica, moderna. Io credo che ambedue le concezioni hanno una lunga tradizione, e che sia essenzialmente un abito, ma nulla più, quello che il mondo di Internet fornisce a quell’Homo Olisticus sempre eccessivamente pronto a mostrarsi più nuovo di quanto fondamentalmente non sia. Modernità versus postmodernità, riduzionismo versus emergentismo; si tratta di un dibattito che ho sempre trovato molto interessante, e assai utile, per esempio, ad affinare delle efficaci chiavi di lettura per esplorare temi caratteristici del nostro tempo, così legati, come mai prima, alla multidisciplinarietà; non mi dispiace pensare tuttavia che la visione cosiddetta olistica della conoscenza di fatto non introduca nulla di nuovo nel dibattito epistemologico, stante la presenza di una mente postmoderna, leggi olistica, fin dagli albori dell’umanità, così che i due modi contrapposti di concepire la cultura non sarebbero altro che la conseguenza di due modalità diverse del pensiero umano: un pensiero logico-scientifico e un pensiero narrativo, esistiti fin dalla nascita dell’uomo. Per dirla con Coleridge: tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici, cioè razionali e irrazionali. E il problema, il nostro problema, il problema per cui la concezione olistica della conoscenza non sarebbe fino a pochi anni fa di fatto esistita, deriverebbe essenzialmente dal fatto che nessuno sarebbe stato capace di darle una voce proporzionata alla sua importanza, tale da contrastare anche quell’ombra che l’altra concezione del sapere, quella razionale, avrebbe da sempre (?) esercitato su di lei; tutto questo, chiaro, reso possibile da quel fatto che sempre Coleridge mette ben in evidenza: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interessano i razionali, e i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i platonici.
      Vado avanti nella lettura…vediamo cos’altro…

    16. Lo “sconsiglio” era sulle metafore usate abitualmente dalla stampa. Io l’avevo inteso proprio in senso letterale.
      Non rinuncerei al divertimento di inventare una metafora, a patto che zampilli da una pura sorgente, (ehemm) per nessuna ragione ragionevole.
      :-))

    17. Pingback: Daily: quando le connessioni fioriscono … « Insegnare Apprendere Mutare

    18. Re: “1.non usare mai metafore, similitudini o altre figure retoriche che sei abituato a vedere sulla stampa”

      “coltivare” le connessioni è una metafora, no? A me fa venire l’immagine di un geranio di cui tagli un ramicello, lo metti in acqua per fargli spuntare le radici, poi lo metti nella terra, annaffi e aggiungi il concime quando ci vuole.

      E mi ricorda anche l’articolo “Think like a Dandelion” di Doctorow (maggio 2008: su Locus e su BoingBoing).

      Certo, Doctorow parla della comunicazione in senso inverso, cioè di come trovare e “coltivare” lettori. Però vale anche per la coltivazione delle connessioni. C’è una dimensione casuale alla quale bisogna essere criticamente aperti: apri un account Facebook, Twitter, Diigo o altro, e dopo un po’ ti piovono richieste di “amicizia”. Fai la cernita, controllando che avete interessi in comune, poi segui la persona anche altrove: sul suo blog, nelle altre reti cui appartiene, magari cominciate a scambiare fuori reti, via e-mail. A volte finite con l’incontrarvi davvero.


      Esempio: devo la mia formazione iniziale (e gran parte di quella successiva) all’uso delle TIC nell’insegnamento a Bonnie Bracey Sutton, incontrata per caso tramite la mailing list Triumph Of Content, alla quale non ho mai capito perché ero stata invitata a partecipare nel 1999: cominciavo appena a capire che col Web si potevano anche far cose, non solo trarne informazioni come ci insegnavano nei corsi d’aggiornamento. Poi c’era un altro problema con quei corsi: avvenivano in aule d’informatica super, poi quando provavi a scuola le stesse cose, non funzionavano.
      Bonnie viveva a Washington DC, però aveva una lunga esperienza internazionale di formazione di insegnanti in scuole con aule d’informatica, hem, limitate. Quindi malgrado la distanza, ha saputo aiutarmi in modo molto più concreto e mirato. Poi ci siamo incontrate per davvero al seminario I am what I eat” (su media e alimentazione) a Desenzano del Garda nel 2002, poi di nuovo nel 2003 a Ginevra durante il Vertice mondiale sulla società dell’informazione. Adesso scriviamo tutte e due per etcjournal.com.

      Oppure avviene l’inverso: vi incontrate ad es. a una conferenza, scambiate indirizzi e-mail e/o dei blog o siti, e approfondite online.


      Esempio: ho incontrato Luca Mascaro alla conferenza del World Usability Day all’università della Svizzera italiana nel 2005. Mi era piaciuta la sua conferenza, e durante l’aperitivo successivo, gli avevo chiesto se era vero che, come aveva affermato un altro conferenziere, un sito accessibile non poteva essere fruibile (“usable”). Luca aveva negato, e da quella conversazione è poi nato il progetto “Per una cultura dell’accessibilità in Ticino”, che mirava a sfruttare le numerose risorse prodotte in Italia intorno alla Legge Stanca (nome ufficiale: “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”). Una volta mi aveva mostrato come si valuta l’accessibilità dei siti Web, poi mi aveva suggerito di stendere io la valutazione di un altro sito. Era così assurdamente impostato che non sapevo da dove incominciare per applicare il metodo, allora ero partita diversamente: “Se fossi cieca… se fossi sorda… se non potessi usare le mani…” (metafore di nuovo, Andreas, ma perlomeno funzionavano).
      E con Luca ed Anna Veronese, avevamo lanciato il progetto Noi Media, per far conoscere gli strumenti Web 2.0 in Ticino, per il quale avevamo creato degli account con nome utente “noimedia” in un mucchio di piattaforme (tra le attività concrete: un workshop per gli insegnanti delle scuole professionali nel 2007). Nel nuovo web è importante citare le fonti?, sul blog di Luca, illustra bene il nostro modo di collaborare F2F e online.

      Cioè ripensando a Bonnie, Luca, Anna, te e tanti altri, mi pare che i contatti spesso vengono dati più che cercati, e che non è che si “coltivino” in se per se: si approfondiscono facendo cose assieme.

    19. Pingback: anche la teologia può essere cyber « notanative

    20. Pingback: The Open Source Definition « Speculum Maius

    21. Pingback: Daily: umanità « Insegnare Apprendere Mutare

    22. Non ho letto le 60 pagine (le leggerò sicuramente) e per questo ero indecisa se intervenire qui. Condivido la battuta anti-tema (confermo! dimentichiamocelo) che mi fa venire in mente tante cose.
      Naturalmente mi inchino al maestro (Orwell).
      Ho tuttavia qualche riserva.
      Orwell propone regole preziose. Non c’è dubbio.
      Le regole sullo scrivere servono molto quando si ha già una certa dimestichezza con la scrittura.
      Possono essere un penalità, invece, per chi non scrive, scrive di rado, ha già qualche antipatia per questa pratica o scrive solo per stretta necessità.
      Penso che lo scrivere sia principalmente un modo per trasmettere; esistono tanti modi di trasmettere, ma l’essenziale è che il messaggio (sia un segnale di fumo, un piccione viaggiatore, una posta pneumatica, un sms o una qualunque altra cosa) giunga chiaro a destinazione.
      Perdonate se faccio un paragone poco ortodosso: scrivere è come imparare ad andare in bicicletta o a nuotare. Se non so andare in bici è inutile che cerchi di imitare Fausto Coppi (nomino Coppi perché è ormai nel mito); ammirare Coppi, però, mi può far desiderare di imparare a pedalare, ma se bado troppo all’errore e mi preoccupo di sbagliare l’impugnatura del manubrio, di cadere, di stare troppo rigido ecc ecc allora non imparerò mai a reggermi in sella.
      Per scrivere, questa è la mia modesta tesi tautologica, bisogna scrivere e, quando ci sentiamo bene con la scrittura, allora è bene tener d’occhio chi sa scrivere meglio di noi e chiedere anche pareri disinteressati.”Sono stato chiaro? comprensibile? ti sei annoiato leggendomi?” ed accettarli con disponibilità ad imparare.
      Di solito evito di citarmi, ma siccome avevo già scritto delle cose sull’argomento per questa volta, scusandomi per l’invadenza, metto un link sul tema “Raccontare ossia spalancare” http://notecellulari.splinder.com/post/24145885/narrazione-raccontare-ossia-spalancare-di-mariaserena-peterlin

    23. Pingback: Una vecchia storia sull’importanza del nick « Speculum Maius

    24. Salve professore, ho appena pubblicato le mie idee sul blog, relative all’Assignement 3. Grazie mi ha fatto riflettere su questioni, che, anche se per un giorno, ma non sono biologia, anatomia, biochimica….!

    25. Pingback: dei cattivi maestri che compromettono il rapporto di un “alunno” con una “materia” « notanative

    26. Pingback: sull’importanza del nick « notanative

    27. Pingback: la paura del nuovo « notanative

    28. Pingback: un pensiero al volo su Assignment3 « notanative

    29. Regole tratte da “Why I write” giusto? Lo lessi per la tesina di maturità, molto interessante. Scrivere in maniera sintetica, chiara e organica sono i presupposti giusti per trasmettere un messaggio altrettanto chiaro e efficace, però non è facile…

    30. siee … batto il tasto Invio: pubblicato!

      Esco dall’aula e vado in bagno. Entro e da una delle porte fa capolino uno studente:

      “Prof, il link è rotto …”

      “Grazie!”

      Torno subito in aula e correggo …

      Il cyberspazio è anche questo …

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