La consapevolezza della propria identità nella rete

Fotografia di nuvole di aprile
Aggiornamento 13 novembre. Nel post si menziona il futuro valore di capitalizzazione di Facebook, che invece ora è una realtà in quanto la società è quotata presso il Nasdaq dal 18 maggio scorso per un valore di circa 90 miliardi di dollari. Come spesso succede per alcune internet companies, le stime iniziali risultano troppo ottimistiche, infatti oggi il valore di mercato di Facebook si aggira intorno ai 40 miliardi di dollari. Ma tutto ciò non altera la sostanza del post.

Aggiornamento 12 aprile. Riallineo e aggancio questo post a Il valore dei dati sui social network [infografica] pubblicato pochi giorni fa da Roberta Ranzani, perché ci sta come il cacio sui maccheroni.

Nota: questo NON è un post su Facebook, che ho preso ad esempio solo perché è ben noto ai più; le considerazioni svolte riguardano invece tutti i servizi Web in qualche modo “social”: i vari GoogleCosi che richiedono un’iscrizione a Google, Gmail, GoogleDocs, Google+ e via dicendo, poi Twitter, Linkedin, eccetera.

 


Fotografia di foglie di leccio dove si mostra l'identità (fatta verde) di una di queste (fatte grige)
Una foglia di un leccio in una piazza di Firenze

Avrebbero mai potuto immaginare Marlowe, Goethe o Thomas Mann, che quel tema a cui si erano appassionati così tanto avrebbe riguardato l’uomo comune, anziché scienziati, filosofi, artisti? Come avrebbero potuto immaginare che quegli uomini che loro vedevano tribolare per la sopravvivenza quotidiana, oppure che vedevano completamente assorbiti dalle loro esistenze piccolo borghesi, si sarebbero trovati, un giorno nemmeno troppo lontano, a negoziare lo stesso diabolico patto, come loro avevano immaginato che solo uomini di scienza o artisti potessero fare? Certo, non che oggi la grande massa sia consapevole di trovarsi nel bel mezzo di un tale grave frangente, tutt’altro, ma è proprio questo il punto: rendersi consapevoli.

È diabolica la lusinga innocente, complice anche l’ignoranza e la sottovalutazione dei fenomeni che hanno luogo nel cyberspazio: – Eh ma la vita reale è qua! Quella virtuale è fittizia…
Niente affatto amici, la vita reale è di qua e di là. Perché gli innumerevoli servizi e benefici che tutti danno ormai per scontati, nativi digitali, immigrati digitali e anche non-digitali, nascono di qua, ma poi in qualche forma passano di là, nel cyberspazio dove vengono accelerati e potenziati, per poi tornare a sostanziarsi di qua, in quello che chiamiamo mondo reale.

È diabolica la lusinga nella sua semplicità: – Guarda ho scoperto un servizio incredibile e non costa nulla! Basta una semplice iscrizione… – ed è vero, non costano nulla tutte queste meraviglie, e salvo alcune eccezioni, che comunque sono marginali, non si riducono al solito trucchetto con il quale ti si fa abituare ad una cosa gratis e poi, quando ti sembra di non poterne fare più a meno, si inizia a fartela pagare. No, sono sempre gratis e il bello è che migliorano tutti i giorni, quello che ieri non si poteva fare oggi si può, anzi, si può fare anche meglio di quello che ieri avremmo potuto immaginare di chiedere, quasi un po’ imbarazzati: – Non è che potrei fare anche questo … ? – certo che puoi, anzi di più!

Miracoli della tecnica? Meravigliose ricadute collaterali della conoscenza scientifica che cresce a perdiesponenziale? – Ah sarà un bel sollazzo! ne vedremo ancora delle belle! Qua ce n’è per tutti ragazzi! – è vero, ce n’è per tutti, ma c’è anche dell’altro. Prendiamo Facebook – giusto a titolo d’esempio.

Per iscriversi ci vogliono pochi secondi e non si paga nulla. Con questo semplice atto ci troviamo in un paese popolato da 850 milioni di persone. Se non si va troppo per il sottile nell’accettare nuove amicizie, in quattro e quattr’otto ci si ritrova con qualche centinaio di contatti. Si possono condividere pensieri, immagini, video, ci si può scrivere privatamente, si possono formare gruppi per lavorare su obiettivi comuni, vi si posso sviluppare applicazioni e tante altre cose. Virtualmente, grazie alla legge dei 6 gradi di libertà, in pochi colpi puoi raggiungere uno qualsiasi degli altri 850 milioni di iscritti. Ci ritrovi tutte le persone che hai incontrato in giro per il mondo, ritrovi anche il fratello emigrato in Canada con il quale non ti parlavi più da vent’anni – magari per scoprire che era meglio non ritrovarlo. Scopri diverse iniziative interessanti e perfino lodevoli, ma ti rendi conto che si tratta prevalentemente di una mostruosa happy hour. Tu puoi reagire con maggiore o minore entusiasmo, magari con fastidio, ma certo non ti sfugge l’enorme facilità con cui questa semplice mostruosità ti facilita i contatti con il prossimo. Poi cosa siano i contatti per davvero è un’altra storia ma non hai nemmeno tempo per pensarci, sei ubriacato dalla quantità, dalla contattabilità a gogò. Ti può piacere o non ti può piacere, ma riconosci che è tanta roba che ti viene data per niente, in cambio di una mera iscrizione.

Ma che c’entra il diavolo con tutto questo? Stiamo parlando di una mera applicazione tecnologica, in fin dei conti, no? No, stiamo parlando di una transazione di natura economica fra due soggetti che si accordano su di uno scambio di valori, uno ben consapevole di stare facendo un gran business, l’altro che si concede un piacevole sollazzo, ma del tutto ignaro del patto che va stringendo con il diavolo. Perché il diavolo? Come perché? E che si è sempre venduto al diavolo se non l’anima, se non se stessi? Ecco, ora lo potete fare, lo possiamo fare, lo faccio anch’io, e reiterate volte, magari con la scusa che devo perlustrare nuovi territori, anche quelli occupati dal nemico, ma lo faccio, ovvero li abito. Li abitiamo tutti quanti.

Vendere se stessi vuol dire qui vendere la propria identità, e anche questo può parere esagerato: – In fin dei conti ho dato un nome di login e una password, e poi nome e cognome. Sennò come fanno a trovarmi gli amici? Ma insomma, non ho poi dato così tante informazioni. In fin dei conti il mio nome e cognome si trova anche sull’elenco telefonico, forse da una quarantina d’anni!
Vediamole un po’ più da vicino queste informazioni.

Innanzitutto il “sistema dall’altra parte” individua il numero IP del mio computer, e quindi la mia localizzazione geografica. Poi identifica i cookie presenti sul mio computer, ovvero quei pezzetti di codice, che i siti web lasciano sui computer dei visitatori, come molliche di Pollicino, per ritrovare la strada nelle informazioni che consentono di svolgere il servizio verso ciascun utente. Poi prende nota del sistema operativo e del browser che sto usando, quindi traccia tutti i miei click e le relative destinazioni, accumulando una mappa delle mie preferenze e dei miei contatti. Tutte queste informazioni vengono condensate e associate ad un codice alfanumerico che mi viene appioppato. Tutto ciò che farò successivamente verrà similmente agganciato a quel numero che mi identifica in modo univoco nel mondo degli utenti di quel servizio, nel mondo degli 850 milioni di utenti di Facebook per esempio.

È così che quando faccio un nuovo account, io baratto la mia identità a fronte di un certo numero di servizi. Un’identità che all’inizio è composta da un numero relativamente modesto di informazioni, anche se magari piuttosto rilevanti, quali nome e cognome, ma che con il passare del tempo va arricchendosi costruendo un profilo che mi identifica sempre più accuratamente.

Ma cosa potrà valere mai la mia identità, uomo comune, privo di particolari attrattive, non povero ma nemmeno ricco, privo di informazioni critiche o strategiche, uno come tanti? Non tanto, quasi nulla effettivamente, ma qualcosa. Facciamo i conti. Pare ormai certo che prossimamente Facebook verrà quotata in borsa, si dice in primavera o in estate. Le stime che circolano parlano di una capitalizzazione dell’ordine di 100 miliardi di dollari. Prendiamola per buona, se poi saranno 50 o 150 la sostanza non cambia. Se gli utenti sono 850 milioni, allora ciascuno di essi “vale” 118 dollari. Vale perché Facebook non ha che le loro identità. Non ha fabbriche che producono scarpe, o montature per occhiali. Non ha stabilimenti nei quali entrano materie prime e escono prodotti, o parti di prodotti. Non ha camion, navi o aerei che trasportano prodotti. Non ha niente. Sì, ha dei capannoni pieni di server, o li affitta da altri. Ma non ha niente altro. Possiede solo le nostre identità, ed ognuna di queste vale 118 dollari, in media. Se andiamo a prendere i dati di fatturato e di utile, ebbene allora scopriamo che ciascuno di noi, in media, contribuisce al fatturato di Facebook con 5 dollari e produce un dollaro di utile all’anno, una miseria. È una situazione incredibile: Facebook siamo noi e solo noi! Senza quegli 850 milioni di manciate di informazioni da 118 dollari l’una, svanirebbe come una bolla di sapone, anzi rimarrebbe un considerevole buco sotto forma di server e infrastrutture inutili. Ciascuno di noi conta pressocché zero ma tutti insieme diventiamo un business colossale, uno dei più grandi business che si siano visti sul pianeta. Una genialata.

[Aggiornamento 12 aprile. Questa stima collima con quella che trovate in Il valore dei dati sui social network [infografica], nella quale trovate anche la valutazione di altri social network.]

Il motivo per cui si genera tutto questo valore è semplice: chiunque voglia mettere sul mercato prodotti o servizi ha grande interesse in qualsiasi mappatura delle preferenze, magari messa in relazione con riferimenti geografici, sociali, anagrafici, professionali, solo per menzionarne alcuni. La pubblicità è l’anima del commercio, ma la pubblicità ideale è quella che consente a me venditore di concentrare il messaggio pubblicitario su chi è più maturo per recepirlo. Facebook vende esattamente questa roba.

E io, povero individuo, di quali opzioni dispongo in questo gioco, inizialmente innocente e un po’ trendy, ma poi inquietante mostruosità? Proviamo a individuarne alcune, graduandole in base alle possibili inclinazioni dell’utente.

  1. Non ne voglio sapere niente. È molto semplice: non mi sono mai iscritto e non mi iscriverò mai. Vivo benissimo senza, dicono che pago il prezzo di essere fuori dal mondo. Non so che farmene di quel mondo, non mi interessa quell’oceano di banalità.
  2. Ormai mi sono iscritto, ma poi mi sono accorto di una serie di cose che non mi piacciono per niente. A un certo punto ho cancellato il mio account con tutte le informazioni che ci avevo messo, e ho provato come un sollievo per essermi ritirato da una cosa che non mi interessa e anzi mi sembra preoccupante. Poi un giorno, ho appreso da un articolo sul giornale che sì, avevo cancellato tutti i miei dati ma solo per me! Facebook li conserva tutti e li conserverà finché esisterà, magari più a lungo di me! Mi posso consolare con l’idea che quel pezzetto di identità venduta sia rimasta lì, congelata, e che essa sia minima rispetto a quella che sarebbe potuta diventare se fossi rimasto dentro al sistema. Rimango tuttavia disturbato dall’irreversibilità del baratto, effettivamente un po’ diabolico.
  3. Mi sono iscritto e ho dato vita a un’iniziativa interessante e utile: ho creato un gruppo di collegamento con i miei compagni di corso al I anno del corso di laurea. Siamo più di trecento e l’organizzazione dell’università non è il massimo. Il gruppo si è rivelato utilissimo per lo scambio dei materiali didattici, per l’ottimizzazione dei gruppi nei laboratori, per la diffusione delle informazioni sugli appelli d’esame e varie altre cose. Un amico geek mi aveva detto che tutte queste cose si potevano organizzare tecnicamente anche in altri modi, ma io, che devo anche studiare e non è che posso fare l’amministratore di un sistema informatico a tempo pieno, grazie a Facebook ho potuto contattare e coinvolgere in pochissimo tempo quasi tutti i compagni di corso. Mi sono poi accorto di vari aspetti negativi del social network che non mi piacciono per niente e questo mi ha messo in difficoltà. Per ora ho risolto il problema usando Facebook solo per il gruppo, trascurando tutto il resto. In questo modo limito l’espansione incontrollata della mia identità digitale, limitandola agli aspetti connessi con la vita del gruppo di coordinamento degli studenti.
  4. ekkeppalle siete vekki vekki solo problemi vedete problemi problemi ma mai ke 1 cs vi piace
    quello di informatica peggio di tutti fa lo ye ye e poi riski qua riski la vekkio bacucco anke lui
    ma kissenemporta fb fa le buke e c s diverte appalla

Questi atteggiamenti esemplificano quattro possibili livelli di partecipazione, aventi valore diverso dalla media di 118 dollari che abbiamo calcolato poc’anzi. Tirando un po’ a indovinare e scartando ovviamente i non-utenti del tipo 1, gli utenti del tipo 2 potrebbero ad esempio valere 10 dollari, quelli del tipo 3 120 e quelli del tipo 4 1000, o qualcosa del genere.

Non c’è quindi una ricetta ideale. Tutto quello che si può fare è determinare il compromesso fra l’estremo Non Ne Voglio Sapere Niente all’altro Ma Ke Vuoi Ke Succede. Concludo con un elenco minimo di consigli, ricordando che ho utilizzato il riferimento a Facebook solo a titolo di esempio.

  • Evitare di fornire tutti i dati facoltativi.
  • Non inserire dati su famigliari e soprattutto minori. Questo non significa non narrare fatti occorsi realmente, ma abbiate cura di decontestualizzare e di usare pseudonimi.
  • Limitare l’inserimento di preferenze personali.
  • Ricordarsi che questi siti mantengono le vostre informazioni anche se voi le cancellate.
  • Se accade qualcosa di strano al vostro account, contattate il servizio clienti – questo nel caso di Facebook; e qui ci sono le istruzioni per recuperare fare un download dei propri dati.
  • La rete è piena di informazioni a riguardo, ma segnalo agli insegnanti le slide che Caterina Policaro ha pubblicato recentemente nel suo blog sul tema dei giovani e dei social network. Nello stesso blog potete trovare anche molte altre informazioni utili sull’impiego degli strumenti 2.0.

22 thoughts on “La consapevolezza della propria identità nella rete

  1. Laura Bordigoni says:

    Un sistema che vede le persone in quanto consumatori e non in quanto persone. Un Brave New World, che grazie ai social Network può essere realizzato del tutto nel cyberspazio. Vorrei citare proprio l’opera di Huxley perché non trovo paragone migliore. Facebook è la più alta espressione mai vista del conformismo. Ricordavate nel libro quando venivano fatte centinaia di cloni tutti uguali fra le popolazioni di casta più bassa? Bhe, se guardiamo 2 profili a caso, possiamo notare che il 90% dei link condivisi sono gli stessi: aforismi, immagini, frasi di libri, ma anche scenette demenziali o persino provocatorie (i link irrispettosi e provocatori sono fatti da gente scandente di per sé)…oppure possiamo vedere come tutti tengano a mettere la proprie foto sul computer non solo per farsi vedere ma anche per rendere piu semplice e immediata la condivisione delle foto con gli amici, senza doversele perforza passare tutte con la chiavetta usb e sprecare un sacco di tempo (e anche io le metto le foto, naturalmente)… possiamo vedere come tutti aggiornino il proprio status, tirando magari frecciatine alle persone a cui vogliamo tirare frecciate, come l’ex fida o l’amica isterica con cui hai litigato pesantemente etc. Oppure ci si scambiano link di vestiti e di scarpe (trappole soprattutto per le ragazze, anche io cedo) in modo che si diffonda un certo tipo di gusto. Insomma FB è un modello di società con delle “usanze” alle quali tutti ci conformiamo, perché ci viene naturale, come augurare il buongiorno la mattina. E rischiamo così di diventare dei cloni, proprio come nel libro di Huxley, e tramite link tartassanti che appaiono, immagini, foto etc tendiamo ad essere CONDIZIONATI ad amare un certo stile di vita, un certo tipo di vestito, di macchina e di società. Siamo condizionati ad andare a Riccione perché vediamo i nostri amici con 273654327836240723 foto dell’acquapark quando invece è anche più suggestivo, intrigante ed economico farsi un bagno nel fiume Frigido su per le montagne. Un condizionamento che è l’anima del commercio, se così si può dire: vediamo una cosa, la compriamo, la sponsorizziamo con la pubblicità offerta dai nostri “mi piace” oltretutto. Un condizionamento che serve per far girare il sistema. Perché invece non si fa pubblicità tramite facebook al fiume Frigido? Perché la natura è GRATUITA!!! E ciò che è gratis non fa girare il sistema e perciò “non merita” di essere valorizzato. E noi siamo considerati i consumatori indispensabili a far girare questo sistema fatto di scenette, di SLOGAN e di frasi fatte che ci beviamo come l’acqua(gli slogan sono proprio la metodologia di espressione del linguaggio, per come sono impostati, che la nostra mente assorbe prendendoli per veri). Paragonerei la stragrande maggioranza dei link che pubblichiamo alla frase “ognuna appartiene a tutti gli altri” che ripeteva sempre Lenina… e noi mentre leggevamo ci facevamo beffe di lei, così sciocca, ma finiamo per fare esattamente lo stesso.

  2. Jacopo Bitetti says:

    Riguardo la questione della censura mi rendo conto che l’argomento è alquanto complesso e controverso, tuttavia non riesco proprio ad immaginare cosa potrebbe succedere senza un minimo di controllo da parte di una autorità competente. Forse il problema in Italia (e non solo in Italia) è proprio questo: andare ad individuare un’autorità realmente competente. Coi tempi che corrono credo che un controllo, sopratutto in alcune aree del web, sia necessario e fondamentale per la sicurezza di noi tutti. In realtà non mi ritrovo completamente né nella visione di Vittorio né in quella del professor Formiconi. Entrambi hanno fatto un discorso articolato, logico, corretto e completo a sostegno della propria tesi, ma io credo che esista anche in questo caso una via di mezzo, la quale dovrebbe essere individuata dall’onestà e dall’imparzialità degli organismi preposti al controllo e alla sicurezza. Un problema, per quanto riguarda facebook, lo riscontriamo sicuramente in una certa disparità di trattamento. Se io, comune utente, segnalo qualcosa che ritengo leda la mia libertà o qualcuno che in qualche modo danneggia la mia immagine, difficilmente verranno presi seri provvedimenti. Se viceversa una persona di quelle “che contano” fa la stessa cosa ecco che cambia tutto… Questo indubbiamente non va bene.
    Quanto alla pubblicità, forse sono passivo e pessimista, ma sono d’accordo con Vittorio… Sono queste le regole del mercato, giuste o ingiuste che siano, e credo che per sovvertirle bisognerebbe partire dalla radice, ma questo comporterebbe il mettere in crisi l’intero sistema economico occidentale!

  3. margherita says:

    A me piacerebbe credere che esista una “via di mezzo” tra le posizioni 1 e 4. Spesso però mi viene da pensare che nonostante sia razionalmente affine con la posizione 1 (è una follia, non voglio saperne niente), in modo quasi schizofrenico mi lascio trascinare da un comportamento effettivo molto più vicino alla posizione 4 (ma in fondo kissenefrega). Credo di fare questo semplicemente per comodità e anche per pigrizia. Avevo un profilo facebook, poi l’ho cancellato,poi l’ho riattivato….la scusa è sempre stata la solita, “rimanere in contatto con gli amici”, specialmente nel periodo in cui vivevo all’estero. Ma davvero i social networks aiutano a mantenere i contatti? Col tempo mi sono resa conto che almeno nel mio caso, l’effetto ottenuto era esattamente l’opposto, perdere i contatti o almeno perdere la qualità dei contatti che avevo con i miei amici. Mi spiego: proprio il fatto di avere una relativamente lunga lista di persone a cui poter mandare in ogni momento un messaggio, il fatto di poter vedere attraverso le loro foto che facevano, chi frequentavano eccetera, mi ha disincentivato a scrivere a chiunque di loro una bella mail personale, o a fare loro una telefonata (magari attraverso skype…). Magari questo succede solo a me.
    Ad ogni modo, se proprio non si può fare a meno di social networks e registrazioni “gratutite” a vari siti web, mi sembra importante usare queste risorse in modo critico, per cui i suggerimenti di Andreas mi sembrano preziosi. Spesso sottovalutiamo l’uso che viene fatto dei nostri dati, nella mia personale esperienza mi è capitato che un datore di lavoro (che io sappia…chissà quanti altri) abbia consultato il mio profilo facebook per capire chi ero, cosa facevo, quali erano i miei gusti….lo trovo abbastanza inquietante per varie ragioni. Per caso ho trovato in uno dei blog che ogni tanto seguo questo “manuale di auto-difesa” e ve lo propongo:
    http://bit.ly/snma2012

  4. Andreas says:

    Interessante questo approfondimento, Claude. Grazie.

    L’episodio della telefonata. Il potere ottuso. Il poliziotto che è o fa lo scemo. In grottesco, lo si ritrova nella Valle del Caos di Dürrenmatt…

  5. Claude Almansi says:

    Grazie per l’interessante discussione, Vittorio e Andreas.

    Su libertà e censura, il giorno dopo che avevo spedito a Spendere Meglio il pezzo “E-sorveglianza sotto il lampione – o con la lanterna magica rediviva?” linkato sopra, ho ricevuto una telefonata alle 8 di mattina dal Dipartimento federale di giustizia e polizia. Avevano il mio numero di cellulare perché glielo avevo dato io, chiedendo ulteriori informazioni per sulle misure tecniche richieste nel 2009 ai provider per consentire la sorveglianza delle comunicazioni VoIP.

    Un cortese ma fermo signore mi ha fatto notare che quella circolare ai provider erano in una comunicazione riservata, e quindi non le potevo pubblicare. Gli ho fatto notare che la circolare era stata pubblicata dalla Wochenzeitung e ripresa da numerosi giornali e blogger, quindi tanto riservata non era più. E gli ho detto che comunque, il pezzo era già spedito ed impaginato, quindi di rivolgersi ai Spendere Meglio.

    Dopo, ho chiamato Matteo Cheda, il direttore del giornale, per avvertirlo. Non l’avevano chiamato, ma mi ha detto che un altra volta, dovevo rifiutare qualsiasi comunicazione telefonica e chiedere un e-mail rivolto a tutti e due. È che lui la sa lunga sui tentativi di intimidazione: Spendere Meglio e i suoi altri giornali hanno raccolto negli anni una dignitosa sfilza di querele, dalle quali è sempre uscito assolto. Ma la gente ci prova lo stesso, persino in Svizzera che non risulta proprio un paese particolarmente censorio, ad es. in confronto a certe direttive AGCOM in Italia. La libertà di espressione si logora soltanto quando non viene usata.

    Questo per i politici / amministratori pubblici. Invece per le distorsioni / perversioni del “te la do gratis ma/se…”: forse i patti con i grossi prestatori – Facebook, Google.. – sono tutto sommato abbastanza bene sorvegliati, sia da autorità come i vari garanti alla protezione dei dati, sia prima di esse, dai difensori dei diritti digitali degli utenti (partito pirata, movimento del libero ecc).

    Ma in quel settore dello pseudo-gratis, ci sono anche i piccoli attori, che mirano a nicchie specifiche e non possono essere tutti tenuti d’occhio perché sono tanti: la loro raccolta di dati riguarda meno utenti, però quei dati, per via della settorialità, sono particolarmente vendibili. Alcuni come Niklas Zennström e Janus Friis, i babbi di Kaazaa, Skype e Joost, sono perfettamente cinici quanto alla loro tattica di “disruptive innovation”: offrono un servizio nuovo che mette lo scompiglio in una struttura socio-economica, con il solo scopo, apertamente dichiarato di poi venderlo – compresi i dati degli utenti – a un pesce grosso. Almeno sei avvertito in partenza.

    E poi ci sono i cinici pasticcioni, come quelli di Ning, che non hanno mai inventato nulla di nuovo, però erano riusciti lo stesso ad accalappiare un numero discreto di utenti con la loro offerta inizialmente gratuita di partecipare in una “rete di reti”, dove ciascun creatore di sottorete forniva lui stesso i metadati per classificare le informazioni immesse (categoria, sotto-categoria). Quelli di Ning, e Gina Bianchini in particolare, avevano fatto una grossa operazione di seduzione verso gli insegnanti, andando fino ad offrire gratuitamente i “piani” senza pubblicità, normalmente a pagamento, per progetti educativi.
    Loro invece hanno venduto agli utenti sessi la continuazione del servizio (spostando la signora Bianchini nel retrobottega della Andreesen Horowitz che gestisce Ning ma anche altre cose assai indefinite). Però non si trattava più della partecipazione a una rete di reti – cosa particolarmente utile per i progetti educativi – bensì di un semplice hosting di reti separate, tipo intranet anni 90. Ma tant’è: se usi da tempo uno strumento collaborativo, il rischio di migrare altrove è troppo grosso, quindi tanti rimangono.
    Il problema è stato la trasformazione di una rete di reti – per le quali ciascuno aveva una singola identità Ning – in reti “autonome” per ciascuna delle quali gli utenti dovevano avere identità diverse. E hanno consegnato ai “proprietari” di singole reti tutti i dati di identità dei “loro” utenti prima di riuscire a smantellare completamente quella previa identità Ning generale. Da qui, per alcuni mesi, operazioni di spam alla grande attraverso le reti ancora imperfettamente separate.

    E gli esempi sopra sono perlomeno piccoli-medi, non piccoli-piccoli, quindi su di loro è possibile trovare informazioni affidabili abbastanza facilmente. Ma quid della caterva di servizi gratis che offrono prestazioni gimmick più o meno stupide, più o meno utili? Cosa diventano i nostri dati quando vi ci iscriviamo, quando il servizio viene venduto. Cosa succede quando possiamo usare un’altra identità – ad es. quella facebook – per fare l’iscrizione?

    Per quelli, possiamo soltanto usare le precauzioni suggerite da Andreas.

  6. Andreas says:

    Grazie a te.

    Queste sono ottime occasioni per tirare fuori idee che è bene che leggano anche altri – e magari ci si confrontino. Per questo motivo vanno benissimo questi confronti epistolari all’aperto. Per quanto piacevole umanamente e magari anche più ricco, un colloquio sarebbe rimasto chiuso fra le pareti di una stanza.

    Le discussioni, garbate come in questo caso, sono ottimi esercizi mentali nei quali ciascuno prova un po’ a perdere l’equilibrio per poi recuperarlo più saldamente. Anche per l’interlocutore più stagionatello il quale, sì, è stato più tempo al mondo, ma continua a fare una fatica micidiale a orientarsi. Ci proviamo, anche e soprattutto con confronti come questo.

    🙂

    1. maupao says:

      Grazie per il confronto che leggo adesso, trasportato dal navigare negli articoli di Andreas. Grazie a lui ho preso più consapevolezza dell’importanza di commentare per poter permettere ad altri di seguire le discussioni e ritrovare pensieri e parole.

  7. Vittorio Morelli says:

    Grazie mille… Non vorrei essere stato frainteso… La mia era più una nota di pessimismo (magari scambiato per realismo) piuttosto che un’affermazione dell’impossibilità di cambiare le cose. Il mio suggerimento non era quello di restare indifferenti e lasciare perdere tutto, ma partire dalle cose più semplici e più fattibili. Del tipo: ” la pubblicità è un meccanismo ineliminabile nel mondo d’oggi. Benissimo, guardiamo di rapportarci ad essa nel modo migliore, ed anziché sognare di eliminarla, cosa che richiederebbe un completo cambio di mentalità di un numero immenso di persone, proviamo a raddrizzarla dall’interno.” Purtroppo, tempo veramente di essere stato frainteso. Non volevo assolutamente suggerire la passività. Anzi, credo fortemente che la partecipazione attiva di ogni individuo sia la chiave per cambiare un pò le cose. “LIBERTà è PARTECIPAZIONE” cantava il grande Gaber. Ma la partecipazione non è criticare e basta, o sognare di rivoluzionare le cose: è comprendere come funzionano realmente i problemi, che continuando con l’esempio della pubblicità, significa individuarne lati positivi e negativi e soprattutto l’area in cui si può agire e dove non se ne può fare a meno. Eravamo partiti dalla pubblicità su facebook, youtube… ed ho citato, così perché mi era venuta in mente, la frase di Latouche. Riconosco di aver sbagliato a non contestualizzarla nel modo giusto.

    Rileggere le sue risposte mi ha fatto rendere conto di quanto sono stato approssimativo nel fare le mie affermazioni. In questo caso uno scambio di opinioni tramite colloquio forse ci avrebbe permesso di capire meglio cosa intendevamo, sia io che lei.

    “Il mondo è pieno di gente che fa cose molto poco appariscenti e molto controcorrente, anche contro le correnti enormi che tu citi. Quelle sono persone preziose, spero che molti giovani diventino persone del genere.” E’ una frase stupenda che riempe di speranza.
    Con me sfonda una porta aperta. Lo dice uno che sulla propria pelle si è tatuato gli imperativi “Dream” e “Get busy living”… Non intendevo assolutamente consigliare la resa e l’accettazione passiva, ma semplicemente stare attenti a capire dove si può realmente agire. Sicuramente, sono poco più che ventenne, nel mondo ci sono stato poco e non ho assolutamente la pretesa di sapere come realmente vadano le cose. Forse impulsivamente ho fatto affermazioni pesanti. Come quella sulla censura, dettata prevalentemente dallo schifo nei confronti di certe pagine che a volte mi trovo di fronte sul web. Poi se estremizziamo il tutto, meglio un paese dove anche gli anarchici possono incitare alla violenza sul web, piuttosto che un paese dove la censura ‘uccide’ completamente il libero scambio di opinioni. Come nella maggioranza delle cose, ci vorrebbe una linea di mezzo… Ma non intendevo finire su questo, il mio primo commento era un qualcosa di molto più leggero.

    Concludo ringraziandola per le dritte che mi ha dato e le auguro una buona pasqua. Vittorio

  8. Andreas says:

    Ho cancellato il primo commento con l’errore e l’ultimo di informazione sull’errore, lasciando quello giusto 🙂

    La libertà di espressione è uno di quei valori sui quali non si possono accettare compromessi. Valori, appunto, se non fossero assoluti non avrebbe senso parlare di valori. Utopie, certo, l’uomo non può accedere alla perfezione ma questo non significa che debba cessare di inseguirla. Guai al navigatore che dimentica la stella polare accontentandosi della propria abilità di timoniere.

    Libertà di espressione non significa solo poter dire un po’ quello che si vuole in un network o all’aperitivo, ma anche e soprattutto potersi esprimenre liberamente e pienamente quando i valori e gli interessi in gioco sono rilevanti. E in questi casi la libertà di cui si gode nel mondo è molto più limitata, in Italia meno che in altri luoghi. Lo vedo bene perché vivo anche altrove e le differenze sono cospicue. E comunque la libertà di espressione va difesa in modo attivo, ovunque.

    Certo, siamo tutti contenti se un gruppo di beceri ignoranti si dissolve, ma per effetto del disinteresse generale e del pubblico ludibrio, non per effetto di una qualche censura, attenzione! Quella stessa censura, è un’arma pericolosissima perché, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe essere gestita da persone di specchiatissima onestà intellettuale e totale disinteresse personale. Virtù utopiche tanto quanto i valori di cui stiamo discutendo. Non parliamo poi della degenerazione del sistema politico che di fatto seleziona mediocrità, ignoranza, e basso profilo morale, quando non veri e propri farabutti. Quella stessa censura, se in determinate circostanze, che la storia ha più volte mostrato di non essere affatto improbabili, viene esercitata da persone sbagliate, invece di andare a colpire devianze palesi dal buon senso e dal vivere civile, potrebbe andare a colpire interessi di parte, e magari impedirmi di esprimermi solo perché contro tali interessi. Questo accade regolarmente.

    Guai a dire “tanto questa è una cosa che non si ferma…”

    Il positivo del mondo è stato costruito tutto da folli idealisti. Per scendere di molte spanne, ma calare sul concreto, tutte le volte che nella mia vita di normale ricercatore ho ottenuto qualcosa di buono, è perché ho creduto e mi sono cimentato in qualcosa di cui tutti dicevano “ma non ha senso fare una cosa del genere…” Figurati quindi quando sono in gioco i valori fondamentali. Io credo nella testimonianza di vita di ciascuno di noi. Il mondo è pieno di gente che fa cose molto poco appariscenti e molto controcorrente, anche contro le correnti enormi che tu citi. Quelle sono persone preziose, spero che molti giovani diventino persone del genere.

  9. Vittorio Morelli says:

    Sono completamente d’accordo sulla seconda parte, ma mi sembra che comunque sul web, almeno in Italia, non ci possiamo lamentare della libertà che c’è… certo ce ne potrebbe essere sempre di più…come è certo che la pubblicità controlla l’informazione, perché se certi sponsor, di certe aziende, decidono di non dare più soldi ad un giornale, perché scrive cose politicamente scomode, quello chiude… Pensiamo a “La voce” di Montanelli, giornale pubblicato tra il 1994 e il 1995, che a suo tempo dovette chiudere i battenti proprio per un problema di questo tipo, a causa della fuga degli sponsor (e mi verrebbe da dire che se avesse avuto la possibilità come oggi di fondare un giornale online, quest’ultimo sarebbe sopravvissuto molto di più…)

    Poi, riguardo il discorso della censura sul web, è molto complesso da affrontare. La libertà è una delle cose più belle che ci sia, ma la completa libertà per me è utopia… Un pò di rigore ci vuole. concedere completa libertà sul web, può diventare una pericolosa arma a doppio taglio….Poi ognuno la pensa come vuole: io se un gruppo anarchico apre un sito internet, dove istiga la gente alla violenza, oppure apre una pagina su facebook e pubblica una foto di Mussolini appeso a testa in giù con scritto A PIAZZALE LORETO C’è ANCORA POSTO!!!(faccio questo esempio perché mi è capitato di vedere proprio roba di questo tipo su FB), chiaro messaggio di odio e violenza, io personalmente, son ben contento che chiuda… Ripeto: la completa libertà sarebbe un qualcosa di fantastico, ma purtroppo ci vogliono anche limitazioni, specialmente sul web…

    infine riguardo a “ma così non è, e quindi l’idea che un furbacchione riesca a vendere ad un certo grande numero di gonzi che ci cascano, una stronzata – che so una cintura del cavolo che sempre una cintura è, solo che lui ci ha messo il suo nome e mi fa pagare questo 500 euro, e a me invece piace di più la mia cintura di cuoio sulla quale ho inciso da me la figura di una mucca… per dire… – a prezzi assurdi, mentre non si riesce a far giungere un farmaco d due soldi a un mare di gente, che ha avuto solo più sfortuna di me, che per quella carenza magari ci rimette la buccia, ecco, a me tutto questo fa girare le scatole, ma parecchio”, niente da dire… sarà che sono molto disilluso, ma non riesco a pensare a come si potrebbe invertire la rotta… l’economia dipende in grande fetta da quei tizi che mettano il loro nome su qualcosa e lo fanno pagare tantissimo, anche se è una stronzata. Magari, mi sbaglio, ma mi sembra che il capitalismo, insieme al consumismo sfrenato ed all’allargamento della forbice tra mondo sviluppato e terzo mondo sia un treno che va ormai talmente forte che è impossibile fermarlo… qualcuno, non ricordo chi, l’aveva paragonato ad un ciclista che ha cominciato a pedalare…appena smette di farlo casca per terra, questo è lo stato in cui ci troviamo. Penso che l’importante è il rendersi conto di essere nati dalla parte “fortunata” e per questo, ognuno nel suo piccolo cercare di cambiare le cose, essere più altruisti possibili e via dicendo. Si potrebbe parlarne ad ora… Ma riguardo alla pubblicità ed al suo potere nel mondo attuale non so come si potrebbe fare a far cambiare le cose… mi sembra che quasi tutto ormai dipenda dalla pubblicità… a partire dalle cose piccole, come può essere la mia squadra di pallacanestro o la redazione per la quale scrivo… sicuramente c’è tanto su cui riflettere.

  10. Andreas says:

    🙂
    infatti la scelta in sè no la può mai criticare nessuno
    l’importante è che sia consapevole, come dici te, qualcosa del tipo: – ok lo so, mi sta bene così – perfetto, ognuno di noi ha diritto di tirare la carretta nella direzione che preferisce

    detto questo
    a me lo strapotere della pubblicità non garba, perché rischia di gonfiare esageratamente il valore di cose che non ce l’hanno

    ti dirò, se tutti e 7 i miliardi avessimo grosso modo tutti abbastanza le carte per giocarsi una vita dignitosa, ok ci potrei anche stare

    ma così non è, e quindi l’idea che un furbacchione riesca a vendere ad un certo grande numero di gonzi che ci cascano, una stronzata – che so una cintura del cavolo che sempre una cintura è, solo che lui ci ha messo il suo nome e mi fa pagare questo 500 euro, e a me invece piace di più la mia cintura di cuoio sulla quale ho inciso da me la figura di una mucca… per dire… – a prezzi assurdi, mentre non si riesce a far giungere un farmaco d due soldi a un mare di gente, che ha avuto solo più sfortuna di me, che per quella carenza magari ci rimette la buccia, ecco, a me tutto questo fa girare le scatole, ma parecchio

    e mi fa girare anche le scatole l’idea che se io in FB mi metto a esprimere dissenso per un politico del mio paese, ma lui siccome ha una barcata di quattrini, e quindi di potere, contatta il CEO di FB e gli dice: – Guarda oscura questo che mi rompe sennò non ti compro più le info per le pubblicità dei miei prodotti… oppure faccio scrivere sui miei giornali che FB fa schifo – e così a me fottono l’account in FB a me girano le scatole e di molto!

    a me garba essere libero, poi viene il resto

  11. Vittorio Morelli says:

    “Limitare l’inserimento di preferenze personali.” Forse sono ingenuo, ma io sono un maniaco del “mi piace”… quel tasto per me è un qualcosa di fantastico e lo stra-utilizzo su Facebook, su youtube, su google, sui siti dei giornali, sui blog…ecc… Sinceramente, sapere che i miei “mi piace” servono a questi siti per fare soldi, vendere informazioni di marketing alle aziende, ai partiti politici, ecc…non mi preoccupa. Anzi, grazie a quel semplice tasto, è possibile per esempio sostenere band musicali emergenti, che grazie ad un maggior numero di fans su facebook probabilmente riescono a strappare un miglior contratto con una casa discografica… scrittori emergenti, che sempre grazie allo stesso meccanismo, riescono a farsi pubblicare il loro libro da case editrici più importanti e potenti… Lo stesso vale per politici, artisti, associazioni. Intere pagine di facebook guadagnano e pertanto vivono grazie al numero di “mi piace” e “condivisioni”, grazie agli sponsor a cui cedono spazzi pubblicitari sulla loro pagina: fanno soldi su questo, sfruttano le nostre identità…ed allora? ma che male c’è? Io personalmente non vedo il problema se poi le mie informazioni rimangono registrate. Non mi fa paura che qualcuno sappia le mie preferenze, non mi vergogno di ciò che penso e pubblico. E poi? Guardiamo la realtà in faccia: all’interno di questo sistema, quando conto come singolo individuo? Bene, non conto quasi niente come singolo, ma sono uno soltanto di milioni di account, che contano ed hanno un significato, quando si raggruppano tra loro.
    Magari passo da uno della categoria (4),ma dal basso della mia ignoranza, ingenuità, (immaturità, chiamatela come volete), ne voglio approfittare per invitare tutti ad usare quel “maledetto” tasto “mi piace”, a non averne paura, ad iscriversi ad i vari canali di youtube, a commentare gli articoli sui giornali online, le recensioni sui siti di cinema, i tanti video didattici sparsi sul web, perché così il sistema vive e si sviluppa… viceversa tanta roba, chiuderebbe baracca. E mi fa ridire chi si lamenta che internet è pieno di pubblicità, che siamo sommersi da pubblicità ovunque. Ma senza sponsor, chiuderebbe tutto, dai giornali e riviste, fino alle società sportive…
    Leggevo un libro di Serge Latouche…”La scommessa della decrescita” in cui inveisce pazzescamente contro la pubblicità, descrivendola come un mostro che ti fa desiderare ciò che non hai, quando invece uno potrebbe vivere tranquillamente senza comprare in continuazione roba nuova. Pensare che nel mondo di oggi si potrebbe fare a meno di certi meccanismi per me è assurdo… Chiudo qui, non voglio andare troppo fuori argomento… Scusate per la nota polemica e per la lunghezza del commento. Tendo ad abbondare quando credo in qualcosa. Sono molto accette le critiche. Anzi, spero di riceverle…se qualcuno mi illumina e fa capire che sto sbagliando completamente il mio modo di interagire con le risorse online, mosso troppo dalle ali dell’entusiasmo, è ben accetto…

  12. Claude Almansi says:

    Ehi, risulti tra gli invitati. comunque. Altro: aggiungiamo anche l’identità bancaria che è in rete pure quella, anche se in rete interna? Vedi l’intervista di Gulli.com a Ruben Unterregger su un cavallo di Troia per spiare le conversazioni Skype e sui cavalli di Troia in generale in tedesco (orignale) e in inglese. È del 2009, ma è interessante perché Unteregger aveva lavorato lui stesso a un cavallo di Troia commissionato dall?ufficio federale per la comunicazione svizzero.
    Ne avevo scritto in italiano qui, però visto le mie scarse conoscenze nel campo, meglio non fidarsi troppo.

  13. Claude Almansi says:

    Hai visto l’evento Facebook – “dal 3 aprile 2012 a quando lo riterremo opportuno” – Facestrike – Sciopero identitario?

    Scambiate la vostra immagine del profilo con quella dei vostri amici o con chiunque vogliate, vaporizzate ogni manifestazione pubblica del vostro ego: l’obiettivo è generare più confusione possibile, sabotando il putrescente narcisismo che infetta i media! partiamo da facebook per arrivare… dove vorremo!

    Certo, non è che cambiare l’immagine del profilo cambi molto, di per sé. Però mi sembra un’interessante provocazione alla riflessione.

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