Piccolo commento in margine ad un articolo di Pier Luigi Celli: “Per i professori stage in azienda ogni cinque anni”

Su Il Sole 24 Ore del 23 dicembre è stato pubblicato un articolo interessante, scritto da Pier Luigi Celli, direttore generale della LUISS. L’articolo, Per i professori stage in azienda ogni cinque anni, affronta la questione dell’adeguatezza del sistema di istruzione accademico a fronte delle esigenze di un mercato del lavoro che è oggi in mutazione continua. Il discorso sviluppato da Celli è alto e orientato agli sbocchi professionali nel mondo delle imprese. Tuttavia la sua articolazione ha validità generale e presenta nessi importanti anche con lo specifico che può essere quello di un operatore del settore, che vede le cose dal basso.

Vale la pena di andarsi a leggere per intero l’articolo di Celli. Qui mi limito a citare un paio di brani, per poi calare su di un esempio particolare.

Ciò che emerge è una sistematica sottovalutazione del problema centrale nella preparazione dello studente al suo futuro lavorativo: che tipo di testa gli servirà, nel tempo, per misurarsi con questa mobilità di prospettive occupazionali che lo sfiderà senza tregua. La “flessibilità”, tanto evocata come petizione salvifica per esorcizzare la precarietà, è, in realtà, un problema culturale, di modelli di lettura e di interpretazione dei fenomeni da affrontare, prima che una pratica comportamentale di resa all’inevitabile. Una “testa ben fatta”, dunque: esige dei maestri che “quella testa” sappiano aiutare a costruirla , rimettendo in discussione uno schema didattico fondato su rigidità disciplinari quasi incomprensibili e su processi di “assemblaggio” di conoscenze spesso astratte.

Qui ci si riferisce alla mobilità delle prospettive occupazionali, ma altrettanto può essere detto del contesto all’interno di una qualsiasi occupazione, dove è sempre più comune che metodi, strumenti e anche interi paradigmi di azione siano mutati rispetto ai tempi dello studio.

Non è sufficiente trasmettere conoscenze e strumenti concettuali; bisogna creare condizioni per sperimentare la loro applicazione, e avere, per esempio, consapevolezza dei contesti in cui si andranno ad applicare, sapendo che i climi, i valori, le criticità operative, i sistemi relazionali, la lettura dei segnali deboli, avranno spesso lo stesso peso, e forse anche maggiore, della stessa preparazione teorica. Per arrivare a questo, l’intreccio tra interno e esterno dell’università va forzato inevitabilmente, rendendo il più possibile porosi i loro confini, oggi ancora così ferocemente presidiati in nome di una autonomia e di una sacralità della professione accademica che oggi non ha più ragione di porsi nelle forme tradizionali.

L’articolo di Celli si conclude con una proposta forse tanto provocatoria quanto salutare, se fosse presa sul serio: l’introduzione di stage semestrali destinati ai professori, da svolgersi per esempio ogni cinque anni, in contesti lavorativi esterni reali; stage pratici quindi, non di studio o di ricerca. È interessante come quest’idea sia simmetrica rispetto a quella espressa da Peter Brucker in un’intervista rilasciata su Forbes nel 1997 (qui una versione stampabile):

I tell all my clients that it is absolutely imperative that they spend a few weeks each year outside their own business and actively working in the marketplace, or in a university lab, in the case of technical people. The best way is for the chief executive officer to take the place of a salesman twice a year for two weeks.

A me sembrano ottimi suggerimenti. Se poi siano effettivamente praticabili non so. Possiamo anche prenderli come provocazioni, ma più si prendono sul serio e meglio è. Facciamo un esempio terra terra, tipo l’insegnamento di base di informatica (tecnologie informatiche, abilità informatiche, alfabetizzazione informatica …), di pochi o pochissimi crediti, ma spalmato in modo sostanzialmente indiscriminato sulla maggioranza dei curricoli universitari.

Cosa deve fare colui che deve predisporre un insegnamento del genere? La cosa normale? Ovvero, vedere un po’ i programmi che ci sono in giro, quindi gettare nella pentola un po’ di codifica dell’informazione, componenti hardware tipici, cenni sull’architettura di base, sistemi operativi, alcuni applicativi che vanno per la maggiore, elaborazione testi, fogli di lavoro, qualcosa sulla connettività, indirizzi Internet, pericoli malware, poi un quiz …

Oppure lasciar perdere la completezza, cercando di scendere più a fondo in una manciata di pratiche, necessariamente poche, ma che siano attinenti alla natura del curricolo? Saper frugare nei database di letteratura pertinente, utilizzare il proxy di ateneo per raggiungere gli abbonamenti altrimenti inaccessibili, gestire una piccola agenzia stampa personale per drenare le fonti di informazione preferite, condurre un incontro in aula virtuale, creare una comunità online per l’aggiornamento professionale e via dicendo.

Il primo metodo è più tranquillo: senza grande fatica, eccetto che per la routine delle lezioni e degli esami, si fabbrica un prodotto molto ben valutabile all’interno del sistema, ma molto poco nel suo reale impatto sui fruitori del servizio, ovvero gli studenti. Si deve aver cura che il programma rientri nei canoni correnti, che il numero di lezioni frontali sia proporzionale ai crediti previsti per il curricolo, che gli studenti adempiano agli eventuali obblighi di frequentazione, che gli esami si svolgano secondo le liturgie correnti. Il prodotto finisce però qui. Quello che succede dopo, sino all’effetto reale sulla vita degli studenti, rimane fuori dell’incarto, fuori controllo. Ad esempio, niente che misuri cosa cambia, spalmando gli stessi crediti su 300 studenti anziché 30. Cosa avranno capito realmente dopo avere risposto bene a quei quiz? Ma soprattutto, come se la caveranno di fronte ad un nuovo problema che coinvolga quel tipo di competenze? Quelle nozioncine spicciole, frettolosamente affastellate e per nulla approfondite, non sono forse prontamente reperibili, aggiornate, da chiunque abbia un minimo di familiarità con le tecnologie, oggi? Quei sistemi operativi e quegli applicativi di vastissima diffusione, non erano già stati descritti una ventina d’anni fa da De Crescenzo, quando scriveva dei computer di Steve Jobs, che si spiegavano da soli grazie alle innovative interfacce grafiche? E noi ora, su quelle competenze così a portata di mano, ci fabbrichiamo corsi universitari? È veramente questo che dobbiamo fare? Spalmare il metodo – forse – valido per un corso fondamentale di analisi matematica o di glottologia su un simile tritume di fatterelli spiccioli, mai fermo?

Il secondo metodo, è invece più incerto: va ogni volta ricostruito cammin facendo, è più difficile da codificare secondo i canoni convenzionali, basati su programmi e crediti, ma consente di arrivare più vicino allo studente mediante una strategia affine all’apprendistato cognitivo, con il quale l’insegnante tratteggia il quadro in cui si deve operare, mostra come si opera, induce l’allievo ad esercitarsi, lo supporta nei primi tentativi, per poi lasciarlo agire progressivamente in modo sempre più autonomo. Se questo metodo da un lato si quantifica con difficoltà all’interno dei meccanismi accademici, si valuta invece molto più facilmente nei suoi effetti reali: lo studente deve mostrare di operare autonomamente e, se ci riesce, sarà più probabile che operi autonomamente anche in futuro, quando molte condizioni saranno mutate. È un metodo più faticoso, seppur molto più interessante, proprio perché richiede che l’intreccio tra interno e esterno dell’università vada forzato inevitabilmente, rendendo il più possibile porosi i loro confini. È più faticoso perché occorre prima uscire dall’aula, in qualche maniera, per andare a vedere e capire quali siano le capacità che consentono agli studenti di operare con successo nei contesti reali, sempre più complessi e mutevoli.

23 thoughts on “Piccolo commento in margine ad un articolo di Pier Luigi Celli: “Per i professori stage in azienda ogni cinque anni”

  1. Mariaserena Peterlin ha detto:

    @monica la mia era una riflessione di linea generale sull’apprendimento: scrivendo “Il maestro, la maestra unica a me piace ancora” pensavo per l’appunto a maestre del tipo di quella che tu descrivi. Pensavo all’importanza di non far danno a scuola. Di questo più volte si è parlato in vari siti e non voglio annoiare nessuno.
    Per tale motivo, naturalmente, ogni valutazione su categorie o persone non era inclusa nelle mie intenzioni. Ribadisco serenamente che “Il maestro, la maestra unica a me piace ancora” e molto, ma non affermo (e mi par che qui la logica possa darmi una mano poichè ho scritto “Il maestro, la maestra unica a me piace ancora””mi piace” e non “è in assoluto migliore di…”) sia l’unica soluzione!

    Sono quindi molto d’accordo con te e non penso di drammatizzare se dico che anche che la tua felice espressione (che condivido) ” la scuola italiana è una giungla ed i bravi insegnanti diventano delle guide tra le mangrovie” può essere altrettanto felicemente applicata almeno a:
    “la politica italiana è una giungla in cui il bravo politico ecc ecc
    “la stampa italiana è ” ” ” ” ” ” giornalista ecc ecc
    “la sanità italiana è ” ” ” ” ” ” sanitario ecc ecc

    e potremmo lungamente continuare. Sempre felicemente. 🙂

  2. monica ha detto:

    @mariaserena, @alessandra, io non sono insegnate di primaria (ma di secondaria), ma come genitore e come alunna che ha fatto le primarie con il maestro unico, dico che tutto dipende dalle circostanza. Nel senso che, io ho avuto una maestra eccezionale siciliana la Signorina Rizzo, ho imparato forse più con lei che era sola con 15 bimbi, che con tutti gli altri insegnati che si sono succeduti nei vari anni di scuole seguenti. La mia maestra era innamorata dell’insegnamento e dei suoi alunni, anche se era molto severa, la passione per tutta la conoscenza era quello che la contraddistingueva e che ci ha trasmesso.
    Da genitore dico che mio figlio è stato fortunato ha tre maestre molto brave che collaborano in sinergia tra loro, ma purtroppo spesso tra insegnanti di altre classi questa sinergia non cè ed allora tutto ricade sui bambini, che non trovando un clima sereno tra le maestre, lavorano male. La scuola superiore secondaria purtroppo è un caso a sè ogni insegnate fa da sè, o qualche volta se si è proprio fortunati si trovano magari 3 o 4 colleghi che si accordano per fare lavori multidisciplinari ( nel mio caso, io mi coordino con la docente di laboratorio, con la docente di inglese e la docente di italiano e storia), tutti gli altri fanno il loro lavoro in solitaria (che tristezza), c’è un caos per quanto riguarda i metodi didattici, spesso cè qualcuno che proprio il metodo non sà nemmeno cosè.
    Quindi che vi posso dire la scuola italiana è una giungla ed i bravi insegnanti diventano delle guide tra le mangrovie.

  3. Mariaserena Peterlin ha detto:

    dimenticavo :
    a) una questione di forma: ho detto che la questione maestro multiplo o unico era secondaria non dannosa ecc ecc
    b) una questione marginale (poiché non cambia la sostanza) ma non oziosa: sull’etimologia proposta da Alessandra del termine magister ho qualche dubbio; potrebbe esser utile consultare anche Cortelazzo-Zolli: Dizionario Etimologico della lingua italiana, vol 3.(Zanichelli) ; ma ovviamente se ne può fare a meno.

  4. Alessandra Fedele ha detto:

    Mariaserena, perdonami, non conosco la tua esperienza professionale, ma trovo la tua visione davvero molto riduttiva. Intanto, essere specializzati non significa ignorare il mondo intorno a sé e se c’è chi lo fa, come i medici di cui parli, non si può risolvere il problema eliminando gli specialisti e facendosi curare dal medico di famiglia tanto per un mal di denti quanto per un infarto. Poi, di là da questo, la tua visione non sembra prendere in considerazione importanti aspetti pedagogici della questione maestro/a unico/a. Non sto qui a elencarli perché il discorso è assai vasto, ma voglio riportare qui le parole di un “maestro unico”, ma non come lo intendi tu: “E’ dimostrabile che il ragazzo fin dai primi momenti debba acquisire coscienza non solo della propria eccezionalità ma anche di quella degli altri, venendo così a porsi nei confronti dell’esistenza in uno stato d’animo critico e polemico. Anzi la critica dovrebbe essere la prima cosa da coltivare in un ragazzo, anche se questo dovesse costare la caduta di un’infinità di idoli: primo idolo da far cadere è l’insegnante stesso, il quale dovrebbe così mostrarsi al suo scolaro con tutta la sua umanità immediata e quasi informe, tenendosi il più possibile lontano da quella rappresentativa carica di convenzione a cui la maggior parte degli insegnanti tende ad approssimarsi”. [Pier Paolo Pasolini “Un paese di temporali e di primule”]
    Ecco, Maraserena, il maestro unico che tu intendi è una prova senza appello, mentre ciò che conta è che ogni maestro sia unico e sia magis-ter [tre volte più grande] per quelli di cui si prende cura. Il vecchio maestro unico è “un pozzo di chiusura al mondo esterno, per dirla con le parole di Don Lorenzo Milani. Personalmente, credo in una scuola al plurale in cui sia opportunamente declinata anche la parte maschile [altro grande vizio della scuola italiana, soprattutto di quella primaria] e che offra un insegnamento di qualità tanto dal punto di vista delle competenze quanto dal punto di vista della cura delle relazioni con docenti capaci di mettersi continuamente gioco senza stereotipi e schemi mentali di sorta, come i bambini, appunto.
    E poi, “imparare a imparare e ad amare la conoscenza” non è poca cosa. E’ un compito articolato e complesso che richiede dialogo e confronto e fatica e collegialità, quella che non esiste nella scuola del maestro unico.
    Infine, una provocazione: parliamo di nativi digitali e per di più puri, se ci riferiamo alla scuola primaria [secondo la distinzione proposta da Paolo Ferri] alle prese con il connettivismo, il nuovo paradigma pedagogico imposto dall’era digitale e noi siamo qui a ragionare proprio sulla cura delle connessioni. Che senso ha, in tutto questo, il maestro unico?
    P.S. Perdonami, non è mia intenzione esser polemica, ma lavoro nella scuola primaria dal 1983 e conosco quel tipo di scuola: era proprio triste, credimi, e lo è ancora, laddove è stata resuscitata.

    1. Mariaserena Peterlin ha detto:

      Immaginavo che accendere la luce sulla questione non sarebbe stato diplomatico.
      Ma, che dire? sono la persona meno adatta a valutare la mia esperienza professionale, e molto più volentieri sto con chi non sa e riduce piuttosto che con chi sa e giudica.
      Ho tanto da imparare, ma non imparo dalle sentenze.
      Preferisco un discorso piccolo a uno grande e esprimere quello che penso invece di citare.
      Un cordiale saluto 🙂

  5. Mariaserena Peterlin ha detto:

    Avevo inteso la frase di Andreas “La divisione scolastica della conoscenza in discipline è il lutto della conoscenza” con significato molto diverso da quello di Maurizia, specie se lo si applica alla questione del maestro unico.
    Però forse ho frainteso entrambi?
    Nel caso del maestro unico io non mi sento di contestarne la figura, e non mi sembra si possa definire “tuttologo” sia perché comunque non insegna (insegnava) tutto; sia perché una partizione del sapere non significa necessariamente un miglioramento sia della qualità dell’insegnamento sia (ed è ciò che più conta, specialmente, nei primi anni dei bambini) nel saper trasmettere l’amore per il sapere e l’imparare.
    A questo punto, e considerata l’esperienza (non solo mia) che è l’unico fardello-peso-bene che mi porto appresso mi interrogo anche su ambiti diversi dall’istruzione. Ad esempio la specializzazione in campo medico, ossia il medico specialista che si consulta come ortopedico non sempre tiene necessariamente in conto i problemi gastrici, cardiaci, oculistici, neurologici ecc ecc ad esempio e così via); per noi non medici e quindi solo pazienti (dal verbo patior che in latino sappiamo bene significa soffrire) questo è un miglioramento? Può darsi. Ma non sempre è così.
    Il maestro, la maestra unica a me piace ancora. A mio modesto avviso i bambini non hanno bisogno di essere attratti verso saperi specialistici ed enciclopedici, ma di imparare ad imparare e ad amare la conoscenza. E allora il team di insegnanti che serve a “non cadere nella trappola della mia o tua materia” come pure la “divisione scolastica della conoscenza in discipline” a me pare oggi (e con la possibilità di accedere in tempo reale a tante informazioni e dati) un problema del tutto secondario, e che anzi distoglie da quello principale.

  6. Benedetta QUARTIERI ha detto:

    Se vedi un affamato non dargli del riso: insegnagli a coltivarlo (Confucio)

    Questo è il pensiero che mi è uscito dopo i vostri contributi e le vostre esperienze vissute; già Confucio aveva capito lo snodo del problema, ma come sostiene Celli bisogna andare oltre.
    Creare le condizioni, le situazioni, i contesti per accendere dentro lo studente quella scintilla che lo porterà ad un’operatività in consapevole autonomia, da spendere per sè e nella/per la collettività.

  7. Alessandra Fedele ha detto:

    A proposito della parcellizzazione del sapere che caratterizza la nostra scuola, mi vengono in mente le lotte continue con i colleghi sull’argomento. La matematica, in modo particolare, continua a essere considerata spazio per pochi eletti svincolato da tutto e da tutti, dimenticando l’importanza e la pervasività del linguaggio matematico tout court. Eppure, “Paperino nel mondo della matemagica” insegna…
    Oggi, abbiamo di fronte discenti che nel corso della vita si troveranno, molto probabilmente, ad affrontare esperienze lavorative in diversi campi, anche distanti tra loro. Anche lavorativamente, incontreranno il caos e la sfida sarà di produrre senso sfruttando ogni opportunità anche attraverso i legami deboli, ossia persone con cui avranno una conoscenza marginale e che avranno, magari, una formazione diversa o interessi diversi. Coltivare le connessioni tra i diversi linguaggi ha senso e significato, oggi più che mai.

  8. Maurizia ha detto:

    Concordo con l’ultimo commento di Andreas
    “La divisione scolastica della conoscenza in discipline è il lutto della conoscenza”,
    Il maestro unico, tuttologo, è stato sostituito dal team di insegnanti che per non
    cadere nella trappola della mia o tua materia, deve imparare ad usare la
    programmazione settimanale come luogo del dialogo, dell’ascolto, della condivisione

  9. monica ha detto:

    Io invece sono un insegnante di area scientifica, ma con un grande amore verso tutte le discipline umanistiche. In realtà non vedo la necessità di dividere in modo marcato le discipline umanistiche da quelle scientifiche, esse si compenetrano. La logica serve sia per fare l’analisisi grammaticale e sia per risolvere un problema di fisica. Tutta la conoscenza è creata da più componenti formative, che si amalgano tra di loro, tutto è importante ma a mio avviso non esistono materie curriculari più importanti di altre, come non esistono esseri umani più importanti di altri. Lo stage è a mio avviso importante, anche io come Laura insegno in un CFP, e vedo sempre con grande stupore come i miei ragazzi dopo un periodo di stage si trasfromano, acquistano competenze, anche i meno dotati spesso quando si trovano nel posto di stage ( che vorrei sottolineare sono realtà aziendali) si rivelano ragazzi pieni di voglia di fare e raggiungono le valutazioni più elevate.
    Allora mi sorge una domanda come mai questi ragazzi negli stage si rivelano cosi brillanti, mentre a scuola non è cosi? La causa non è da ricercare nei ragazzi, ma a mio avviso nella scuola, e sopratutto in chi c’è nella scuola, cioè negli insegnanti.

  10. mariaserena peterlin ha detto:

    Il mio intervento è quello di un’insegnante di area umanistica, e questo ha certamente un peso non indifferente sulle mie convinzioni pedagogiche e formative. La tradizionale distinzione tra aree (umanistica, scientifica e tecnica) ha, a mio avviso, una sua logica e completa la formazione di un ragazzo.
    Considero virtuose le interazioni tra aree ma non riesco a rinunciare all’idea che in un’amalgama di questo tipo sia da evitare che la componente formativa delle discipline storico-letterarie venga messa in minoranza. “Uomini fummo, ed or siam fatti sterpi” direi a chi pensa che si possa fare a meno della potente e vitale linfa delle humanae litterae (intese nel senso più ampio). In questa direzione va la mia perplessità, che non è pregiudizio, verso lo stagismo aziendale che è certamente importante, ma richiede molti grani di sale. 🙂

  11. laura ha detto:

    @ Andreas: Questione di metodo
    Don Gino Corallo sosteneva che il vero maestro è colui che lavora per rendersi superfluo e quindi tra i metodi proposti, preferisco il secondo anche se più difficile e scomodo da perseguire.

  12. laura ha detto:

    E’ vero, accostare la scuola ad una realtà esclusivamente produttiva può essere pericoloso ma la provocazione di Celli mi sembra possa andare “oltre”.
    Lavoro nella formazione professionale e i nostri ragazzi, a partire dal secondo anno, affrontano stage lavorativi; succede e neanche tanto raramente, che un ragazzino giudicato poco attivo a scuola, dimostri. in azienda, qualità insospettate che forse noi, presi dal Sapere, non abbiamo saputo riconoscere.
    Avevamo chiesto, come insegnanti di economia aziendale, di poter fare degli stage al posto dei soliti corsi di aggiornamento ma ci è stato negato con il pretesto di assicurazioni, permessi etc. Così il nostro direttore da filosofo si è trasformato in comune Azzeccagarbugli!
    Perché lo stage sarebbe utile a noi?
    Perché ci farebbe uscire dalle protettive ma anguste quattro mura della scuola, favorirebbe il contatto con realtà diverse, costringerebbe anche noi a ri-mediare i nostri saperi e ad agirli in contesti diversi; ci spoglierebbe da un po’ di sicumera, (non saremmo il prof. di matematica, la prof di italiano ma il sig. Bianchi, il Sig. Rossi) ed infine potremmo trovare strategie diverse.
    Ho fatto parte di un’azienda per qualche tempo e devo dire che per me è stata un’esperienza formativa fondamentale per i motivi che ho elencato, per i rapporti interpersonali che si erano creati, al di là dei ruoli precostituiti, per le numerose occasioni di soluzione dei problemi che si incontravano. Ecco questo è un altro motivo: in azienda i problemi si affrontano e si risolvono, magari sbagliando, a scuola spesso restano solamente argomento di discussione.

  13. Trapani Marco ha detto:

    Due considerazioni:
    1. stage in azienda: magari, ma il problema è più ampio, a mio avviso; nella testa dei ragazzi, dalla prima elementare al 5 anno di università si continua sempre a costruire una “forma mentis” del tipo: – NON SI COPIA – IL LAVORO VIENE VALUTATO INDIVIDUALMENTE – SEI IN COMPETIZIONE CON GLI ALTRI – e poi, quando arrivano in azienda, ci si stupisce se non sanno “Lavorare in team”….
    2. insegnamento informatica nei vari curriculum: come sai bene mi cimento proprio in questo (indegnamente) e il mio approccio è: poca tecnica, poca tecnologia, molta riflessione e “meta cognizione”: è inutile saper usare WORD 2007 (o un qualunque altro prodotto) se non ho “capito” concetti come la “marcatura”, applicabile a qualsiasi prodotto del genere, ecc.ecc.
    E poi, riflessioni sociologiche, filosofiche, antropologiche per capire l’informatica e il suo impatto sulla società, dal che dovrebbe (mi auguro, ma mi sembra funzioni) derivare un sano e sereno interesse e curiosità verso l’argomento, in modo da iniziare un percorso autonomo (al di fuori dei malefici CFU) per approfondire…

    A proposito: BUON ANNO

  14. mariaserena peterlin ha detto:

    Effettivamente questo tipo di contributi, non proprio sorprendenti, li abbiamo affrontati anche negli scorsi decenni. Sono interpretazioni interessanti di un tema probabilmente “di fondo” e che forse non può essere eluso: “a che serve la scuola” e ancora “gli insegnamenti scolastico non sono troppo lontani dalla realtà produttiva?
    L’articolo ragiona dunque su una questione molto interessante proprio perché già proposta ma non risolta.
    Direi che una non soluzione, in questo caso, è però una strada aperta alla ricerca. E non è da sottovalutare.
    Ogni invito all’aggiornamento, alla presa di coscienza, al confronto con la realtà effettuale è da accogliere con una predisposizione d’animo costruttivo.
    Diverso, invece, è pensare che la scuola, per l’appunto, debba necessariamente fornire un prodotto già bello e confezionato e da inserire in un sistema produttivo.
    E’ vero, per edificare e costruire edifici, strutture ecc occorrono i mattoni, ma i ragazzi non riesco a considerarli come mattoni da inserire in un muro.
    E’ anche vero che ci sono insegnanti talmente lontani dalla realtà che parlano solo (o prevalentemente) a se stessi, e quello che insegnano non “serve” a nessuno.
    Un’altra interpretazione del problema ci potrebbe portare in un luogo, almeno virtuale, d’incontro.
    Ma se l’incontro dovesse partire avrebbe bisogno di premesse che vorrei definire democratiche e ne propongo una: noi siamo in questo mondo per “servire virtute e canoscenza” oppure “luiss e confindustria”? Almeno questo (chiedo sottovoce venia ad Andreas) me lo lasciate dire, in favore di una scuola che non funziona forse più, ma fa meno danno di tante altre istituzioni?

  15. stefania ha detto:

    “consente di arrivare più vicino allo studente mediante una strategia affine all’apprendistato cognitivo, con il quale l’insegnante tratteggia il quadro in cui si deve operare, mostra come si opera, induce l’allievo ad esercitarsi, lo supporta nei primi tentativi, per poi lasciarlo agire progressivamente in modo sempre più autonomo.”
    Vero! Lavoro nel campo dell’informazione e gli studenti sono contenti quando sperimentano e riescono a comprendere “come funziona”, a sciogliere la “complessità”, anche se fanno fatica. Non c’è una strada, ma tante strade diverse a secondo dei bisogni diversi, ognuna con le sue logiche. E’ sorprendente come si pongono con un atteggiamento diverso di fronte alle cose che non conoscono; non più passivi ma attivi: se non lo sanno chiedono, si informano, imparano a distinguere, a valutare. Sono critici.

  16. roberta ha detto:

    “Due modi ci sono per non soffrirne.
    Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più.
    Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno e farlo durare e dargli spazio.”

    🙂

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