Qualche parola a supporto e integrazione dei bricovideo #linf12


Il post che segue è abbastanza lungo. Ho pensato che fosse troppo lungo, con tutta la gente a studiare per gli esami, quindi l’ho un po’ accorciato. Ma le ansie da esame che emanano dalle conversazioni in Twitter mi hanno convinto che fosse ancora troppo lungo, al punto di rinunciare a pubblicarlo. Poi mi è capitato di rivedere il lavoro di sottotitolazione dei bricovideo che alcuni di voi hanno fatto, capitanate da Claude, e ho ricambiato idea, principalmente perché non posso non mettere in risalto il lavoro fatto da Laura, Roberta, Flavia e Claude. Del resto il post l’avevo scritto proprio per aiutare un po’ la contestualizzazione dei video nella realtà quotidiana, quindi nella stessa direzione.

Se avete fretta e dovete studiare molto, non state a leggere tutto il post che segue, piuttosto andate a leggere alcuni commenti che descrivono lo splendido lavoro fatto dal gruppo, per esempio questo (#17), questo (#25) e questo (#36).

Qui di seguito i tre bricovideo sottotitolati, per chi volesse vedere l’effetto della sottotitolazione: uno, due e tre; e poi il post, ma lasciatelo pure perdere…

Devo consultare l’orario, anzi devo anche fare il biglietto. Mi siedo al computer e chiamo la pagina http://www.trenitalia.it. Devo andare da Firenze a Milano. Scrivo Fi… è già sceso un menu a tendina: “il sistema” mi fa scegliere fra Firenze Campo di Marte, Firenze S. M. Novella, Rho-Fiera Milano, Riminifiera. Furbetto! Ma come fa?

Ragioniamo. Cos’è il sistema? In questo caso il sistema comprende il mio computer, proprio questo su cui sto facendo la prova. Poi il mio router casalingo che lampeggia qui davanti, in sostanza un computerino che sa dove indirizzare i pacchetti di informazione nella rete, il primo nodo che i miei pacchetti di informazione devono superare per inoltrarsi nella rete. Ma i pacchetti ne dovranno superare altri, perché la rete è fatta di nodi collegati fra loro, innumerevoli, e in ognuno di questi possono esserci delle diramazioni. Ho controllato, stasera i miei pacchetti devono superare 15 nodi per raggiungere il server delle ferrovie. Domani forse di più, o di meno. La rete è dinamica: la via per collegare due punti può cambiare. E poi c’è il server delle ferrovie, quello che mi risponde quando chiamo http://www.trenitalia.it. Quest’ultimo è un computerone acceso 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In realtà ci sarà un insieme di server, che si suddividono il carico di lavoro con criteri sofisticati. Ma alla fine sarà uno quello che mi risponde.

Un sistema composito e eterogeneo, e dinamico. Fra dieci minuti potrei decidere di fare la stessa cosa con il tablet, o con lo smartphone. Il sistema può essere ricomposto in una varietà di configurazioni fisiche, ma io lo vedo sempre come un’unica “macchina”, alla quale chiedo un orario ferroviario.

Io ho la domanda e Trenitalia ha i dati. Io manovro il lato “client”, Trenitalia il lato “server”. Quando invoco http://www.trenitalia.it, il server delle ferrovie mi risponde, inviandomi una pagina che posso vedere nel browser, su computer, tablet o smartphone che sia. Quella pagina è codificata in HTML, che voi avete già assaggiato. Quando fate clic su uno dei vari link che ci sono nella pagina, io faccio partire una richiesta più specifica al server delle ferrovie. Il server, in base al link che ho cliccato, confeziona una nuova pagina e me la rispedisce. Il mio browser si limita a mostrarmela.

Questo è il meccanismo base dei servizi web. Provatelo, cliccando per esempio il primo link in alto a sinistra nella pagina http://www.trenitalia.it: “Home FS”. Vedrete che vi aprirà una nuova pagina, diversa dalla precedente. L’aprirà in un’altra finestra (o scheda, tab, del browser). Questo dipende da come è scritto il link. Se per esempio, andate nel mio blog, http://iamarf.org, e cliccate sul titolo del primo post, Bacheca-forum – #linf12, la pagina verrà sostituita da una nuova, che invece di contenere la lista degli incipit dei primi post, conterrà solo quel post con tutti i suoi commenti. Il meccanismo è lo stesso: voi chiedete una nuova pagina e il server ve la invia.

In questo schema, il lavoro fatto dal sistema può essere pensato come diviso in due parti: il lavoro del client, che consiste nel registrare i vostri clic e spedirli al server, e il lavoro del server, che consiste nell’interpretare quei clic, frugare fra i suoi dati, e rispedirvi ciò che avete chiesto.

I dati sono conservati dal server in una cosa che si chiama database, o più precisamente database relazionale. In questo tipo di database, i dati sono organizzati in tabelle collegate fra loro da un preciso schema di relazioni, il tutto architettato in maniera tale che, anche quando la struttura dei dati diviene molto complessa, la mole ingente e il ritmo delle interrogazioni frenetico, l’integrità dei dati non viene mai messa in pericolo. Esiste un linguaggio concepito apposta per porre interrogazioni a questo tipo di database, si chiama Structured Query Language (SQL). Esiste anche un’implementazione open source di questo linguaggio che si chiama MySQL. È quella che ho menzionato nei video. Questa è enormemente diffusa in una miriade di applicazioni in tutto il mondo. Non ci serve sapere altro a riguardo, giusto che esiste.

Ma il lavoro del server non consiste solo nel porre domande al database. Quando il server riceve le informazioni relative ad un click, deve compiere delle elaborazioni che danno luogo a precise interrogazioni da porre al database, quindi deve elaborare le risposte e confezionarle adeguatamente in una nuova pagina HTML da rispedire al vostro client. Questo tipo di lavoro viene realizzato mediante un linguaggio che si chiama Hypertext PreProcessor (PHP). È un vero e proprio linguaggio di programmazione che può essere intercalato in una pagina HTML, utilizzando un particolare tipo di tag, che per la cronaca – ma solo per la cronaca! – è

<?php qui viene la serie di istruzioni scritte in PHP ?>

Il server, prima di rispedire la pagina HTML al client, esegue tutte le istruzioni PHP che ci trova dentro, e che gli consentono di determinare la forma finale con la quale la pagina apparirà nel client.

Non ci serve sapere altro, eccetto mettere a fuoco il fatto che il server per ogni clic che lo “solletica” fa molto lavoro: interpreta le informazioni legate al clic, pone domande ai database, elabora le risposte e confeziona le pagine da rispedire indietro. Se i clic sono molto numerosi, il server può andare in crisi e non farcela.

Questo era il meccanismo su cui si basava il vecchio web, per così dire. Il web pre 2.0, dove le pagine erano dinamiche ma meno di oggi: per cambiare anche un piccolo particolare di una pagina, questa doveva essere rinfrescata completamente. Non è che questo meccanismo non si usi più, tutt’altro, ma solo quando è inevitabile farlo, come nei due esempi precedenti.

In realtà noi oggi siamo abituati a tutto un altro dinamismo delle pagine: la pagina resta là e solo certe sue parti mutano, e in maniera istantanea, non solo in funzione dei clic subiti, ma mediante il semplice “sorvolo” del puntatore del mouse, o anche spontaneamente – anche troppo spesso talvolta. Riprendiamo l’esempio di http://www.trenitalia.it. Se guardate la pagina e aspettate qualche istante vedrete come ogni tanto la pubblicità sottostante cambi. Ma soprattutto, provate a viaggiare con il puntatore del mouse sulle voci “LE FRECCE”, “OFFERTE E SERVIZI” eccetera. Vedrete che quando il puntatore si troverà sopra una di queste voci, scenderà istantaneamente un menu a tendina, senza che voi abbiate cliccato.

Chi fa questo lavoro? Il server? No, non potrebbe reagire così velocemente. Il meccanismo che abbiamo visto, richiederebbe che tutta la pagina venisse rinfrescata interamente dopo essere stata spedita, cambiata e resa dal server. Allora il client? Ma come è possibile? Per quanto ne sappiamo, il client non fa altro che spedire clic con qualche informazione e ricevere nuove pagine da mostrare al posto delle vecchie, che abbiamo visto essere codificate in HTML. E se nelle pagine HTML ci sono dentro istruzioni PHP, sappiamo che queste comunque vengono eseguite dal server, prima di essere rispedite indietro. E allora? I nodi intermedi? No, quelli fanno solo un lavoro di bassa manovalanza, loro manco le pagine concepiscono, ma solo piccoli pacchetti di informazioni, nei quali quelle sono spezzettate; i nodi ricevono pacchetti, li smistano e li inviano nelle direzioni che credono giuste. Allora, chi si fa carico di tutti quegli aggiornamenti rapidi e localizzati che siamo abituati a vedere nelle pagine web?

In effetti ci manca un ingrediente. Qualcosa che lavori nel client. E questa cosa c’è: nella maggior parte dei casi si chiama Javascript, ancora un linguaggio. Voi direte – Ma perchè tutti questi linguaggi? – Perché ognuno è adatto a svolgere un certo tipo di attività in un certo contesto. Non è che siano poi molto diversi fra loro, ma sono comunque distinti. Tuttavia lasciamo queste valutazioni a chi si occupa di software. A noi interessa sapere che in una una pagina HTML si possono includere anche sezioni scritte in Javascript, che vengono eseguite in corrispondenza di certi eventi, per esempio un bottone che viene cliccato o una particolare zona che viene sorvolata.Queste sezioni di codice Javascript vengono eseguite nel client, a differenza di quelle in PHP che vengono eseguite nel server. Sempre per la cronaca, le sezioni di codice Javascript sono incluse in tag di questo tipo

<script>
qui viene la serie di istruzioni in Javascript
</script>

Il fatto che il codice Javascript venga eseguito nel client spiega la reattività immediata delle pagine web; per verificare riprovate a volare sulle voci di menu di http://www.trenitalia.com. Ma non è solo questione di accorgimenti grafici. Torniamo a fare la prenotazione con la quale avevamo iniziato: scrivo Fi… è già sceso un menu a tendina: ho appena iniziato a scrivere il nome della città, Fi, e “il sistema” mi fa scegliere fra Firenze Campo di Marte, Firenze S. M. Novella, Rho-Fiera Milano, Riminifiera. Furbetto! Ma come fa?

Beh, ora forse è un po’ più chiaro. Evidentemente il codice HTML di quella pagina include una sezione di codice Javascript che si attiva quando inizio a scrivere nella casella “Da:“. Ma c’è ancora una domanda: per sapere tutte le stazioni che iniziano con i caratteri “Fi”, lui deve interrogare il database e questo si trova nel server… allora come fa un codice che gira nel mio client a interrogare il server? In effetti, con le prime versioni di Javascript non sarebbe stato possibile fare una cosa del genere. Poi, dopo alcuni anni è stata sviluppata una tecnica che, mediante codice javascript, consente di porre interrogazioni al database localizzato remotamente, riaggiornando solo alcune parti della pagina al volo, in funzione delle risposte ricevute. Questa “nuova” tecnica si chiama Asynchronous JavaScript and XML (AJAX).

Non entriamo in ulteriori particolari. Ci basta essere consapevoli del fatto che oggi quando si lavora con una pagina web accadono molte cose nel proprio client il quale, ricordiamo, può essere il computer, il tablet, lo smartphone e tutte le possibili variabili, presenti e prossime venture. La cosa ha due conseguenze rilevanti.

La prima è che grazie a questa stratificazione successiva di tecnologie, il web ha potuto dinamizzarsi enormemente, grazie a una distribuzione più equilibrata del carico di lavoro fra congegni richiedenti (client) e prestatori di servizi (server). In questo modo la stratificazione dei linguaggi e la fluidificazione del codice distribuito in una miriade di macchine, che collegate fra loro formano la rete, hanno reso possibile il web 2.0.

La seconda conseguenza consiste nel fatto che nei nostri congegni succedono molte cose. Sempre più, quando carichiamo pagine web, carichiamo anche un bel po’ di software. E il Javascript non è il solo tipo di codice “straniero” che può girare nel vostro computer, ad esempio Java e Flash sono altri tipi di software che possono essere importati con le pagine web. I video Youtube funzionano in Flash per esempio. In generale, tutto ciò si traduce in maggiorate e migliorate funzionalità ma, come sempre succede, anche in qualche problema:

  1. Qualsiasi software assorbe risorse dal computer, anche quello che viene con le pagine web. Navigare il web non è assimilabile ad una pratica omogenea di recupero e visualizzazione di documenti; può accadere che il computer rallenti improvvisamente in seguito al caricamento di una pagina web o ad un clic su un particolare comando. Un clic apparentemente innocente può implicare l’attivazione di un software che per una varietà di motivi può risultare particolarmente oneroso.
  2. Il software può contenere errori e le conseguenze degli errori in un software sono del tutto imprevedibili: siamo nel regno della complessità e un piccolo difetto può tradursi in una grande varietà di comportamenti anomali.
  3. L’avvicendarsi frenetico delle nuove revisioni di tutti i componenti che oggi concorrono ad ogni singola funzionalità del web crea non poca farragine. Ogni volta che un singolo componente evolve in una nuova versione, vari altri componenti devono in qualche maniera adeguarsi. Per esempio, quando esce una nuova versione di HTML, è necessario aggiornare tutti i browser in maniera che siano in grado di interpretare le direttive del nuovo standard. Purtroppo questo processo non avviene trasparentemente, al di sopra della testa dei poveri utenti, i quali sono così costretti a prendere sul serio le svariate richieste di aggiornamento che periodicamente vengono loro proposte: Browser, Java, Javascript, Flash, sistema operativo eccetera.

    Ma il problema non concerne solo l’evoluzione temporale. Chi usa contemporaneamente più accessi a internet può incorrere frequentemente in episodi irritanti. Il caso di chi scrive è estremo, per ovvi motivi professionali: se mi rivolgo ad una platea generalizzata non posso ignorare tutte le istanze di coloro che hanno sistemi diversi dal mio! Ecco che non mi succede quasi mai di essere perfettamente a posto con Windows, Mac OSX, Linux, IOS (iPad, iPhone…), Android (Samsung…). Se per esempio ho bisogno di utilizzare PiratePad, ecco che scopro che sull’iPad funziona poco e nulla – se utilizzo un certo tipo di wiki (siti per scrittura cooperativa) ecco che dopo avervi accumulato centinaia di studenti come utenti, scopro che con iPad non funziona affatto – in questo momento ho Flash aggiornato su Windows e su Mac ma su Linux no – eccetera eccetera…

  4. Una poco simpatica conseguenza dei fatti precedenti è la rapida obsoloscenza dell’hardware, dal computer allo smartphone. Navigare il web con computer vecchi può rivelarsi un’esperienza defatigante. Non bisogna dimenticare che pare valga ancora la legge di Moore, che semplificando un po’, dice: la potenza dei computer raddoppia ogni 1.5 anni. Questo significa che in un lustro le potenzialità dell’hardware sono quasi 10 volte superiori, un ordine di grandezza! Dal canto suo, il software si evolve adeguandosi allo stato dell’arte dell’hardware. Ma dal punto di vista dell’utente, aggiornare il software è spesso facile e gratuito, sostituire l’hardware è faticoso e costoso.
  5. Il software può essere anche scritto con l’intenzione di fare danno. Una parte del cosiddetto malware può giungere attraverso il codice portato dalle pagine web.

    Niente panico.

    Il mondo è pericoloso, anche se ce lo raccontiamo sicuro. È il prezzo della vita. Il cyberspazio, ormai duale del reale a tutto tondo, non fa eccezione. Ci si può vivere dentro con un minimo di buon senso, e la consapevolezza che è possibile inciampare in qualche ostacolo. Il buon senso nella fattispecie consiste nell’abitarlo con accortezza, elevando il livello di attenzione nei luoghi sconosciuti. Ad esempio, pagine eccessivamente policromi, con banner mobili, un po’ tipo slot machine, siti che consentono di scaricare gratuitamente ma che non dichiarano esplicitamente di offrire software open o free source, pagine che offrono sistemi per crackare chiavi o altro software, sono in generale da evitare. Insomma, il cyberspazio non è il paese dei balocchi ma è il mondo, che è pieno di ciarpame e ricchezza allo stesso tempo. Muovercisi e conoscerlo è questione di attenzione, ponderazione e esperienza.

Fin qui abbiamo fatto un discorso quanto più possibile piano e radicato nell’esperienza quotidiana, cercando tuttavia di passare per quegli acronimi che nei bricovideo sono piovuti un po’ dal cielo, il tutto con l’intendimento di costruire a poco a poco uno scaffolding utile alla conoscenza del cyberspazio. Rileggendo e riguardando i video mi rendo conto che è ne è rimasto fuori uno: XML (eXtensible Markup Languag). Può essere il momento buono per dire due parole sul codice XML.

Questi sono i fatti fondamentali: il codice XML è il veicolo che trasporta informazione strutturata in Internet in modo che possa essere decodificata da chiunque. Questo non significa che sia facile da leggere. Ci sono documenti XML assai intricati. Ma all’occorrenza è possibile recuperare tutta l’informazione contenuta in un documento XML senza ostacoli di sorta, al di là di un certo impegno e un certo lavoro. Ciò è dovuto al fatto che XML, come HTML del resto, è uno standard aperto. Standard vuol dire che in tutto il mondo ci si è accordati sulle specifiche che lo definiscono e aperto significa che tali specifiche sono pubbliche. In pratica vuol dire questo: un file scritto con un codice standard aperto può essere aperto con un qualsiasi editore di testo [1], e può essere compreso da chiunque sia abbastanza motivato a farlo. Per capire il concetto, se uno volesse fare la stessa cosa con un file salvato da Word, nel cosiddetto formato doc, sarebbe impossibile: l’azienda che ha prodotto Word, la Microsoft, non pubblica le specifiche di codifica dei file e si riserva di cambiarle in qualsiasi momento.

Ho fatto quest’ultimo riferimento ai documenti scritti in Word perché è un esempio che probabilmente tutti hanno presente. Tuttavia la questione degli standard di codifica è ben più ampia di quella dei formati prodotti dai software di word processing, come Word. Per esempio HTML è il formato delle pagine Web e XML è un formato molto generale che può servire a descrivere qualsiasi documento, per qualsiasi finalità.

Riassumiamo alcune carateristiche di XML …

  • è un codice che ha una sintassi molto simile a HTML
  • ma serve a trasportare informazione, non a mostrarla
  • come HTML è basato sul’impiego dei tag, ma questi, anziché essere predefiniti e fissi, vengono definiti per ciascuna tipologia di documento; in questo modo con XML si può potenzialmente cofidicare qualsiasi cosa
  • è concepito per essere autodescrittivo

Per dare sostanza a queste parole vediamo un tipico esempio di informazione codificata in XML, prendendo l’esempio dei feed dei post, che ormai sapete usare. Voi già sapete che i feed sono “bocconi” di informazione che i siti web offrono affinché possano essere trasportati negli aggregatori di feed, i quali consentono così di seguire le novità pubblicate in quei siti. Ebbene, ho estratto il feed di un post del mio blog e l’ho ripulito di tutte le informazioni inutili per renderlo più leggibile. Ve lo mostro non perché lo capiate tutto o lo studiate. Limitatevi a guardarlo, qualcosa riconoscerete di sicuro, e certamente vi renderete conto che, volendo, ci si potrebbero mettere le mani con un semplice editore di testo. Una roba da artigiani, insomma. Poi lo riprenderemo con qualche maggior dettaglio quando faremo Editing Multimediale. Intanto eccolo:

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		<title>Insegnare Apprendere Mutare</title>
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		<link>http://iamarf.org</link>
		<description>
			yearning for a society where knowledge and learning are public goods,
			available to everybody without any constraint of social or financial nature
		</description>
		<lastBuildDate>Sun, 18 Dec 2011 13:57:48 +0000</lastBuildDate>
		<item>
			<title>Codice Forma Contenuto</title>
			<link>https://iamarf.org/2011/12/17/codice-forma-contenuto/</link>
			<description>
				<![CDATA[Dove si intrecciano fili diversi e si acquisisce
				qualche molto sana abitudine. Piccoli hacker crescono.
				Non finisce qui &amp;#8230; Vi ricordate il video postato da Marvi?]]>
			</description>
		</item>
		<item>
		...
		</item>
		<item>
		...
		</item>
	</channel>
</rss>

Il cosiddetto web 2.0 è un sistema dinamico sostenuto dalla fluida circolazione di frammenti di informazione codificata in XML. I feed non sono solo quelli che avete conosciuto a proposito del blogging; li utilizzano inconsapevolmente anche tutti coloro che si servono dei sistemi di podcast per ascoltare in differita i programmi su lettori musicali e smartphone vari. Ma non solo i feed, anche i formati di tanti documenti sono codificati in XML, come quelli di tanti word processor. I file OPML che conoscete, sono codificati in XML. Tutte le volte che esportate dati da un sito web, da un blog, da un wiki o da qualche tipo di social network, questi saranno espressi in file codificati in XML. Anche i vostri blog, per intero, sì.

L’esportazione di un blog può essere utilizzata per trasferire i contenuti in un altro blog, anche di un altro gestore. Per esempio questo blog che state leggendo, lo creai in blogspot, nella prima versione, poi dopo un paio d’anni decisi di passare tutto in wordpress. Ebbene, l’operazione è consistita nell’esportare i contenuti dal vecchio blog in blogspot, creare un nuovo blog in wordpress e poi importarci il file scaricato da blogspot. Tutto questo è stato possibile perché il file è scritto in XML con delle regole che tutti i blog capiscono. Ah, mi viene ora in mente, che quel vecchio blog esiste ancora, lo rendo nuovamente pubblico per qualche tempo, con l’occasione, eccolo qua!

Ultima avvertenza: le opzioni Importa blog, Esporta blog, Elimina blog sono vicine: occhio a selezionare Esporta blog!


[1] Se qualcuno non ha chiaro cosa si intenda per editore di testo, si soffermi a fare questo piccolo esperimento.

Prima di tutto occorre sapere che chiunque usi un PC con windows ha anche un piccolo programma che si chiama Blocco note (Notepad), raggiungibile con Avvio -> Tutti i programmi -> Accessori -> Blocco note. Vi apparirà una finestra desolantemente vuota, con pochissimi voci di menu. Ecco, questo è un editore di testo, che consente di scrivere un testo ma senza alcun abbellimento grafico, come siete abituati a vedere in programmi tipo Word.

Gli editori di testo producono file nei quali si usa la codifica ASCII, con la quale ogni carattere (alfabeto, numeri, punteggiatura, simboli vari) all’interno del computer viene rappresentato con un byte, cioè una sequenza di 8 bit, ognuno dei quali può valere solo 0 o 1. I word processor generano invece dei file scritti con una propria codifica, nota solo a chi l’ha progettata, e che contiene molte più informazioni, oltre ai meri caratteri che esprimono il testo.

Bene, passiamo all’azione.

Aprite Blocco note, scrivete subito all'inizio la parola “pippo” e salvatelo con il nome pippo.txt. Poi scrivete lo stesso testo “pippo” in un word processor e salvate il file con il nome pippo.doc o pippo.odt o quello che volete, a seconda del word processor che usate, Word oppure LibreOffice o OpenOffice o altro. Guardando nella cartella che contiene tali file, confrontate la lunghezza. Io l’ho fatto in questo momento usando Vi (un editore di testo tipico di Unix) e OpenOffice Write: pippo.txt è venuto 6 byte e pippo.odt 8841 byte! Ebbene, in pippo.txt i byte sono 6 perché ci sono i 5 caratteri (un byte per carattere secondo la codifica ASCII) di “pippo” più un carattere finale che rappresenta la fine della riga. Invece il file pippo.odt è venuto 8841 caratteri perché i rimanenti 8835 caratteri servono per descrivere le caratteristiche grafiche del testo, anche se di fatto non le abbiamo usate.

Che schifo il Blocco note! – dirà qualcuno di voi. Beh, dipende. Se volete scrivere una bella lettera impaginata elegantemente e con vari abbellimenti grafici, allora Blocco note non fa per voi. Ma se per esempio volete spulciare un pezzetto di codice per vedere come è fatto e magari farci un cambiamento, allora sarebbe una sciocchezza usare Word, perché rischiereste di ritrovarvi il file rovinato nella sostanza perché Word vi ci ha cambiato qualcosa. – Ma noi non scriviamo software! Mica siamo programmatori! – Certo che no, ma vedrete che ciò nonostante vi potrà capitare di mettere le mani in qualche frammento di codice. Non anticipiamo troppe cose ora, tutto a suo tempo…


15 thoughts on “Qualche parola a supporto e integrazione dei bricovideo #linf12

  1. Sandra says:

    Ok. C’ho messo qualche giorno a concedermi il tempo per leggere tutto con la giusta concentrazione. Adesso è lì, ogni tanto ci tornerò sopra per rileggere qualche punto man mano che mi vengono dubbi o curiosità. Non è mica detto che abbia capito tutto, ma va bene così. Mi piace il tuo modo d’insegnare, Prof, perché è molto concreto e molto elastico. D’altra parte nessuno dà compiti a un bambino che sta imparando a parlare. semplicemente gli ripete le parole giuste ogni volta che si ripresenta l’occasione adatta. E, alla fine, il nostro bambino ci stupisce utilizzando dei termini che non sapevamo neanche di avere usato con lui!
    Chissà se anche noi riusciremo a stupirci/stupirti…
    Bene. Grazie. Ora vado a scrivere pippo.

  2. samanta says:

    Aiuto 🙂 dai qualcosina me la ricordavo dai vecchi insegnamenti…ma così nei particolari è la prima volta che ne sento parlare sin particolare sugli editori dei testi

  3. laural3 says:

    … che dire prof… il suo post mi ci vorrà un po’ a digerirlo (un po’ tanto credo), ormai siamo nel delirio informatico più completo… cmq è una sfida… e le sfide si accettano

    @ Claude l’esperienza della sottotitolazione è stata bellissima, quell’annaspare per poi trovare strategie mi ha insegnato davvero molto e ti ringrazio ancora per avermi dato questa opportunità. E’ sicuramente bello anche pensare ad un’applicazione in classe… immagina proporre ai bambini di sottotitolare un video di un cartone o di una canzone che a loro piace.. nn è un modo diverso ma bellissimo di fare italiano… chiedi ad un bambino cosa preferisce, questo o il dettato? … è il loro linguaggio, siamo noi che dobbiamo impararlo.. loro sono nativi digitali! 🙂

  4. Roberta says:

    @Claude Non c’è di che…, ma è stato veramente piacevole e ancora mi stupisco di esserci riuscita. Se mi dicessero riprova non so se sarei ancora in grado, ma provando un po’ a “smanettare” forse ci potrei ancora arrivare.
    @Prof io ancora devo focalizzare il suo post, lo devo ancora metabolizzare, ma ho intuito che si tratta della quadratura del cerchio: questo è ciò che ho imparato in questo corso….a provare…provare….provare senza la paura di sbagliare…. a tutto si può rimediare….il mio didattichese è andato a farsi benedire…poi alla fine come magicamente, anche se non è magia, ma pianificazione casuale, tuttla la pratica diventa teoria, questo vuolo dire imparare!

  5. Claude Almansi says:

    Ottimo l’esempio dell’orario dei treni: finalmente comincio a capire cosa siano PHP e Javascript – e quindi AJAX (1).

    Per quanto riguarda l’obsolescenza, che fine ha fatto il principio della grazioso degrado, come nell’introduzione di http://en.wikipedia.org/wiki/Fault-tolerant_system :

    “Data formats may also be designed to degrade gracefully. HTML for example, is designed to be forward compatible, allowing new HTML entities to be ignored by Web browsers which do not understand them without causing the document to be unusable.”
    (I formati dei dati possono anche essere concepiti per degradarsi graziosamente. Ad es. HTML è concepito per rimanere compatibile in futuro, consentendo che nuove entità HTML vengano ignorate dai browser che non le capiscono, senza rendere il documento inutilizzabile.)?

    C’è uno strumento chiamato Web Developer – vedi http://chrispederick.com/work/web-developer/ – che si può aggiungere a Firefox o a Chrome che consente, tra altre cose, di imitare quel browser ignoranti disattivando diverse di queste entità che non capiscono (2), ma non l’ho mai usato appieno. Chissà se consente anche di emulare i browser dei telefonini intelligenti e dei tablet?
    Ogni tanto mi viene la nostalgia nel nostro Macintosh 128K che ci siamo tenuti 10 anni, e dove il sistema e i software stavano su un floppy di 400kb. Però è vero che avevamo dovuto aumentare la memoria di lavoro, altrimenti testi di oltre 7 pagine scomparivano, pfuit, senza lasciar traccia. E costava molto di più dei tablet odierni, che fanno un sacco di altre cose.

    Last but not least: per l’esperienza di sottotitolazione, non so cosa ne pensano Laura, Roberta e Flavia, che si sono sobbarcate tutto il lavoro, però per me è stata bellissimo seguire come si impadronivano dello strumento Amara, tramite sia le revisioni dei loro sottotitoli, sia la chat del piratepad, sia anche e-mail. Grazie a tutte e tre!

    (1) XML già un po’ lo capivo, perché per anni ho aggiornato manualmente con un amico un podcast scritto in XML, che somigliava molto all’esempio tratto dal feed del tuo blog che dai qui, solo che dentro gli “item” c’era anche un tag “object” per l’URL del file audio, se ricordo bene. Comunque, procedevamo con un copia incolla dell’ultimo item, poi sostituivamo i dati con quelli della nuova puntata nella copia, oppure ce ne dimenticavamo qualcuno 😀 – E XML è anche da qualche parte alla base dei file di testo che producono sottotitoli in un video.

    (2) Il menù “Disattivare” è quello a sinistra, quindi fuori, di quelli mostrati nella cattura di schermo inserita in http://chrispederick.com/work/web-developer/ .

  6. Lisa says:

    Devo dire che ora tutto è completo…tanto laboratorio inteso come fare, agire e ora anche la spiegazione di quello che abbiamo fatto…ogni tanto ho bisogno di parole, parole, parole…
    anche la giuta dose di ironia, quando dice:”Beh, ora forse è un po’ più chiaro.” come no…;) parolone!!!
    un bell’insegnamento di didattica metacognitiva dove ciascuno ha potuto imparare ad imparare prendendo i suggerimenti, adattandoli alle proprie capacità, ai propri bisogni, ai propri interessi e ai propri TEMPI!!! faremo tesoro di questa esperienza non solo per gli apprendimenti e i materiali acquisiti, soprattutto per il ns agire quotidiano. Grazie Prof, grazie Claude e grazie atutte/i voi…o ma il viaggio continua, non sarà mica un congedo!!!

  7. Flavia says:

    Dopo la nebbia si staglia da lontano una figura che comincia a prendere forma. Perchè ho girato nel bosco? Che cosa ho fatto? Sono ritornata al punto di partenza! Ok, ora però ho un bel fagotto con me e il prossimo viaggio potrà essere più lungo.Dove andrò? Non lo so, vedremo … dove il vento, dove gli incontri, dove lo spazio mi porterà e si sa che lo spazio non ha confini!

    Volutamente evasiva. Mi sa che troppo studio fa male 🙂 comincio a vaneggiare!
    Prof ci ha mentito! 😉 Lei è un abile intessitore, tutto aveva un senso fin dal principio, ci ha condotte fino a qui dove ora possiamo spiccare il volo e io sono grata a lei, a Claude e a tutte le mie compagne #linf12.

  8. Luisa Scotto di Perta says:

    Credo sia un post troppo “tecnico” per me! Devo dire che ho un pò faticato a stare dietro ai concetti, densi e lunghi da seguire. Certamente anche questo scritto, caro prof., è assolutamente interessante e i concetti, sebbene immaginavo cosa ci fosse dietro un click del mouse, oggi riesco a mettere un pò di ordine nelle mie ipotesi che trovano nelle sue descrizioni un puntuale percorso chiaro,preciso e descrittivamente esaustivo. Come mi ero anche accorta che la tecnologia corre veloce e non ci si riesce a stare dietro…mi accade di visitare store dell’informatica dove vedo gli utlimi hardware presenti sul mercato, ma di certo non è possibile per me e credo per molti acquistare un pc ogni anno e mezzo!!! Grazie alle sue lezioni poi ho la certezza dell’immondizia che talvolta arriva nei pc di casa mia, dovuta anche all’inisperienza dei miei figli che scorazzano nel cyberspazio con poca o totale mancanza di elementari conoscenze informatiche….Grazie ancora per tutto!

  9. Anonimo says:

    Ho letto tutto… gulp!
    E meno male che questo post, Andreas, lo hai intitolato “Poche parole a supporto…”
    Sei nominato membro ad honorem del “Club dei Logorroici & Grafomani”.
    Benvenuto! 😉
    M. Antonella

  10. Mariantonietta says:

    Sicuramente interessante, un contributo e un passo significstivo…specie per chi , fino ad ora, brancolava nel buio.
    Purtroppo nell’ultima settimana ho vissuto sulla mia pelle…quel famoso post del prof…che parlava di banda larga e del fatto che in Italia siamo indietro. Bene, io non solo sono in Italia, ma sono anche in Sicilia. Una settimana di enormi difficoltà con la connessione, difficoltà che mi hanno impedito di sperimentare e lavorare bene, che mi hanno resa particolarmente nervosa…la voglia di fare , inesorabilmente “bloccata” dalla materia prima: “la connessione”. Qualche twitter ma sempre per una botta di…?Stamattina c’è più equilibrio, devo vedere come andrà nel pomeriggio. Mi auguro bene…perchè mi sto letteralmente mangiando le dita della mia mano!!!!!Sono sempre con voi…malgrado le difficoltà.

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