Come seguire le fonti in internet – II – #loptis

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Simbolo feed
Simbolo feed

Anche questo è un post che i veterani conoscono già. Lo rinfresco, con qualche aggiornamento, per i 50 nuovi partecipanti che si sono aggiunti sino ad oggi, più i 23 studenti di editing multimediale. È uno di quei post che intercalo alle proposte di nuove attività, per dare modo a tutti di mettersi in pari, senza lasciare troppo inattivi coloro che le hanno già completate,  approfondendo gli argomenti precedenti, o preparando i prossimi.

Vi ho proposto di usare un aggregatore – RSSOwl o un’altra applicazione, BlogLines o un altro servizio web – per seguire facilmente gli aggiornamenti su questo blog, siano essi nuovi post o commenti fatti da chicchessia.

L’aggregatore può essere utilizzato per seguire fonti di ogni tipo, con particolare riferimento alla stampa quotidiana. Successivamente potremo scoprire altri impieghi, magari ne scoprirete alcuni voi.

Le immagini nell’articolo si riferiscono a edizioni dei giornali degli anni scorsi, le grafiche e i layout dei quali possono essere cambiate. Questo non inficia il senso del discorso e i riferimenti ai feed nelle varie fonti li potete trovare voi stessi.

La selezione e l’ordine di apparizione di alcune testate giornalistiche nel post non hanno a che vedere con le mie opinioni personali, le ho scelte solo per la loro popolarità e per fare un esempio di pluralità di casi. Anzi, i metodi web che stiamo proponendo possono avere proprio il valore di consentire un equilibrato approvvigionamento di fonti anche molto diverse, per ispirazione politica, per origine nazionale o cosmopolita, per maggiore o minore innovatività.

Supponiamo che io sia un tranquillo cinquantenne che si compra tutte le mattine il suo giornale. Un bel giorno qualcuno mi dice che quel medesimo giornale si trova anche su Internet, la cosa mi incuriosisce e vado a vedere. Potrebbe per esempio essere questo

libero

Scopro che ci sono molte notizie ma non tutto quello che si trova nella versione cartacea, a meno che non faccia l’abbonamento, seguendo per esempio uno dei link che ho evidenziato. La novità interessante è che si può fare sia l’abbonamento alla versione cartacea che ad una versione elettronica, sfogliabile sul PC o in un’app sul tablet, scaricabile in formato pdf. Provate a seguire i link per vedere di che si tratta, potete anche farvi un’idea delle differenze di costo.

More about Illusioni perduteLa cosa mi interessa ma, si sa, è un po’ un problema in tutto il mondo, i giornali hanno un padrone e non è sempre facile leggere dentro alle notizie, se n’era già accorto Balzac all’inizio dell’800, forse ora dalle nostre parti è ancora peggio …

E allora che faccio? Vado a vedere anche un giornale per così dire di segno opposto, per esempio questo:

repubblica

Ecco, qui posso vedere le stesse notizie “dall’altro lato” e se voglio posso fare l’abbonamento alla versione elettronica anche qui.

Certo, queste versioni web dei giornali sono stipate di titoli, immagini, notizie, annunci, pubblicità, link e di tutto e di più, condensato con una densità pazzesca. Faccio fatica a trovare quello che mi interessa, magari desidero essere informato solo su alcuni temi ma ogni giornale li comprime nello spazio disponibile a modo suo. Diventa faticoso e irritante …

Un amico avvezzo alla frequentazione del cyberspazio, vedendomi annaspare in questo mare di informazioni, mi informa che esistono i web feed e mi mostra come funzionano. Mi spiega anche che i siti più ricchi, come quelli dei quotidiani, offrono feed distinti per categorie di notizie distinte. Per esempio in Libero il link ai web feed attualmente si trova in alto a sinistra. Se lo cliccate si apre una pagina con un’ampia selezione di feed specifici – questo è il link diretto alla pagina dei feed. In Repubblica trovate il riferimento ai feed in fondo alla pagina a destra, suddivisi per gradin categorie. Tuttavia, se invece dalla home page andate nella sezione Politica, e in questa andate in fondo, sulla sinistra trovate nuovamente il simbolo dei feed con il link Seguici con gli RSS. Si apre così una pagina vagamente didattica sull’impiego dei feed con un’ampia selezione di sottocategorie. Non male, solo difficile da trovare. Spesso troppo farraginose le pagine dei quotidiani.

La cosa si è fatta interessante e mi vien voglia di aggiungere altri giornali. Mi rendo conto che tutte le testate del mondo, anche le più famose, si stanno sforzando di recuperare online ciò che stanno perdendo inesorabilmente con le tradizionali versioni cartacee.

Trovo che Don Tapscott, il famoso autore (insieme a Anthony D. Williams) del best seller Wikinomics, in un recente e molto discusso articolo, Colleges Should Learn From Universities’ decline, dà per scontato che l’era dei giornali stia volgendo al termine, almeno nella forma nella quale li abbiamo conosciuti sino ad oggi. Cita vari casi di importanti giornali statunitensi che sono già scomparsi e racconta come per esempio il New York Times abbia svariati milioni di lettori ma solo una minoranza di questi acquisti la copia cartacea e come i suoi profitti vengano principalmente dalla pubblicità sulla versione stampata. Il problema cruciale di tutte le testate: quale nuovo modello di business? Forse le app sui tablet? vedremo…

newsp dead watchScopro addirittura che esiste un blog che funge da osservatorio della morìa di giornali e la cosa interessante è che il suo autore, Paul Gillin, non è un giovane entusiasta delle nuove tecnologie bensì un anziano signore che ha fatto il giornalista per 25 anni, i primi 17 dei quali su giornali convenzionali, e che dichiara di amare proprio nella tradizionale forma cartacea.

Paul Gillin sostiene che alla fine il 95% dei giornali americani convenzionali spariranno e che sulle ceneri di questo disastro economico risorgerà un nuovo tipo di giornalismo nel quale l’aggregazione da fonti plurime e i contenuti generati dai lettori medesimi giocheranno un ruolo primario.

In effetti, se da un lato le testate giornalistiche tradizionali annaspano, allo stesso tempo stanno emergendo numerose forme alternative, direi quasi ibride. Per un certo tempo le notizie che trovo su questo fenomeno sono tutte di origine straniera ma poi scopro che anche da noi sono comparse delle realtà interessanti.

Ne trovo alfine una che non viene dall’altra parte del mondo, anzi, è proprio locale, si potrebbe dire dietro l’angolo, e si chiama l’Altracittà: un laboratorio di giornalismo dal basso, libero e indipendente.

È un vero e proprio giornale perché viene anche stampato ma la cosa interessante è che chiunque può contribuire con un articolo.

altracitta

E questa è una cosa interessante perché c’è tanta, troppa distanza fra tutto ciò che è istituzione e quello che è la vita delle persone, con i loro reali e cogenti problemi.

Anche dal punto di vista tecnico la versione online di l’Altracittà è interessante perché sfrutta efficacemente le potenzialità del web. Per esempio è anche un blog, infatti gli articoli si possono commentare.

Questo per mettere in guardia coloro che, scolasticamente, riducono il mondo in categorie rigide, che presto si rivelano luoghi comuni e deboli, se non fallaci, descrizioni della realtà. Nei più la parola blog attiene all’idea di diario intimistico o a scritti di autori sconosciuti e quindi poco affidabili. Questa è una visione miope, meglio sarebbe ignorare del tutto il fenomeno.

Il blog oggi è una forma di comunicazione declinata in innumerevoli varianti, molte delle quali sono prettamente professionali. Un esempio è la succitata testata Altracittà, un altro esempio di grande successo è il Fatto Quotidiano, un giornale sia cartaceo che online che nei blog di tanti autori professionisti dell’informazione, e non solo, trova l’ingrediente principale. Un sempre maggior numero di grandi giornalisti vicaria la propria produzione giornalistica con un blog. Per esempio, in un post intitolato I signori della scarsità, ho tradotto un articolo che George Monbiot, giornalista del Guardian, aveva pubblicato sulla sua testata ma anche nel proprio blog. Uno dei valori aggiunti della versione sul blog sta nel fatto che questa è arricchita da un’accurata descrizione delle fonti. Un fatto molto importante questo.

Vedete? Laddove il blog viene comunemente associato all’idea di inaffidabilità delle fonti si rivela invece uno strumento che contribuisce proprio alla credibilità dei testi.

Invito a leggere il testo di Monbiot, nel post che vi ho indicato, perché concerne un aspetto cruciale della letteratura scientifico e implica quindi una riflessione sul concetto di autorevolezza.

 

31 thoughts on “Come seguire le fonti in internet – II – #loptis

  1. mariantoniettafina ha detto:

    Conoscevo già da #linf12 questa valida opportunità. Sfruttata per Il fatto quotidiano e anche per altre testate. Stessa identica cosa ho fatto con Twitter, altra scoperta in linf12, infatti nella creazione delle liste ho voluto dedicarne una all’informazione, seguendo account tipo Repubblica, il Corriere della Sera e così via. Un utilizzo validissimo e non un cinguettare sterile. Avendo poi inserito Amnesty, Unicef…lo utilizzo a scuola, tantissimo!!!
    Piccolo contributo,ma esperienza valida…senza voler anticipare passi/argomenti successivi.

      1. maupao ha detto:

        mutt è un programma che mi incuriosice. Non ho ancora trovato il buzzo buono per mettermi ad impararlo come si deve.
        Un’altra delle cose da infilare nella lista di cose da fare 😉

  2. antonellarubino ha detto:

    Che bello vedervi dialogare così fluentemente di temi che conoscono solo in pochi, ma che tutti sospettano e non hanno nè la “forza” nè il coraggio di cambiare!
    Sono qui, seduta in prima fila, ad assistere allo spettacolo meraviglioso della cultura (messa a disposizione di tutti) di quei pochi che hanno avuto la costanza e, beati loro, il tempo per immergersi nelle situazioni, viverle e constatarne tutte le criticità (forse, per questo, un pò meno beati).
    Altro che aggregatori, altro che ricerca di informazioni: il mondo è in questi spazi liberi e aperti a tutti.
    Grazie Prof. Grazie Claude…è sempre un piacere seguirvi…anche se a volte penso davvero che abbiate almeno 150 anni…di esperienza per aver conosciuto e capito tante cose!!
    😉

    1. Claude Almansi ha detto:

      Grazie, Antonella – beh ovviamente, in due soltanto non si possono sommare 150 anni di esperienza di tecnologie internet per collaborare. Però anche se il termine “connettivista” e quelli imparentati sono recenti (fanno ancora scattare i correttori di ortografia), la pratica dell’imparare/fare insieme in/tramite una rete di persone è molto più vecchia: pensa alla traduzione greca della Bibbia detta “dei Settanta” perché sarebbe stata realizzata da 72 rabbini importati ad Alessandria da Tolomeo II. Se ci fossero stati i wiki allora, quei rabbini ci sarebbero saltati su con entusiasmo, no? Idem per Diderot, D’Alembert e gli altri coinvolti nell’Encyclopédie (che per altro era nata come una “fork” di un enciclopedia inglese).

      Cioè “connettivisti” è semplicemente un nuovo termine per “condivisori” (in contrasto con “tesaurizzatori”) dell’acquisizione della conoscenza: in un contesto tecnologico nuovo, vero, ma questo è solo un aspetto strumentale. E in quell’approccio condividente, gli anni di esperienza fanno più che sommarsi: forse qualcosa tipo “anni xn-1″ (due all’ennesima potenza meno uno) dove n = il numero di condivisori collaboranti e x il totale dei loro anni di esperienza, per analogia con la leggenda degli scacchi. Ma avendo passato l’esame di mate alla maturità per il rotto della cuffia, e tanti anni fa, lascio ai matematici fra voi la formulazione dell’equazione giusta – anche questo è un vantaggio dell’apprendere connesso 🙂

      Ah, poi re il mio commento del 9 novembre su Monbiot, Guaraldi e il libro “Usare Moodle” di Gianni Marconato con la sua licenza Creative Commons BY-NC-SA: adesso ho finito la versions “sprotetta” e l’ho messa in https://archive.org/details/UsareMoodle .

      1. antonellarubino ha detto:

        Secondo me vi siete segnati entrambi che…vi ho dato 150 anni…Claude li ha ridotti a 75 (dividendoli elegantemente a metà) ed insieme avete diviso per i 50 nuovi partecipanti+500epiù che sono passati da questo laboratorio nell’edizione precedente ecc, ecc…Insomma (e non serve essere bravi in matematica per capirlo!) mi avete mandato in castigo (dietro la lavagna e con i ceci) dandomi da studiare Bibbia, leggende, Dante e numeri esponenziali…sono io quella dell’ultimo banco, Prof. 😀

  3. Caterina ha detto:

    Ho letto l’articolo tradotto dal prof sul post “I signori della scarsità”, ho letto anche i commenti (visitato il blog suggerito da Margherita) inseriti l’anno scorso. Fra questi riporto quello di Tommaso (March 31, 2012): “… ingordi che pensano solo al denaro, ma possibile che l’altruismo in questo mondo sia sparito, e che tutto sia controllato da persone che sicuramente non hanno nemmeno idea di quali risorse gestiscono e di cosa parlano…Bah!!”.
    Mi ha fatto venire in mente una mia recente esperenza: pochi giorni fa ad un corso di aggiornamento, un docente universitario, sintetizzando il pensiero di studiosi del passato, ha detto che la cosa pubblica dovrebbe essere l’oggetto dello studio da parte delle personi migliori, interessate solo al bene comune. Almeno metà degli intervenuti non abbiamo potuto fare a meno di … ridere! Ci siamo, ovviamente scusati, ma il docente ha commentato dicendo: Non serve, mi è servito a capire che l’altra metà di voi non mi stava ascoltando!!

  4. Antonella C ha detto:

    Vorrei lasciare due brevi riflessioni…
    Non capivo il suo riferimento a Balzac, ho fatto una rapida ricerca ed ecco quello che ho trovato sul romanzo citato “l’analisi millimetrica ed ancora attuale delle complesse dinamiche politiche, economiche ed intellettuali della società umana e dell’incontro-scontro dell’individuo con esse” e mi sono detta: “ah, ecco!,che cosa intendeva il professore” (e mi ha fatto venire voglia di leggerlo…)
    L’articolo di Monbiot invece mi ha lasciato l’amaro in bocca, poi il commento di Claude mi ha chiarito ulteriormente, così come il suo commento che è in linea con le “amare” riflessioni che scaturiscono dalla lettura citata.
    Però penso che non dobbiamo abbatterci, perchè per fortuna ci sono nicchie di persone e spazi di ricerca (questo blog e questo laboratorio per esempio) che non si arrendono.

    un’ultima cosa: leggo la versione cartacea della “Stampa”, a volte trovo degli articoli interessanti che vorrei inviare ad amici, vado sul sito, ma non sempre mi riesce di trovare il link, perlomeno in modo immediato; anche l’altra sera volevo cercare un articolo del’inserto domenicale del Corriere della sera “La lettura” ed ho dovuto arrendermi, magari è un mio limite!

    1. Andreas ha detto:

      Lucien, giovane protagonista di Illusioni Perdute, provinciale, talentuoso ma ambizioso, una volta insediatosi a Parigi, presto rinuncia agli ideali letterari per scrivere al soldo di editori della stampa quotidiana, imparando a scrivere l’opportuno anziché ad inseguire la sempre fuggente verità, servendo interessi particolari anziché l’Interesse Generale…

      Per quanto riguarda il problema degli articoli apparsi nelle edizioni cartacee ma non online, credo che quasi sempre faccia parte delle politiche editoriali dei quotidiani che hanno il grande problema di non perdere il treno della modernità, pena la scomparsa, mantenendo la fidelizzazione dei lettori. Quindi continuano a preferire la vendita del cartaceo con gadget e pubblicità annessi – modello di business che conoscono, ma devono sforzarsi al tempo stesso di “stare anche nel web” aggeggiando con i parametri a disposizione, tipo un po’ di facci oleggere liberamente e un po’ no.

  5. Giusi ha detto:

    Mi sono inoltrata nei simboli dei feed e così ho scoperto che nel computer di casa, in cui abbiamo come browser Chrome, c’erano già una serie di web feed tra cui quelli dei quotidiani, Il Corriere della sera e Repubblica, dove sono andata ad individuare i riferimenti ai feed e agli RSS.
    Ho letto tutti i post di “come seguire le fonti in internet I e II”, non nascondo tutta la mia ammirazione di fronte a tanta competenza digitale, non nascondo neppure di sentirmi inadeguata nel muovermi dentro al cyberspazio con la naturalezza che percepisco dietro a tante descrizioni puntuali.
    in realtà, utilizzando un servizio web gratuito, ho creata una piattaforma
    di comunicazione scuola/ famiglia per la mia classe.
    I genitori sono entusiasti, io molto soddisfatta, inserisco materiali particolari, avvisi dettagliati, le famiglie possono inviarmi messaggi, sto pensando anche a proporre un forum….
    ho creato un indirizzo mail per la classe in modo che i bambini possano comunicare loro stessi con le famiglie,un’amica mi ha suggerito di aprire un blog per la classe…
    In tutto questo sto meditando di aprire un blog, magari con wordpress, per provarmi e per capire…Sono un po’ titubante, ci proverò.
    Così il web mi piace, ma io di un blog…che uso posso farne?
    So che posso contare sulla comprensione del professore.

    1. Andreas ha detto:

      Nel prossimo post, dedicato all’apertura del blog – credo – aggiungerò una lista di vari esempi d’uso che alcuni partecipanti hanno già condiviso in altri commenti. Se me ne dimentico bacchettatemi…

  6. wittgens ha detto:

    Non so se serve…ma nell’ultimo mio Post Comment ho reintrodotto anche l’indirizzo del mio blog. Aspetto…con ardente impazienza di vedermi nel mio aggregatore. Una buona serata.

    1. Andreas ha detto:

      Scusami Mariantonietta,

      non ti ho fermata in tempo 🙂

      Avrei dovuto togliere il link a quel file OPML. Devo ancora reintrodurre il concetto per i nuovi studenti, e non sa se farlo nello stesso modo, considerato 1) la numerosità della popolazione e 2) il fatto che una parte dei blog riferiti in quel file non sono più attivi.

      Vedremo come procedere. Comunque, con il prossimo passo inviteremo coloro che non lo hanno a creare un blog.

  7. wittgens ha detto:

    Sarà la stanchezza…ma io in questo file OPML di Itis 13…non ci sono!!Ho dimenticato qualche passaggio? Sicuramente…o non ci vedo piu’ dalla fame. Prof. mi aiuti.

  8. wittgens ha detto:

    Un pomeriggio di nuovo intenso…a trovare, provare e riprovare con una nuova sfida: morto Google reader ho cercato e finalmente trovato un aggregatore “valido” per l’Ipad. Il Pc mi ha lasciata a piedi e ora ci provo. Dopo aver analizzato una miriade di proposte, sempre non piovute dal cielo…ma dal Prof., ho trovato e sperimentato due App “intriganti” : Pulse, purtroppo scartata sul nascere e poi FEEDDLER RSS, che funziona una meraviglia. Prima bisogna registrarsi su THE OLD READER, nel mio caso account gmail+password.e poi ho importato il file OPML. Poi ho scaricato l’app sull’IPAD, …gratuita chiaramente… Il tutto . Quindi gente ora ci sono anche io. Vi aggiornerò sul funzionamento!!

  9. Claude Almansi ha detto:

    A proposito dell’articolo di Monbiot e delle pubblicazioni scientifiche: in diversi paesi si sta imponendo il principio dell’accesso aperto, cioè che se una ricerca viene pubblicata con denari pubblici, allora, i risultati devono essere messi apertamente e gratuitamente a disposizione del pubblico. Per le università italiane che aderiscono al principio dell’accesso aperto quale definito nella Dichiarazione di Berlino sull’accesso aperto alla letteratura scientifica (2003), cfr. Gli atenei italiani per l’Open Access: verso l’accesso aperto alla letteratura di ricerca (2004).

    Beh, con una restrizione, perché certi editori chiedono che la pubblicazione avvenga sotto forma chiusa a pagamento per un dato lasso di tempo: quindi va negoziato un contratto che stipuli da quando l’articolo può essere aggiunto a un repositorio in accesso aperto – è quella che viene chiamata la “via verde”. Però ci sono anche editori che consentono l’accesso aperto immediato (“via aurea”).

    Paradosso divertente: “The Wealth of Networks” di Yochai Benkler, un saggio molto importante sui risvolti economici della collaborazione in rete tipo ad es. Wikipedia: fuori stampa nella versione cartacea a pagamento, ma tuttora scaricabile gratuitamente sotto licenza http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.5/ in vari formati da http://cyber.law.harvard.edu/wealth_of_networks/Main_Page .

    Paradosso meno divertente: l’editore italiano Guaraldi che un tempo aderiva allo stesso modello della doppia pubblicazione cartacea a pagamento e elettronica gratuita sotto licenza Creative Commons sembra aver rinunciato alla gratuità di quella seconda. Ad es., nella scheda di “Usare Moodle – Manuale di didattica” di Giovanni Marconato, il link su “Scarica gratis il PDF” non funziona più, e tutte le altre schede menzionano soltanto versioni elettroniche a pagamento.

    Però siccome quel libro di G. Marconato l’avevo già scaricato, e visto che la licenza Creative Commons ivi linkata è irrevocabile, l’ho ricaricato per’ora su un mio wiki, in http://almansi.wikispaces.com/file/view/usare_moodle.pdf/465363882/usare_moodle.pdf . Poi se trovo il tempo, visto che si tratta di una licenza BY-NC-SA (come per il libro di Benkler), cioè che consente le modifiche, ne faccio un’altra versione senza la filigrana di Guaraldi che appare su tutte le pagine nell’originale, e la carico sull’Internet Archive.

    Altro elemento importante: l’accesso aperto nel senso universitario stretto comporta anche delle specifiche tecniche che facilitino il reperimento . Vedi in merito la sezione “Definizione di contributi ad accesso aperto” nella sopralinkata Dichiarazione di Berlino.

    1. Andreas ha detto:

      Beata elvetica ingenuità – parlo da mestamente consapevole italo-elvetico.

      La grande maggioranza dei miei colleghi manco sa cos’è l’open access, e se ne ha sentito parlare non gliene importa un beneamato fico secco. E se ne sa qualcosa è molto facile che ne diffidi. Ricordo varie veementi discussioni – da una di queste: – Attento alle fughe in avanti Formiconi…

      Ho conosciuto Guaraldi. In una bel convegno nella magnifica cornice del parco di un castello della Lunigiana, mi invitò a continuare un discorso perché voleva “continuare a sognare”.

      Ecco vedi: da queste parti i discorsi sul futuro si chiamano sogni. Quando va bene… quando va bene…

      1. Claude Almansi ha detto:

        Forse dipende dai campi accademici, più che dai paesi. Ca 5 anni fa, un ricercatore in biologia molecolare dell’Institut Pasteur mi aveva espresso forti perplessità rispetto all’accesso aperto, come i tuoi colleghi. Poi un anno dopo l’ho rivisto e mi ha detto che ormai quelli di Pasteur pubblicavano ormai spessissimo in accesso aperto. Non per una repentina svolta a sinistra, ma semplicemente perché sono tante le università che non si possono più permettere i costi degli abbonamenti alle pubblicazioni tradizionali, e quel che conta di più per un ricercatore è di venir letto e discusso. Forse anche i tuoi colleghi cambieranno idea, man mano che si accorgeranno che la loro audience diminuisce per questi motivi economici.

        Però è anche vero che pubblicare unicamente in accesso aperto, con tutti i crismi, costa: a volte anche di più che su una rivista scientifica tradizionale. Ma come dicevano già nel 2004 gli autori di The Access/Impact Problem and the Green and Gold Roads to Open Access, è una questione di implementazione da parte dei datori di lavoro e dei finanziatori, dell’obbligo – già esistente – di pubblicare in accesso aperto (“…To reach 100% OA, self-archiving needs to be mandated by researchers’ employers and funders, as the United Kingdom and the United States have recently recommended, and universities need to implement that mandate. ” )

        1. Andreas ha detto:

          Il problema in Italia è a monte. L’università ne partecipa, con grave danno, considerato che dovrebbe generare innovazione per definizione, e non solo propagazione di sapere consolidato – quando ciò ha senso, e non sempre lo ha…

          Quando un italiano va all’estero (al nord per intendersi) rimane colpito da quanti giovani lavorano e da quante giovani famiglie ci sono con 2-3-4 bambini. È normale avere donne e uomini nella fascia 30-40 che occupano posizioni dirigenziali, in tutti i settori. In Italia no. La stessa fascia di età vive le tematiche “dei giovani”, cerca un lavoro che spesso non trova, quasi sempre senza dignità, sottopagato, talvolta “gratuito”. Conosco molte coppie di giovani (30-40) laureati, potenziali ricercatori o simili, che non possono nemmeno pensare di avere un figlio.

          L’università che conosco io è un’università di vecchi. I giovani non entrano. Quelli che ci sono, sono persone che lavorano con contratti annuali senza mai avere idea di cosa accadrà nel prossimo anno con stipendi intorno a 1000 € l’anno, a volte anche meno, finché resistono. Conosco 35-enni che fanno quasi tutte le lezioni e anche qualche esame al posto del professore, quando il contratto non lo prevederebbe perché sarebbe di ricerca, o addirittura lavorano gratis, nella speranza di un premio futuro – deserto dei tartari.

          Questa senile classe docente, rimasta ad una concezione primo-novecentesca dell’università, è una classe che non cambia idea praticamente su nulla. E forse sarebbe anche normale, se ci fosse il ricambio naturale, perché i giovani ricercatori avrebbero altre visioni, ma non fanno strutturalmente parte del sistema!

          L’attuale ministro dell’università, Maria Chiara Carrozza, di recente ha parlato ottimamente: basta con questa vergogna dei docenti 70-enni che stanno abbarbicati al loro posto. La faranno fuori presto.

          È vero che gli atteggiamenti variano un po’ in dipendenza della disciplina. Tendenzialmente, nel campo delle scienze, matematica, fisica, biologia c’è più apertura. Ma nella media l’inerzia domina incontrastata.

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