Daily: che c’entra Facebook con la faccenda delle connessioni?

Sociogramma 19 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.
Sociogramma 19 aprile 2011. I nodi rossi sono studenti di medicina, i nodi blu cyberstudenti, il nodo celeste è il docente. Una linea che congiunge due nodi significa che almeno uno dei due ha fatto almeno un commento ad un post dell’altro.

(Correggo i refusi stasera … fretta … )

Niente. Facebook non c’entra assolutamente nulla con quello che io intendo trasmettere mediante “Coltivare le connnessioni”. Oppure, c’entra per esclusione: Facebook rappresenta l’opposto di quello che io intendo in quello scritto.

E’ il post di Elisa, insieme ai successivi commenti, che mi induce ad usare un tono così perentorio. Sono contento che l’abbia scritto perché è rappresentativo di una posizione molto diffusa.

Conclude Elisa:

Ma non vorrei perdere di vista le connessioni umane. Quelle fatte di volti, espressioni, contatto fisico,odori ed impressioni.Non voglio dimenticare “il profumo di pan di spagna e della nebbia delle montagne”.

Scrivevo io in una risposta a Matteo:

La mia percezione del valore del cyberspazio, è sostenuta molto dall’esperienza mia e di una moltitudine di persone che frequento in rete, e che ho conosciuto personalmente, in virtù di questo. La contrapposizione “freddezza virtuale” – “calore personale” è tanto ovvia quanto trita. Non è questo il punto. Il punto è che lasciando che la mia mente si appendesse a tutti i ganci possibili immaginabili che nel cyberspazio si offrono, ho finito per conoscere persone che si sono rivelate fondamentali per la mia crescita professionale e crescita tout court. Persone con le quali magari mi sono trovato a condividere un buon pasto e buoni momenti, anche. Alcune fantastiche amicizie. Persone che altrimenti non avrei mai potuto conoscere. In rete ho potuto vivere l’esperienza di seguire dei corsi universitari, in veste di studente, che si sono rivelati straordinariamente proficui. Ho vissuto esperienze didattiche come questa che si sono rivelate incredibili avventure umane. Con una classe di studenti che erano insegnanti di primaria ai quali dovevo insegnare per via telematica ci siamo poi riuniti a Fiesole. Ogni tanto con alcuni di loro mi incontro dentro e fuori la rete. Loro hanno imparato qualcosa da me, forse, ma io da loro sicuramente molto.

Noto che Elisa nel suo post ha usato sempre la parola internet. Ha fatto bene perché ciò che lei descrive è semplicemente internet. Manca la percezione del valore che si può generare allorché su quelle benedette connessioni si lavora. Quando si inizia a percepire tale valore allora si inizia ad abitare il cyberspazio. Coltivare vuol dire lavorare, può voler dire affezionarsi, può voler dire emozionarsi, infatuarsi. Coltivare una connessione non vuol dire stabilire una connessione.

E’ un vizio della nostra cultura, ancora tanto rigida e scolastica, che ci fa vivere ogni novità in chiave di contrapposizione: questo è bene per me o è cattivo? I media assolutamente colpevoli in questa banalizzazione del mondo.

La soluzione dei problemi in contesti complessi – cioè i problemi veri – in particolare del problema di affrontare il nuovo, qualsiasi tipo di nuovo, non si trova nella contrapposizione ma nell’integrazione. L’umanità si è sempre divisa in apocalittici e entusiasti di fronte al nuovo e la soluzione è sempre stata di tipo integrativo.

Il fatto che sia comparsa internet non vuol dire che si cessi di comunicare in altri modi. Solo in una società demenziale può venire in mente di lasciare isolati gli ottantenni perché c’è internet. Ma è altrettanto se non più demenziale impedirsi di guardare nel futuro per solidarietà con la nonna. Io devo guardare  nel futuro preoccupandomi al tempo stesso che la nonna non rimanga indietro. Questa nostra società ha dimenticato gli anziani ben prima e indipendentmente da internet.

Facebook. Facebook è una grave minaccia per il cyberspazio. Direi che Facebook sta al cyberspazio – inteso come rete realmente libera – come la telvisione di oggi sta a quella degli anni ’60, che svolse effettivamente un ruolo sociale aggregante e contribuì significativamente all’identificazione di una lingua che fosse la lingua di tutti gli italiani.

Poi la televisione è diventata un’altra cosa: uno strumento per creare uno spazio chiuso, nel quale le persone hanno l’illusione di essere all’aperto.  Facebook è simile, anche se più sofisticato. Facebook ha un paio di gravi problemi.

  1. Per accedere a qualsiasi cosa che si trovi al suo interno occorre iscriversi e fare il login.
  2. Se ciò che fate non piace al capo, questo può ammutolirvi, annularvi. Mettiamo che creiate un gruppo che diventa molto popolare e che infastidisce un potere sufficientemente forte. Quest’ultimo può esercitare pressione sul management di FB che può trovare economicamente vantaggioso censurarvi.

Poi c’è un problema secondario rispetto ai due precedenti. Facebook è strutturato in modo da favorire relazioni superficiali. E’ una sorta di smisurata happy hour, dove si tende a dire la prima cosa che passa per la testa e si indulge nel cosiddetto cazzeggio. Niente di male, l’ozio è una componente fondamentale della creatività, uno sturmento irrinunciabile! Ma se io riduco tutta la mia idea di internet a Facebook allora questa diventa uno dei più grami dei luoghi. Non che non accadano fenomeni positivi in FB ma questi rappresentanon piuttosto le eccezioni anziché la norma.

Ma allora, dove diavolo si nasconde questo fantomatico valore del cyberspazio? Non si nasconde, anzi esplode, ma la fissità della nostra cultura e della nostra società ci impedisce di vederlo, a volte perché filtrato fra tante altre notizie, a volte per incapacità di cogliere il nesso.

Eppure oramai il mondo è pieno di esempi di persone che si sono accorte di questo valore latente, eccome se ne sono accorte.

Se n’è accorta Ory Okolloh, una giovane donna africana, laureata in legge, che ha creato un software open source (liberamente utilizzabile da chiunque) per tracciare e individuare episodi di violenza in Kenia, una piaga terribile. Funziona con software open e cellulari (in Kenia il 50% delle persone ha un cellulare). Questo software, che si chiama Ushahidi, viene oggi utilizzato in innumerevoli contesti di emergenza nel mondo ed è stata l’unica cosa che ha funzionato a Haiti. Andate a vedere e rimarrete stupiti dalla quantità di gravi circostanze nelle quali Ushahidi viene utilizzato nel mondo nel mondo.  Ne parla Don Tapscott all’inizio del suo libro,  Macrowikinomics (Rebooting Business and the World) scritto insieme a Anthony D. Williams. Tapscott è uno dei più famosi consulenti di management del mondo, uno che va alle riunioni di Davos per intenderci, e Williams è un giornalista che si occupa di management e tecnologia.

Anche loro, Tapscott e Williams se ne sono accorti, scrivendo libri che sono una ricca fonte di clamorosi esempi di creazione di valore nel cyberspazio.

Se ne accorse Linus Torvald, il giovane studente di informatica che scrisse il cuore del sistema operativo Linux, oggi un componente fondamentale di internet e di tantissimi prodotti, che ha costretto tutte le più grandi  multinazionali di Information Technology a ripensare il loro business. Qui c’è la storia, per i curiosi (magari saltando l’introduzione).

Se ne sono accorti i responsabili di ricerca e sviluppo di multinazionali come la Procter & Gamble, le cui azioni hanno ripreso a salire dopo avere deciso di lancaire in internet alcuni problemi in cerca di soluzioni. Se n’è accorto il CEO di Goldcorp, una grande azienda canadese di estrazione dell’oro, che si è risollevata dopo avere messo in internet i propri problemi di ricerca di nuovi siti minerari.

Se ne sono accorti gli scienziati, che si sono inventati le idee di calcolo distribuito e citizen scientist che ho descritto nel Daily precedente.

Lo sapete che vi dico? Stiamo in FB meno che sia possibile e impariamo a vedere ciò di cui il mondo è già pieno …

P.S. A me non piace stare al computer e cerco di stare il più possibile all’aria aperta, ma quando sto al computer mi sforzo di trovare e creare senso, esattamente come all’aria aperta …

P.P.S. appena letto il post di Giulia: internet è solo un’infrastruttura, è ovvio che non sia viva e d è altrettanto ovvio che gli uomini siano vivi. Ma gli uomini colonizzano spazi liberi, l’hanno sempre fratto. E in quegli spazi hannno formato comunità, vive perché fatte di uomini. Il cyberspazio è un altro spazio, ne più ne meno, e, chi se ne accorge, lo colonizza. Nel cyberspazio sono noate innumerevoli comunità di uomini vivissime e che aumentano e migliorano la vita nello spazio fisico medesimo.

P.P.P.S. mi viene inmente, così all’impronta … in queste letture io leggo una sorta di ossessione, l’ossessione dell’io … io e il resto, io e il mondo, io e lo strumento … non vedo la percezione della comunità e la lettura delle cose alla lluce del beneficio della comunità ma solo dell’eventuale beneficio personale, troppo ristretto … pensiero estemporaneo da sbozzare e forse da buttare … confutatemelo

24 thoughts on “Daily: che c’entra Facebook con la faccenda delle connessioni?

  1. Andreas ha detto:

    a me piacciono le trame che si ramificano e se io finisco per non riuscire a seguirle, mi siedo tranquillamente a riposare sotto una frasca perché ho conseguito l’obiettivo, altro non ho da fare
    🙂

  2. Ciambello ha detto:

    @Roberta: trovi il sito cercando in google: ratna voyages

    @Mariaserena: hai completato perfettamente quello che intendo dire nel mio commento, anche se credo stiamo uscendo un po’ fuori traccia, magari ne potremmo parlare in un altro post, se il prof. ci darà la possibilità 😛

  3. Mariaserena Peterlin ha detto:

    E’ vero Ciambello, nel ‘700 i tour erano un’esperienza per pochissimi eletti, e tuttavia defatigante-entusiasmante. Però, ora che ci penso, un tour come mozzo di nave era possibile per chiunque, bastava accontentarsi e non voler la carrozza coi velluti. (Stile Alfieri) 🙂
    L’esperienza vera e vissuta anche a contatto con gli imprevisti ed eventi o persone di cui non si sa nulla è oggi sempre più rara e perciò tanto più importante conoscerne almeno, da fonte diretta, le narrazioni.
    Qui si aprirebbe una finestra molto impegnativa da gestire, ma eviterei le semplificazioni; una sola cosa mi sento di aggiungere a titolo personale: il gioco della conoscenza e dell’esperienza mi piace farlo a carte scoperte, o anche come quello, più semplice, delle figurine: ce l’ho, non ce l’ho, mi manca. E se mi manca andare a vedere se sia il caso di scambiare, di acquistare, di cercare.

  4. roberta r. notanative ha detto:

    @Maria Grazia, mbeh, ma anche in rete possiamo fare un Grand Tour (che altro non era che un PLE di allora), perdipiù senza limiti di tempo 🙂

    @Ciambello: ho qualche anno più di te, ma mi emoziono ugualmente pensando a tante possibilità e non mi importa di essere esagerata. Semplicemente, è ciò che sento.
    Mi piacerebbe chiederti l’indirizzo del sito sul Ladakh, posso?

  5. Ciambello ha detto:

    Infatti non vedo l’ora che finisca la scuola per poter iniziare il mio tour europeo 😛 Nel ‘700, però, avrei potuto girare il mondo per anni, mentre adesso sono costretto a tornare a scuola dopo 3 mesi e al massimo posso concedermi un’anno sabbatico dopo la maturità.

  6. Ciambello ha detto:

    Vorrei condividere con voi il mio rapporto con Internet: fossi un Illuminista del ‘700, di famiglia benestante e 18enne, sarei in giro per l’Europa a cercare ispirazioni, confrontarmi con altri coetanei, scambiare idee, conoscere il mondo, ecc… Oggi uso posso fare tutto questo surfando il web! Trovo molta più ispirazione da certi contenuti che trovo in rete che dall’esperienza monotona di scuola-casa-amici, fatta eccezione per un esiguo numero di rapporti con un professore illuminato, i miei genitori e i miei più intimi amici. Per fortuna mi accorgo che il mondo è pieno di persone ATTIVE, INTRAPRENDENTI, GENIALI E CON SPIRITO DI INIZIATIVA. Queste persone sanno usare le potenzialità di Internet e sono/saranno loro a costruire il futuro e sono anche il mio punto di riferimento, ciò a cui aspiro diventare. Mi viene in mente Shawn di UnculturedProject, ma ci sono esempi a non finire, potrei per esempio citare mia mamma: con un semplice sito, creato con Jimdo, sta portando molti turisti in Ladakh, una zona stupenda del Himalaya indiano. Crea connessioni reali tra appassionati di montagna e la comunità locale, che trae profitto unicamente dal turismo. Io lo trovo stupendo e mi emoziono particolarmente quando parlo di questa rete globale, forse esagero un po’, ma mi piace pensare in positivo!

  7. Richeart.B ha detto:

    Concordo pienamente nel ritenere che facebook rappresenti una propaggine riduttiva di quello che è il cyberspazio.
    Purtroppo ora come ora non siamo in grado di cogliere pienamente le opportunità che il cyberspazio ci offre,
    anche perchè (tutto sommato) è un mondo “appena” neoformato

    P.S Aborro l'”equazione” Facebook = Avere relazioni

  8. roberta r. notanative ha detto:

    Secondo me il termine “comunità” ha già un quid in sé che tende a “contrapporsi” a qualcos’altro, un’altra comunità, per esempio. Trovo più funzionale la parola collettività, come dice Andreas.

    Facebook può essere uno strumento potente, ma viene spesso usato male. Me ne accorgo perché spesso noto di farne io stessa un cattivo uso, superficiale. Però credo che sia possibile, senza effettuarne una demonizzazione tout court, farne un uso migliore. Come per la televisione (e tutti i media, del resto), va capito meglio, ne vanno compresi i meccanismi e le dinamiche sottese, per trarne il meglio. Almeno credo. Anche se a dire il vero, ormai FB lo trovo un po’ sorpassatino, meno soddisfacente rispetto a quando pensavo meno a queste cose.

  9. Andreas ha detto:

    Bella questa domanda, Elisa!

    Come ci si educa ad essere, realmente, una comunità?

    Non ho risposte certe, ovviamente. Troppa complessità. Impossibile categorizzare utilmente.

    Si possono tuttavia narrare esperienze e si può provare a comunicare qualche impressione.

    Non riesco a pensare alle persone in internet come ad una comunità. Quella è semplicemente una collettività. Esattamente come l’insieme di tutte le persone che si trovano in una città. Ci può essere di tutto, e ci sarà certamente di tutto, se la collettività è abbastanza grande.

    Ma è altrettanto sicuro che in quella massa indistinta vi siano individui con grandi ideali, speranze, generosità, ingegno, volontà, sapienza. E vi saranno anche quelli che hanno i tuoi stessi ideali e che sono inclini ad impegnarsi negli stessi campi che tu prediligi. Il problema sta nel raggiungere quelle persone per fare delle cose insieme. Le comunità funzionano quando accolgono persone che condividono obiettivi e passioni. Il valore del cyberspazio su cui insisto tanto è quasi sempre valore che si sprigiona dall’attività di qualche comunità.

    Gli esempi che ho fatto sono esempi clamorosi, a volte per intensità, a volte per dimensione, a volte per ambedue. Ed è solo la punta di un iceberg. Come non stupirsi di questi fenomeni che coinvolgono in iniziative straordinarie milioni di persone? Come non stupirsi del fatto che facendo leva sulla sola passione e sulla sola curiosità si riesca ad affrontare problemi prima inimmaginabili? Come non stupirsi?

    Anche a me sembra che la realtà che ho intorno, quotidiana, del come si usano invece queste potenzialità, sia frustrante; ma è proprio per questo che sono felice di potermi intrufolare in questo magico corto circuito che mi consente di sognare, lavorare, creare insieme a coloro che sento affini. Oppure non si può più sognare? Come suggerirebbe una frase in un altro blog che mi ha raggelato: Non so dire se vivrei meglio con o senza, anche perchè che me lo chiedo a fare? C’è. Punto e basta.

    No, io non ci sto. E so una cosa per certo. Che senza ingenuità, senza stupore, senza meraviglia non ci può essere scoperta, non ci può essere creazione, non ci può nemmeno essere conoscenza.

    Comunque, fortunatamente, anche in questa blogoclasse vedo una buona dose di entusiasmo. Ecco, ho appena sbirciato nel mio Reader e trovo:

    Che bello che è “Zooniverse” professore! Mi sono registrata e ho classificato un po’ di galassie! Grazie per il link, non pensavo proprio che esistessero siti del genere!!! Una bella scoperta!

    Grazie Luodovica! E se andate a vedere, in alcune di quelle pagine, si trovano i commenti entusiasti di tanti partecipanti che si sentono profondamente gratificati per avere la possibilità di contribuire alla conoscenza del mondo.

    Hai detto un’altra cosa interessante Elisa:

    se connettersi è solo autoaffermarsi, me ne chiamo fuori.

    Anch’io, e subito. Connettersi è darsi, non autoaffermarsi.

  10. blacktinkerbell ha detto:

    Aggiungerei: mi viene in mente un telefilm americano, in cui in sala operatoria il chirurgo invia tramite dei “tweet” la spiegazione delle varie scelte mediche operate per condividere,in questo modo, il proprio sapere con più studenti possibile dando anche loro modo di esprimersi in merito. E’ indubbio,secondo me, che tutto questo sia miracoloso. Un’opportunità unica, da saper gestire. E capisco lo sforzo di questo corso nel far sì che ci possiamo affacciaree, a queste opportunità. Ma la realtà intorno, quotidiana,del come si usano invece queste potenzialità, mi sembra molto più frustrante,ed è questo che mi ha fatto essere un po’ apocalittica.

  11. blacktinkerbell ha detto:

    Temo davvero di essermi espressa male. Quello che ho scritto nei commenti, e le considerazioni relative a particolari episodi come quello dell’isolamento dei più anziani nelle comunicazioni ufficiali,riguardavano, appunto, alcuni episodi. Volevo solo dire che in quei particolari casi, quando si dimentica di servirsi anche di altri strumenti, a mio avviso si commette un errore. Sono d’accordo con lei quando afferma che non si debba “rimanere indietro con chi rimane indietro”, ma volevo parlare di quello che vedo, forse sbagliando i modi. Parlando di comunità, ho l’impressione che, a prescindere da Facebook, la comunità usi internet in esclusivo ego riferimento, ed in questo forse stiamo esprimendo lo stesso concetto. Quello che intendevo si riferiva esattamente ad un aspetto: se connettersi è solo autoaffermarsi, me ne chiamo fuori. So cosa lei intendesse,invece, con connettersi. Ne è un esempio la storia di Ory Okolloh. Ma ho paura, e volevo parlarne, perchè ho l’impressione che storie come quella di Ory siano solo una goccia in un mare di connessioni coltivate male. A questo punto, le chiedo. Come ci si educa ad essere, realmente, una comunità?

  12. Picchio ha detto:

    Correzioni al post di cui sopra,succede a non rileggere prima di postare >.<:

    5a riga: hanno e non "ha"
    9a riga: "NON "costruttivo",a differenza del suo al pc",sennò il discorso non ha senso

  13. Picchio ha detto:

    Secondo me,prof,lei confonde l’ossessione dell’io con l’espressione dell’opinione personale. Entrambe le fanciulle nei loro post hanno esposto la loro esperienza e le loro impressioni (negative) rispetto a ciò che hanno conosciuto di internet: il desiderio di protagonismo di taluni e la superficialità di altri ampliata dalle potenzialità di internet. Pochi,io stesso non molto del resto nei miei post,ha azzardato opinioni sul valore generale di internet,poichè esso è formato da individui e qualsiasi generalizzazione ne perderebbe il preziosissimo polimorfismo. Internet è una piattaforma abitata da persone,e quindi ne condivide pregi e difetti. E’ un trampolino di lancio per la creatività,ma anche una grande discarica di opinioni dozzinali e ozio “costruttivo”,come il suo al pc dove cerca di “trovare e creare senso”. Può sembrare faticoso appena uno si ritaglia un buco dare un senso al suo ozio,ma più si fa e meno fa fatica,fino a divenire naturale.
    IMHO i due post si limitano a ciò che loro conoscono di internet,e immagino che nessuna delle due abbia la pretesa della verità. Condivido comunque il fatto che il suo “pamphlet” sulle connessioni andasse un po’ più in là del semplice internet,io almeno l’ho interpretato così.

  14. Chiara ha detto:

    quando mio padre compì 80 anni gli regalai un pc.
    Lo ha usato fino a 87, quando se ne è andato.
    Cercava su pubmed, ha pubblicato 2 libri con ilmiolibro.it, mi ha anche comprato dei regali su negozi on-line.
    quando ero al lavoro comunicavo con lui mediante googletalk.
    usava la rete come un binocolo per vedere cosa succedeva lontano dalla nostra splendida ma piccola città che vedeva dalla finestra.
    … ed era sconcertato dalla banalità e dalla venalità di molti siti/luoghi che non gli davano stimoli di ragionamento.
    Andreas ha ragione – come spesso – la rete è uno strumento non un fine.
    poi deve subentrare l’essere umano e la sua cultura
    … è sempre un problema di cultura

  15. Andreas ha detto:

    @Andreas

    sì , sono io che mi commento

    in riferimento al P.P.P.S. voglio subito sgombrare il campo da un possibile equivoco

    sia ben chiaro che non parlo di egoismo-altruismo, le attività che Elisa descrive sono una bella testimonianza, e anche il suo percorso, a cui accenna all’inizio del blog

    la questione che sollevo è quella della percezione di una comunità, qualsiasi, come un tutto intero che vive, che può dare e ricevere, nei suoi propri modi …

    @Davide e @Mariaserena

    sì certo, è sempre possibile spremere senso da qualsiasi strumento, talvolta distorcendone gli usi convenzionali

    FB rappresenta veramente una minaccia per il cyberspazio, ma niente toglie che se ne possano fare ottimi impieghi

  16. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Il post di Elisa mi è piaciuto per la schiettezza con cui affronta una questione su cui è, come nota Andreas, quasi inevitabile dividersi tra apocalittici ed entusiasti di fronte al nuovo. Dico da nonna di nipotini, e da persona avviata (con qualche fortuna) verso un età davvero adulta, che negarsi al confronto col nuovo è segno della decadenza della mente. Quando un anziano che conosco bene (oggi 92enne) compì gli 80 gli fu regalato uno stereo nuovo con il lettore di cd. Si arrabbiò perché disse che tanto lui non sarebbe riuscito ad imparare ad usarlo. E così fu. Non lo usò e lo stereo fu passato alla nipotina più giovane. Purtroppo non solo non imparò ad usare il nuovo, ma stava già disimparando ad usare anche la sua vecchia radio con grammofono (ma diceva che non funzionava bene). Gliela fecero riparare, ma lui si arrabbiò di nuovo affermando che il suono non era quello giusto. In realtà lo stereo e la radio non c’entravano; era la sua mente che stava perdendo colpi e iniziava a non funzionare. La storia è vera. Quell’anziano ha smesso di ascoltare la musica, che gli piaceva tanto, e si è chiuso sempre più in se stesso. Connessione è il contrario di chiusura. Aprire, spalancare, connettere sono l’opposto di resistere, circoscrivere, chiudersi al nuovo.
    Stamattina quando ho scritto un nuovo post sulle Notecellulari ( Accendere il fuoco contro apatia, disillusione, anestesia emotiva http://notesolocellulari.blogspot.com/2011/04/accendere-il-fuoco-contro-apatia.html ) non avevo ancora letto questo scritto da Andreas. Mi sembra di cogliere alcune analogie, anche se forse il mio ragionamento divaga; l’ho scritto dopo aver letto, o meglio dopo essermi connessa con, una riflessione di una mia ex studentessa (oggi studiosa e ricercatrice) postata su fB. (Ecco, appunto, su fB direi che non è il media che produce gli sciocchi, i vanitosi o gli indifferenti. Il web, il cyberspazio ci danno voce; ma se chi parla dice sciocchezze l’unica responsabilità del cyberspazio è di farle leggere a un più ampio numero di persone. La possibilità di dissentire e di diffonderne di diverse non è inficiata, anzi.) Anche a me sembra che ci sia una diffusa “sorta di ossessione, l’ossessione dell’io … io e il resto, io e il mondo, io e lo strumento … non vedo la percezione della comunità e la lettura delle cose alla luce del beneficio della comunità ma solo dell’eventuale beneficio personale, troppo ristretto”; a me sembra che a questo individualismo si aggiungano l’indifferenza, l’apatia, l’anestesia emotiva; in breve l’impotenza a farsi protagonisti. Se fosse possibile anche io vorrei essere confutata. Sarebbe un vero sollievo.

  17. Davide ha detto:

    Aggiungo una mia esperienza personale – per quel che può valere.

    William Gibson diceva che “la strada ha il suo uso per la tecnologia” – tu sviluppi qualcosa per un certo scopo, e poi scopri un sacco di gente che lo usa per scopi diversi che non avevi previsto.
    Beh…

    Io sono da alcuni anni parte di una vasta comunità online di appassionati di letteratura e giochi. Ci si sente occasionalmente tramite una banale mailing list per scambiarsi idee.
    Abbiamo scritto libri e creato giochi, o solo scambiato battute sceme a notte fonda, per quasi dieci anni.
    Due anni or sono uno dei membri storici della comunità, una persona molto apprezzata per la sua intelligenza e umanità, morì in circostanze tragiche, e ci volle _un anno_ perché la comunità ne fosse informata (non è così strano – se io morissi stassera, chi informerebbe i miei amici in rete aggiornando con le mie password il mio blog?)

    Per reazione a quella mazzata, decidemmo di deragliare facebook – chissenefrega di Farmville o di mi piace/non mi piace, noi lo usiamo come rete di sicurezza, per verificare ogni mattina che i membri della tribù siano vivi e in buona salute.
    Probabilmente passeremo presto a twitter – perché facebook sta diventando pesante.
    L’idea è proprio quella di avere semplicemente un “ping” sul radar, un segnale di “ci sono e sto bene”.
    Non credo fosse lo scopo per cui venne creato facebook 😀
    Ma per ora funziona.

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