Non solo luci #ltis13

Locandina del connectivist Massive Open Online Course: Laboratorio di Tecnologie Internet per la Scuola - #LTIS13

Non vi ho chiesto di iscrivervi a nulla, eccetto una mera email per partecipare al laboratorio. Qui si vuole promuovere la conoscenza degli strumenti liberi, degli standard aperti. Si vogliono mostrare gli interstizi liberi, ignorati o disdegnati da erbivori confinati in recinti fatti di ignoranza, comodità e facilità. Ma quegli interstizi potrebbero facilmente prevalere, se solo venissero popolati, come il sacchetto che conquista la terza dimensione quando viene soffiato. La consapevolezza del valore della libertà è il fondamento della società civile. Libertà dal cappio del mercante avido, del controllo invasivo del potere ipocrita, del comodo conformismo.

Operare negli interstizi del cyberspazio è possibile ma richiede competenze e motivazioni che i più non hanno. Non mancano circoli di virtuosi che riescono a navigare e lavorare senza sporcarsi le mani, ma sono radi, circoli di esperti che finiscono col rimanere isolati nella loro torre d’avorio. Per chi se ne intende, frequentarli è goduria. Poi torni a casa, vai in classe, o anche al bar, e vedi che il popolo è altrove. A che serve avere le mani pulite se si tengono in tasca?

Allora sporchiamocele, ma sapendo che ce le stiamo sporcando, che ci sono prezzi da pagare, talvolta rischi da correre. Nei prossimi giorni apriremo i blog, è impossibile non sporcarsi le mani: faremo degli account: affideremo qualche nostro dato ad un database gestito da terzi. Ma proporremo una manciata di opzioni, cercando di farlo in maniera ragionata.

Evitiamo per favore le guerre di religione, le partigianerie, che abbondano intorno a questi temi. Sappiamo che siamo tutti diversi, ognuno con la propria sensibilità e la propria unica prospettiva, e conosciamo il valore inestimabile della diversità. Non si giudicano i comportamenti qui, si vuole essere consapevoli del contesto, poi ognuno si rimbocchi le maniche e lavori come meglio crede.

Oggi propongo due letture, poi muoveremo il prossimo passo.

La prima lettura è un racconto di Cory Doctorow (ha già fatto capolino in una discussione). Doctorow scrive di fantascienza ma i suoi racconti non narrano di colonizzazioni spaziali bensì di colonizzazioni cyberspaziali. Per inciso il suo caso è interessante anche perché riesce a incrementare energicamente le vendite dei suoi libri distribuendoli liberamente in internet: regalando molto nel cyberspazio vende molto nello spazio. Interessante, no?

In questo link trovate la traduzione in italiano, scaricabile anche in versione pdf, da stampare o portare su un lettore per leggerlo più comodamente.

La seconda lettura è un breve pezzo che utilizzo da diverso tempo con gli studenti di medicina, ventenni, ormai abbondantemente nativi digitali ma quasi sempre del tutto ignari della questione. Lo riporto qui sotto con qualche piccolo aggiornamento.

Nota bene: questo NON è un post su Facebook. L’ho preso ad esempio solo perché è ben noto ai più. Le considerazioni svolte riguardano, in misure e modi differenti, tutti i servizi Web in qualche maniera “social”: i vari GoogleCosi che richiedono un’iscrizione a Google, Gmail, GoogleDocs, Google+ e via dicendo, poi Twitter, Linkedin, eccetera.


Fotografia di foglie di leccio dove si mostra l'identità (fatta verde) di una di queste (fatte grige)
Una foglia di un leccio in una piazza di Firenze

Un po’ viene in mente il tema del Faust: tu mi offri una scorciatoia magica e io ti do l’anima, anzi no, l’identità mia.

È un po’ diabolica la lusinga innocente, complice anche l’ignoranza e la sottovalutazione dei fenomeni che hanno luogo nel cyberspazio: – Eh ma la vita reale è qua! Quella virtuale è fittizia…
Niente affatto amici, la vita reale è di qua e di là. Perché gli innumerevoli servizi e benefici che tutti danno ormai per scontati, nativi digitali, immigrati digitali e anche non-digitali, nascono di qua, ma poi in qualche forma passano di là, nel cyberspazio dove vengono accelerati e potenziati, per poi tornare a sostanziarsi di qua, in quello che chiamiamo mondo reale.

È diabolica la lusinga nella sua semplicità: – Guarda ho scoperto un servizio incredibile e non costa nulla! Basta una semplice iscrizione… – ed è vero, non costano nulla tutte queste meraviglie, e salvo alcune eccezioni, che comunque sono marginali, non si riducono al solito trucchetto con il quale ti si fa abituare ad una cosa gratis e poi, quando ti sembra di non poterne fare più a meno, si inizia a fartela pagare. No, sono sempre gratis e il bello è che migliorano tutti i giorni, quello che ieri non si poteva fare oggi si può, anzi, si può fare anche meglio di quello che ieri avremmo potuto immaginare di chiedere, quasi un po’ imbarazzati: – Non è che potrei fare anche questo … ? – certo che puoi, anzi di più!

Miracoli della tecnica? Meravigliose ricadute collaterali della conoscenza scientifica che cresce a perdiesponenziale? – Ah sarà un bel sollazzo! ne vedremo ancora delle belle! Qua ce n’è per tutti ragazzi! – è vero, ce n’è per tutti, ma c’è anche dell’altro. Prendiamo Facebook – giusto a titolo d’esempio. Ripeto: giusto a titolo d’esempio.

Per iscriversi ci vogliono pochi secondi e non si paga nulla. Con questo semplice atto ci troviamo in un paese popolato da un miliardo di persone. Se non si va troppo per il sottile nell’accettare nuove amicizie, in quattro e quattr’otto ci si ritrova con qualche centinaio di contatti. Si possono condividere pensieri, immagini, video, ci si può scrivere privatamente, si possono formare gruppi per lavorare su obiettivi comuni, vi si posso sviluppare applicazioni e tante altre cose, come sempre, buone e cattive. Virtualmente, grazie alla legge dei 6 gradi di libertà, in pochi colpi puoi raggiungere uno qualsiasi dell’altro miliardo di iscritti. Ci ritrovi tutte le persone che hai incontrato in giro per il mondo, ritrovi anche il fratello emigrato in Canada con il quale non ti parlavi più da vent’anni – magari per scoprire che era meglio non ritrovarlo. Scopri diverse iniziative interessanti e perfino lodevoli, ma ti rendi conto che si tratta prevalentemente di una mostruosa happy hour. Tu puoi reagire con minore o maggiore  entusiasmo, magari con fastidio, ma certo non ti sfugge l’enorme facilità con cui questa semplice mostruosità facilita i contatti con il prossimo. Poi cosa siano i contatti per davvero è un’altra storia ma non hai nemmeno tempo per pensarci, sei ubriacato dalla quantità, dalla contattabilità a gogò. Ti può piacere o non ti può piacere, ma riconosci che è tanta roba che ti viene data per niente, in cambio di una mera iscrizione.

Ma che c’entra il diavolo con tutto questo? Stiamo parlando di una mera applicazione tecnologica, in fin dei conti, no? No, stiamo parlando di una transazione di natura economica fra due soggetti che si accordano su di uno scambio di valori, uno ben consapevole di stare facendo un gran business, l’altro che si concede un piacevole sollazzo, ma del tutto ignaro del patto che va stringendo con il diavolo. Perché il diavolo? Come perché? E che si è sempre venduto al diavolo se non l’anima? D’accordo, l’anima non sappiamo, ma pezzi di identità sì. Lo faccio anch’io, e reiterate volte, magari con la scusa che devo perlustrare nuovi territori, anche quelli occupati dal “nemico”, ma lo faccio, ovvero li abito. Li abitiamo tutti quanti.

Vendere se stessi vuol dire qui vendere la propria identità;  pare esagerato? – In fin dei conti ho dato un nome di login e una password, e poi nome e cognome. Sennò come fanno a trovarmi gli amici? Ma insomma, non ho poi dato così tante informazioni. In fin dei conti il mio nome e cognome si trova anche sull’elenco telefonico, forse da una quarantina d’anni! Vediamole un po’ più da vicino queste informazioni.

Innanzitutto il “sistema dall’altra parte” individua il numero IP del mio computer, e quindi la mia localizzazione geografica. Poi identifica i cookie presenti sul mio computer, ovvero quei pezzetti di codice, che i siti web lasciano sui computer dei visitatori, come molliche di Pollicino, per ritrovare la strada nelle informazioni che consentono di svolgere il servizio verso ciascun utente. Poi prende nota del sistema operativo e del browser che sto usando, quindi traccia tutti i miei click e le relative destinazioni, accumulando una mappa delle mie preferenze e dei miei contatti. Tutte queste informazioni vengono condensate e associate ad un codice alfanumerico che mi viene appioppato. Tutto ciò che farò successivamente verrà similmente agganciato a quel numero che mi identifica in modo univoco nel mondo degli utenti di quel servizio, nel mondo del miliardo di utenti di Facebook, per esempio.

È così che quando faccio un nuovo account, io baratto la mia identità a fronte di un certo numero di servizi. Un’identità che all’inizio è composta da un numero relativamente modesto di informazioni, anche se magari piuttosto rilevanti, quali nome e cognome, ma che con il passare del tempo va arricchendosi costruendo un profilo che mi identifica sempre più accuratamente.

Ma cosa potrà valere mai la mia identità, uomo comune, privo di particolari attrattive, non povero ma nemmeno ricco, privo di informazioni critiche o strategiche, uno come tanti? Non tanto, quasi nulla effettivamente, ma qualcosa. Facciamo i conti. Attualmente la capitalizzazione di Facebook ammonta a circa 57 miliardi di dollari. Se gli utenti sono 1 miliardo, allora ciascuno di essi “vale” 57 dollari [1]. Vale perché Facebook non ha che le loro identità. Non ha fabbriche che producono scarpe, o montature per occhiali. Non ha stabilimenti nei quali entrano materie prime e escono prodotti, o parti di prodotti. Non ha camion, navi o aerei che trasportano prodotti. Non ha niente. Sì, ha dei capannoni pieni di server, o li affitta da altri. Ma non ha niente altro. Possiede solo le nostre identità, ed ognuna di queste vale 57 dollari, in media. Se andiamo a prendere i dati di fatturato e di utile, ebbene allora scopriamo che ciascuno di noi, in media, contribuisce al fatturato di Facebook con qualche dollaro e produce meno di un dollaro di utile all’anno, una miseria. È una situazione incredibile: Facebook siamo noi e solo noi! Senza quel miliardo di manciate di informazioni da 57 dollari l’una, svanirebbe come una bolla di sapone, anzi rimarrebbe un considerevole buco sotto forma di server e infrastrutture inutili. Ciascuno di noi conta pressocché zero ma tutti insieme diventiamo un business colossale, uno dei più grandi business che si siano visti sul pianeta. Una genialata.

Il motivo per cui si genera tutto questo valore è semplice: chiunque voglia mettere sul mercato prodotti o servizi ha grande interesse in qualsiasi mappatura delle preferenze, magari messa in relazione con riferimenti geografici, sociali, anagrafici, professionali, solo per menzionarne alcuni. La pubblicità è l’anima del commercio, ma la pubblicità ideale è quella che consente a me venditore di concentrare il messaggio pubblicitario su chi è più maturo per recepirlo. Facebook vende esattamente questa roba.

E io, povero individuo, di quali opzioni dispongo in questo gioco, inizialmente innocente e un po’ trendy, ma poi inquietante mostruosità? Proviamo a individuarne alcune, graduandole in base alle possibili inclinazioni dell’utente.

  1. Non ne voglio sapere niente. È molto semplice: non mi sono mai iscritto e non mi iscriverò mai. Vivo benissimo senza, dicono che pago il prezzo di essere fuori dal mondo. Non so che farmene di quel mondo, non mi interessa quell’oceano di banalità.
  2. Ormai mi sono iscritto, ma poi mi sono accorto di una serie di cose che non mi piacciono per niente. A un certo punto ho cancellato il mio account con tutte le informazioni che ci avevo messo, e ho provato come un sollievo per essermi ritirato da una cosa che non mi interessa e anzi mi sembra preoccupante. Poi un giorno, ho appreso da un articolo sul giornale che sì, avevo cancellato tutti i miei dati ma solo per me! Facebook li conserva tutti e li conserverà finché esisterà, magari più a lungo di me! Mi posso consolare con l’idea che quel pezzetto di identità venduta sia rimasta lì, congelata, e che essa sia minima rispetto a quella che sarebbe potuta diventare se fossi rimasto dentro al sistema. Rimango tuttavia disturbato dall’irreversibilità del baratto, effettivamente un po’ diabolico.
  3. Mi sono iscritto e ho dato vita a un’iniziativa interessante e utile: ho creato un gruppo di collegamento con i miei compagni di corso al I anno del corso di laurea. Siamo più di trecento e l’organizzazione dell’università non è il massimo. Il gruppo si è rivelato utilissimo per lo scambio dei materiali didattici, per l’ottimizzazione dei gruppi nei laboratori, per la diffusione delle informazioni sugli appelli d’esame e varie altre cose. Un amico geek mi aveva detto che tutte queste cose si potevano organizzare tecnicamente anche in altri modi, ma io, che devo anche studiare e non è che posso fare l’amministratore di un sistema informatico a tempo pieno, grazie a Facebook ho potuto contattare e coinvolgere in pochissimo tempo quasi tutti i compagni di corso. Mi sono poi accorto di vari aspetti negativi del social network che non mi piacciono per niente e questo mi ha messo in difficoltà. Per ora ho risolto il problema usando Facebook solo per il gruppo, trascurando tutto il resto. In questo modo limito l’espansione incontrollata della mia identità digitale, limitandola agli aspetti connessi con la vita del gruppo di coordinamento degli studenti.
  4. ekkeppalle siete vekki vekki solo problemi vedete problemi problemi ma mai ke 1 cs vi piace
    quello di informatica peggio di tutti fa lo ye ye e poi riski qua riski la vekkio bacucco anke lui
    ma kissenemporta fb fa le buke e c s diverte appalla

Questi atteggiamenti esemplificano quattro possibili – non unici! – livelli di partecipazione, aventi valore diverso dalla media di 57 dollari che abbiamo calcolato poc’anzi. Tirando un po’ a indovinare e scartando ovviamente i non-utenti del tipo 1, gli utenti del tipo 2 potrebbero ad esempio valere 10 dollari, quelli del tipo 3 100 e quelli del tipo 4 1000, o qualcosa del genere.

Non c’è quindi una ricetta ideale. Tutto quello che si può fare è determinare il compromesso fra l’estremo Non Ne Voglio Sapere Niente all’altro Ma Ke Vuoi Ke Succedea. Concludo con un elenco minimo di consigli, ricordando che ho utilizzato il riferimento a Facebook solo a titolo di esempio.

  • Evitare di fornire tutti i dati facoltativi.
  • Non inserire dati su famigliari e soprattutto minori. Questo non significa non narrare fatti occorsi realmente, ma avere cura di decontestualizzare adeguatamente, nel tempo e nello spazio, e di usare pseudonimi.
  • Limitare l’inserimento di preferenze personali.
  • Ricordarsi che questi siti mantengono le vostre informazioni anche se voi le cancellate.
  • Se accade qualcosa di strano al vostro account, contattate il servizio clienti – questo nel caso di Facebook; qui ci sono le istruzioni per recuperare fare un download dei propri dati.
  • La rete è piena di informazioni a riguardo, ma alcuni insegnanti potrebbero trovare interessanti due presentazioni di Caterina Policaro: Cittadini attivi e responsabili nei social network all’USR Lombardia e Abitare i social network: uso responsabile e consapevole. Nello stesso blog potete trovare anche molte altre informazioni utili sull’impiego degli strumenti 2.0.

[1] Questa stima un anno fa si aggirava intorno a 118 dollari e collimava con quella riportata da Roberta Ranzani in Il valore dei dati sui social network [infografica], dove trovate anche altre interessanti valutazioni. La discrepanza con il valore attuale deriva dal fatto che recentemente benché il volume di affari di Facebook sia aumentato considerevolmente, i profitti non hanno fatto altrettanto. sono fenomeni comuni nel mondo delle aziende internet. Tutto ciò non altera il senso delle nostre considerazioni.]

105 thoughts on “Non solo luci #ltis13

  1. Andreas says:

    @Gianni #89 Che qui ora ci sia “rumore” è del tutto naturale. Il vero obiettivo è mostrare la possibilità di crearsi spazi polimorfici flessibili dove discutere e lavorare. Se poi tutto ciò avverrà non lo so, è fuori dall’orizzonte che posso abbracciare. Forse qualche embrione di discussione strutturata potrebbe emergere, ma mancano ancora dei pezzi. Ragazzi, sono solo 4 settimane che siamo qui.

  2. Gianni says:

    Sto rileggendo con calma molti post
    Andreas ha detto più volte che nn è necessario leggerli tutti…ma io sono un pò “fissato” nella mia curiosità di conoscere quanto più possibile di questa Umanità con cui mi trovo a condividere la vita e ne ho sentito il bisogno
    Vorrei nn dilungarmi troppo, perchè ho la tendenza ad essere prolisso…,ma quello che mi colpisce di più, con assoluta modestia viste le mie conoscenze da appena “alfabetizzato” del web, è la paura e la cautela diffusa in molti che, magari dopo anni di insegnamento “tradizionale”, approcciano il web come un pericolo
    Io credo che si dovrebbe fare un passo indietro e cercare di localizzare temporalmente queste nuove integrazioni che la rete ci permette di avere
    Nn parlo da docente, ma da cittadino, genitore e studente e vedo intorno a me molte mistificazioni, a partire dal concetto di “nativi digitali”
    Nessuno può essere considerato tale, tantomeno i nostri figli/studenti, visto che la loro cultura è il frutto di quella dei loro genitori/insegnanti
    Osservo spesso come sia forte la divergenza fra bisogni “reali”, come aule, strumenti didattici, costi per l’istruzione
    Come nn dar torto a chi “critica” le eccellenze di chi è riuscito ad introdurre nella sua professione di docente tante competenze “digitali” che ha acquisito solo “volontaristicamente” dato che la Scuola si dibatte ancora fra mille problemi molto più “fisici”?
    Nn è affatto dispersiva o astratta la formazione dei docenti, anzi, risolverebbe molte contraddizioni
    Di cui le prime albergano nel nn percepire il bisogno di un’omogeneità di trattamento (nn corporativismo), fino al punto che si levano voci di protesta, pur lecite, solo quando si ledono frammenti di diritti
    Ma nn si ascolta alcun coro quando si dovrebbe parlare di professione, diritto all’autodeterminazione educativa, orario di lavoro, retribuzione, aggiornamento, contrasto all’autoritarismo (dei Dirigenti), ambienti e strumenti (quanti laboratori di informatica, seppur uperati come concetto) sono chiusi o inefficienti?
    A volte mi sembra solo un noise d’opinione, nn un dibattito ideale

  3. fscocoppola says:

    Il racconto di Doctorow mi ricorda le atmosfere di Kafka. In tempo di “pace” non ci sono problemi ma in una moderna dittatura saremmo tutti schedati. D’altra parte non saprei come difendermi: la mia vita è fatta di ricerche sul web, account e dati che do e prendo.
    Penso spesso al fatto che sono controllato col pc, con lo smartphone, col bancomat, con l’auto. Mi viene anche da pensare che se venissi accusato ingiustamente di un delitto in un posto, potrei facilmente dimostrare che ero da un’altra parte. E non è fantascienza: un mio amico accusato e arrestato per collusione con la mafia calabrese ha dimostrato la sua estraneità ai fatti proprio grazie al telepass della sua auto.
    Se si è onesti, lasciare traccia può essere utile (l’effetto Pollicino). Il risvolto della medaglia è che, a seconda dei tempi, si può essere onesti ma politicamente all’opposizione…

  4. Elettra says:

    Impressiona e lascia sgomenti solo considerare una parte delle insidie offerte dalla rete.
    Ed è la mancanza di tutela sui ragazzi che inquieta.

  5. monicaviali says:

    monicaviali
    beh che dire… è inquietante leggere questo racconto, Orwell docet. Sono molto divisa tra l’essere favorevole
    a limitare al massimo info e usufruire in toto di tutto quello che il cyberspazio ti offre. Per ora, usandolo per esclusivamente per lavoro, nn ho problemi e soprattutto su FB non metto mai info private, dove sono oggi, dove vado domani, pensieri privati legati a situazioni private. Solo LAVORO!

  6. Maurizio says:

    POst e video più che interessanti e soprattutto specchio della realtà. Anche alla scuola primaria gli alunni hanno già un profilo su FB consapevoli della bugia detta per l’iscrizione. Infatti Fb ma anche Google sono vietati ai minori di 13 anni. Allora dove è finita l’educazione alla cittadinanza con particolare rispetto delle regole? http://it-it.facebook.com/note.php?note_id=10150118046080779
    http://support.google.com/accounts/bin/answer.py?hl=it&answer=1350409

  7. nadiamoretti says:

    Bellissimo il post di @Andreas e molto interessanti anche le vostre risposte.
    Anche io ho cercato a lungo di non avvicinarmi a Fb, poi, non ricordo come, ho deciso di provare ad iscrivermi… per curiosità…
    Avevo partecipato ad una conferenza nella quali mi avevano spiegato alcuni aspetti legati al “copyright” di tutto quanto mettiamo in rete: nulla ci appartiene più davvero. Per questa ragione avevo evitato di caricare qualsiasi foto sul mio profilo…
    Che dirvi, però, … recentemente ho caricato qualcosa, perché avevo voglia di ricordare alcuni momenti belli della mia vita e di condividerli con alcune persone… ero consapevole del fatto che quelle immagini non mi appartengono più in modo esclusivo, ma, in quel momento, non aveva molta importanza. Già… in quel momento… oggi mi pento un po’ di averlo fatto, ma è pur vero che bisogna prendersi qualche rischio…
    Di Fb non amo di certo questo suo aspetto invadente: le pubblicità che visualizzano sono esattamente corrispondenti ai miei interessi e questo è un chiaro indizio delle “ombre”… Tuttavia, devo dire di essere riuscita a riallacciare alcuni rapporti con amici troppo lontani, che si vedono di rado, anche se si vorrebbe condividere con loro di più… Questa è la “forza” dei SN ed è anche la “trappola”, perché il senso di condivisione, di relazione, di AMICIZIA ci fa dimenticare i rischi che ci prendiamo quando usiamo questi strumenti…
    Io ho degli studenti adolescenti delle scuole superiori, non italofoni, per insegno italiano L2… molti di loro mi dicono che passano interi pomeriggi su Fb e postano davvero di tutto, i loro profili sono assolutamente visibili da chiunque… Prima usavano Messenger, ma Fb è più accattivante: si può comunicare in tempo reale, si possono caricare video, musica, foto… SI PUO’ GIOCARE! Insomma un cyberpaesedeibalocchi… Loro mi spaventano un po’… ma condivido l’opinione di @Andreas e di altri colleghi/compagni di viaggio: demonizzare non serve a niente! Bisognerebbe trovare la forma giusta e altrettanto accattivante per informare!
    I video che avete postato potrebbero essere un inizio…

    Grazie a tutti per questo interessante percorso…

  8. Daniela L. says:

    Io sono iscritta a fb e probabilmente faccio parte del 4° profilo nel senso che (per ignoranza e mi rendo conto di saperne veramente poco e che qui ci sono persone che ne sanno veramente molto tant’è che a volte faccio fatica a capire di cosa si parla non sapevo neppure cosa fosse un aggregatore!!!) non mi sono mai posta molti problemi e sono stata ben felice di ritrovare persone che non vedevo da molti anni e di sapere cos’hanno fatto nel frattempo. Mio figlio ha un compagno di scuola iscritto a fb e così gli abbiamo aperto un profilo abbinato a mio marito (cioè è iscritto col doppio nome, suo e di mio marito) e dopo aver chattato due volte col suo compagno non ci è più entrato, anzi andava a fare i giochi sul mio profilo prima e adesso si è dimenticato della sua esistenza (sono sicura perchè in casa abbiamo due computer e il suo profilo è sotto il mio personale controllo). Non so, ma dopo aver letto questo articolo mi sono un pò spaventata….

  9. Nicoletta Farmeschi says:

    Salve, dopo una breve riflessione su di un argomento tanto delicato, quanto attuale, mi sono interrogata anche sui “pezzi” di me che lascio in giro per il web. Ho scelto ormai da tempo di accettare i “compromessi” a volte anche spiacevoli che la rete ti regala, cercando di ridurli al minimo. Mi sorprendo sempre a constatare ciò che gli altri possono fare coi tuoi dati, ma dopo un po’ lo scordo… e Andreas, onestamente è difficile fare “le cose pulite”! Ci vuole costanza, pazienza…e non sono le mie qualità migliori. Ho apprezzato molto la lettura. E mi è venuto in mente un altro film di fantascienza famoso di cui non ricordo il titolo, dove il protagonista alla fine si era “trasferito” nella rete…non c’era più il suo corpo materiale, ma solo ciò che restava della sua mente fra le pieghe dei byte della rete…e questo è anche un altro aspetto che mi piacerebbe approfondire. Da una parte la preoccupazione per una rete che invade e ti esclude, dall’altra una rete a cui ti abbandoni totalmente fino ad essere le rete tu stesso.
    Cordialmente
    Nicoletta

  10. AntonellaT says:

    @ Sabina #78 Ciao! Talvolta non è un problema di cattiva volontà o di superficialità ma di mancanza di tempo, gratificazioni mancate, mancanza di opportunità, non è solo colpa di noi insegnanti se molti di noi sono restii a sporcarsi le mani. Ci sono persone che dopo aver lottato, progettato realizzato, cercato di portare avanti il tutto si stancano di fare la fine di Sisifo e…mettono le mani in tasca. Ma si può provare a resistere e cercare di cambiare qualcosa.
    Buona domenica a tutti. Anche a Lei Prof, ovvia 🙂

  11. Sabina says:

    @Andreas # 66 e @Antonella T.#72: grazie:)
    Avete entrambi espresso quello che penso e su cui rifletto da alcuni mesi. Si può cambiare il progetto formativo di un istituto in due? Si può lottare contro la paura, la disinformazione, la stanchezza dei colleghi che nemmeno considerano si possa avviare un modo nuovo di approcciate l’insegnamento e quindi il nostro lavoro? L’arroganza di chi si crede al sicuro, perché così fa ” da venticinque anni di carriera” e non vede che i suoi studenti appartengono ad un mondo nuovo dove il senso stesso dell’apprendere é cambiato, mi spaventa.
    Sono un po’ sconfortata. Nel chiuso della mia piccola aula propongo, sperimento, mi diverto, costruisco ma poi?
    Spero da questo per-corso di trarre indicazioni, strumenti. E anche coraggio. Attualmente mi pare la dote meno presente tra le fila della suola italiana. Sporcarsi le mani , come dice Andreas, ai piú fa ancora paura.

  12. dallomo antonella says:

    Che aggiungere dopo tante sagge osservazioni? Appartengo al profilo 3, uso FB il minimo indispensabile, però lo uso, non mi sono tenuta alla larga…lo strumento esiste, fa parte del nostro quotidiano e persino del nostro mondo reale, altro che virtuale, e dunque è fondamentale educare all’uso migliore…grazie di quanto informate e dunque mettete in guardia…il resto è lasciato alla personale intelligenza, esperienza e sensibilità…

  13. Marvi says:

    Non mi è mai piaciuto fb lo trovo talmente noioso, inutile, é stata la mia sicuramente curiosità ma obbligata dalla frequenza di un corso. Inquietante sapere che sono sempre presenti nelle nostre dimore cyber e che mai i nostri dati saranno cancellati. Divulgherò questa esauriente, brillante e chiara descrizione, più volte sono stata coinvolta in discussioni in merito…. Permettetemi una nota di cuore “Grazie Andreas”

  14. Luisella says:

    @anonimo #40 e #42 ( e forse altri commenti sparsi), come mamma di tre figli vi assicuro che per i genitori non è affatto facile gestire la situazione sn. Noi avevamo detto a nostro figlio che doveva aspettare l’età in cui legalmente si poteva iscrivere a un sn (ovviamente fb). Tutti i suoi compagni c’erano già, e lui naturalmente lo ha fatto di nascosto. Noi, naturalmente, lo abbiamo beccato… E gli abbiamo spiegato perché pensavamo fosse meglio aspettare (last but not least per una cultura della legalità che ci piacerebbe trasmettere ai nostri figli). Forse ce l’abbiamo fatta, ma non so se genitori meno consapevoli se ne sarebbero accorti (forse anche oer questo chi ha figli adolescenti è bene che un’occhiatina a fb ce la dia). Nel frattempo il figlio ha compiuto i fatidici 13 anni e si è iscritto, e a quel punto i problemi sono altri… Quanto tempo gli permettiamo di dedicare all’attività “social”? Anche se a casa ha dei limiti, è facilissimo farsi prestare il device di un amico (negli spogliatoi della palestra, o quando siamo in giro…). È per questo che non è possibile pensare (solo) a proibire, ma bisogna responsabilizzare, rendere consapevoli le nuove generazioni. Ed è proprio per questo che dobbiamo sporcarci le mani, facendo la dovuta attenzione. Non è un compito facile. Sono convinta che quello che stiamo facendo qui ci darà strumenti validi da usare a casa e a scuola.

  15. M. Antonella says:

    Anch’io, invitata da una mia amica, alcuni anni fa ho ceduto e sono entrata in FB.
    Ho dato il minimo delle informazioni, ma loro, i GrandiFratelli sono bravissimi a scrutare investigare, indagare,
    e, usando contemporaneamente il metodo deduttivo e induttivo e talvolta…inventivo, riescono a delineare il tuo profilo,
    a trovare una foto che non ricordavi di aver dato loro, a schedarti in qualche modo.
    La cosa più inquietante è che ogni tanto, con regolarità ti interpellano, ti pressano, ti braccano chiedendoti ulteriori informazioni,
    e non parlo solo di FB, ma soprattutto di Google che fa degli strani giochetti…
    Ho letto la prima parte di “Scroogle” e anch’io come AdrianaPa (32.) ho pensato a “1984” e “Fahrenheit 451”, un mondo globalizzato
    e claustrofobico, dove tutti sono controllati e spiati, dove tutto ciò che non è permesso è proibito, e dove, soprattutto, è bandita ogni forma
    di cultura e di attività intellettuale.
    Vi propongo un altro racconto di fantascienza sull’argomento, altrettanto inquietante perché descrive un futuro che è ormai quasi presente…
    Per la serie “Il futuro è già qui”…
    http://dahlo.wordpress.com/2009/11/03/giorno-d%E2%80%99esame/

  16. Antonella T. says:

    @Andreas # 66 Concordo con il Prof per questa affermazione. Nella scuola c’è tanta gente che per tanti motivi, anche a prescindere dalla propria volontà è “rimasta indietro” nella conoscenza e nelle competenze utili per l’uso delle tecnologie informatiche, anche per colpa della scuola stessa (lo dico da genitore e da insegnante). Non possiamo andare tanto lontano se molti di noi ancora svengono davanti ad un semplice registro elettronico. Non ha tanto senso che in una scuola solo ogni tanto ci sia qualche persona di buona volontà con competenze tali da poter realizzare qualche progettino innovativo, magari bello, di valore, ma circoscritto a quella singola persona o a quella singola classe, da usare unicamente come vetrina, talvolta specchietto per le allodole e finirla lì . Fino a quando le persone di buona volontà non saranno diventate “i più” saremo sempre fermi allo stesso punto.
    (….non so se sono riuscita ad esprimere chiaramente il mio concetto….vengo da una giornata campale al cubo….ed ho la mente un po’ annebbiata, ma mi va di partecipare a queste discussioni e lo faccio quando posso…così, perdonatemi se scrivo cose scialbe o poco chiare….Buonanotte! 🙂 )

  17. Letizia says:

    Concordo con quanto afferma Andreas ma ritengo utile porre le basi per un progetto più ampio di risposta ai bisogni e alla realtà dei bambini/ragazzi di oggi, che prenda spunto dal pensiero pedagogico di Don Milano o di Freire, cercando di attrezzarsi ed aiutare i nostri studenti ad essere attrezzati alla vita fornendo loro una molteplicità di strumenti quanto più aperti e dialoganti possibile.

  18. Flavia says:

    Nel momento in cui sto scrivendo sono consapevole che ciò che dirò farà storcere il naso a qualcuno, o a molti, non so, ma la definizione di blog scolastico come “… una sorta di vetrina del lavoro dei bambini, magari condida con foto,filmati ed altre cose” è riduttiva e poco obiettiva. Parere personale.

    1. Francesco Valotto says:

      @Flavia #68: chiedo venia: lo sforzo di ridurre e riassumere non si sposa bene con la chiarezza. Non intendevo in alcun modo sminuire, solo semplificare il mio dire, cosa che però non è adatta ad una discussione che dovrebbe essere (è!) di alto livello. Volevo dire che il “mostrare” non necessariamente è urbi et orbi, ma può limitarsi a chi ha interessi legittimi evitando di pubblicizzare. Non c’era (giuro!) alcun intento polemico o smania riduzionista!
      A mia volta segnalo uno scrittore, ma essendo un bibliofilo, non mi limito ad un racconto ma propongo invece un romanzo (pure lungo, ma bello): http://www.iquindici.org/download.php?view.2909
      Bello, anche se ha trovato solo un editore “piccolino” ma, giusto per restare in tema di controllo vs. condivisione della conoscenza, disposto ad accettare il copyleft (lascio al prof un approfondimento sul tema ;-D)

  19. sandramtt says:

    Bisogna andare a scuola dai ragazzi come faceva Piaget con i suoi figli, per osservarli e capire. Loro sono i mutanti, ne siamo circondati.
    Del computer, della rete credo sia importante comprenderne la logica di fondo per cui se ho l’opportunità del blog l’adopero, se fosse altrimenti agirei per prossimità: raccontare, raccontarsi, condividere esperienze… in sintesi gettare ponti verso l’uso della tecnologia senza escludere nessuno.

  20. Andreas says:

    @Francesco Valotto #62 È finita perché se pongo la questione in termini del genere, ancorché perfettamente condivisibili dal punto di vista tecnico, qui il 90% della gente è tagliata fuori. La scuola italiana oggi ha il problema della carta igienica, per non parlare di altri ben più gravi carenze. Trovare le competenze per fare queste cose è una chimera, di fatto. Richiede un impegno che la gente non può permettersi. Si possono fare delle belle esperienze pilota, e si fanno, ma qui c’è un problema ben più cogente in merito alle relazioni fra scuola e tecnologia e fra generazioni. Il mondo corre, bisogna agire, agire a livello popolare. L’Italia è piena di progetti pilota e centri di eccellenza ma è il fanalino di coda in quasi tutto ciò che conta. Qui c’è da trovare altre strade. Qui c’è da cambiare paradigma. Bisogna introdurre innovazioni che possano attecchire nella zona di sviluppo prossimale Vygotskyiana dei più e non solo di una sparuta minoranza.

  21. Sabina says:

    Oggi L. mi ha detto:” Prof , internet è come una stanza che ha le pareti di vetro e tutti ti vedono, dunque è meglio non spogliarsi nudi o almeno prima di farlo pensarci bene ed essere proprio sicuri”. Adoro il mio mestiere.

  22. milena says:

    “Peroro, nei limiti del possibile, la conoscenza e la consapevolezza ma esorto alla vita, aborro le paranoie. La crescita, l’esplorazione, la scoperta, l’impresa, la creazione comportano rischi. Chi non comprende questo lavora meramente al proprio sepolcro. Accortezza non vuol dire rinuncia.”
    Grazie Andreas

  23. Lucia Garbelli says:

    mentre leggo i vostri commenti e percepisco le vostre abilita’ informatiche mi sento un po’ preistorica ……. sepenso a come poi la mia marty di 4 anni maneggia lo smartphone
    grazie profff…
    lucia

  24. letizia says:

    Continuando a riflettere mi viene da aggiungere solo una cosa: oggi gli adulti hanno bisogno di formarsi una mente critica, da esercitarsi poi in ogni settore dalle relazioni reali a quelle virtuali dal lavoro alla famiglia ad internet e quant’altro. Sarebbe opportuno farlo per se stessi e per gli altri (sopratutto i bambini che sono tutti figli di ciascuno e sono il futuro dell’umanità). Scoprire, curiosare, conoscere, leggere, navigare, riflettere, meditare e poi scegliere il proprio comportamento. Troppo spesso temo, io per prima, non lo facciamo.

  25. Anna23 says:

    Dopo anni di lavoro nel settore informatico (…nella preistoria …) ho sentito la necessità spontanea di affacciarmi a questa finestra. Grazie al Prof. ma a tutti voi che siete piuttosto dinaminci nei movimenti nel cyberspazio trovo risposte alle mie supposizioni. Ma ho sempre piu’ la consapevolezza che in tutti debba maturare il senso di responsabilità sia per noi che per i nostri figli o anche i figli degli altri che noi incontriamo a scuola o per strada. A me porta via un po’ di tempo muovermi in questo spazio e come quando entri in una casa che non conosci, rischi di entrare dove non si dovrebbe, e vedi cose che a casa tua non hai visto mai, ma è doveroso proseguire. Personalmente lo ritengo uno strumento multidimensionale, ma strumento che responsabilmente e consapevolmente devo conoscere senza mai lasciare il tempo all’incontro umano. Grazie a tutti voi che mi avete preceduto e che mi insegnate molto. Anna

  26. GranDiPepe says:

    anche io quando ho iniziato a studiare alla IUL ero tecnofobica… poi sono diventata tecnoentusiasta. Il percorso scolastico mi ha insegnato a usare in modo critico e costruttivo un sacco di programmi in rete. L’allergia alla stupidità di FB è pari a molto anche se ho un profilo (un basso profilo direi…) per tenermi informata su quella piazza virutuale e sentire quale cicaleccio la anima. Concordo con @Andreas sul fatto che si possano fare amicizie virtuali (ma anche nella vita quotidiana diciamo “sì quello lo conosco sta in un ufficio al piano di sotto…”) che poi diventano solide e reali e, con un po’ di fortuna, anche costruttive. Il discorso sulle informazioni da dare obbligatoriamente quando si accede a qualsia servizio mi vede in prima linea: quando devo scaricare un’app guardo che “cosa vuole fare da sè” del mio dispositivo… e più di una volta ho detto “no grazie, preferisco farne a meno che concedere di vedere e gestire delle mie info”. Sulla tracciabilità del mio profilo me ne ero accorta da molto in modo empirico e non tecnologico: quando io uso il pc mi compaiono le pubblicità dei siti di vendita di abiti, quando lo usa mio marito altro. Intelligente il pc… furbi e scaltri, molto seduttivi e ammalianti. Il diavolo… 😉 Ho sorriso pochi giorni fa quanto un caro ragazzino con entusiasmo per i suoi 13 anni si è iscritto a FB mentre la sua classe era in rete da tempo immemore, soprattuto dove le femminucce facevano vanto della loro bellezza al mare. Io sono più che altro sconcertata dalla compiacenza dei genitori 😦 Io penso che la rete sia “un bel balocco” ma come tutti i giochi può diventare pericoloso. L’educazione mediatica è consapevolezza che pare non sia una buona dote neppure per strada, quella che calpestiamo con i piedi.

  27. Andreas says:

    @Francesco Valotto #47 Eh ma se iniziamo a dire che ci vuole il serverino a scuola è finita. Come dire non ne facciamo di nulla. No no. E il blog, anche se protetto, non equivale a un file e a pdf spediti a casa. Spero che risulti chiaro avanti in questo percorso.

    Mi vengono in mente le mamme italiche (io ce l’avevo nordica) che urlavano ai miei compagni di non sudare. Mi viene in mente un video bellissimo di un bambino africano alto un metro al quale il babbo aveva affidato il compito di accompagnare la vacca (sarà stata 1.80 mt al garrese) nella stalla alla sera. Informo che la manipolazione dei bovini è un affare pericoloso. Affascinante, quello è già un piccolo uomo ed è già più cresciuto della maggior parte dei nostri ventenni.

    Peroro, nei limiti del possibile, la conoscenza e la consapevolezza ma esorto alla vita, aborro le paranoie. La crescita, l’esplorazione, la scoperta, l’impresa, la creazione comportano rischi. Chi non comprende questo lavora meramente al proprio sepolcro. Accortezza non vuol dire rinuncia.

    Che si esca all’aperto. La questione non è tanto dove essere ma esserci, per davvero, come dicono i bambini.

  28. marina.p says:

    #anonimo 40 in teoria é cosí. In pratica fb ti chiede di inserire l’anno di nascita…..e tu puoi scrivere quello che vuoi! Aggiungi infine che ci sono genitori che non hanno nemmeno l’accesso al profilo del figlio….. Insegno da 30 anni e non ho mai avuto un profilo su fb, ma noto che l’etá di iscrizione ai social si abbassa sempre piú. I ragazzini non sono nemmeno consapevoli dello strumento che usano: ce l’hanno, perché tra loro é diventato uno status. E gli adulti (profilo o non profilo) hanno il dovere di essere informati, non per vietare (anche se, sinceramente, in certi casi…..se ne potrebbe discutere) ma per accompagnare.

  29. Isalu says:

    Stavo giusto rielaborando i dati di un questionario sul’ utilizzo di internet da parte dei ragazzi in vista di un incontro con i genitori la prossima settimana sull’argomento… Come sempre Andreas colpisci punti nevralgici!
    In parte conoscevo la problematica, ma non così nel dettaglio e davvero non è sempre semplice comprenderla nelle sue diramazioni e soprattutto trasmetterla ai ragazzi, alunni e figli ( questi ultimi da ieri usano duckduckgo)
    Cerco in genere di usare con un minimo di criterio i social network, ma mi sa che ogni tanto scivolo dove non dovrei…
    Grazie per gli spunti, mi sembra importante chiarire bene le differenze tra blog (quanto cambiano le cose scegliendo tipi di blog diversi?) e fb e magari anche gli account google, da cui dipendo e in cui sguazzo un po’ troppo mi sa e che mi intrigano con google drive, che sto iniziando a usare in modo più frequente e vorrei condividere con i colleghi per lavorare in modo condiviso… Ma non vorrei fare la fine di

    1. Francesco Valotto says:

      @Andreas #55
      Non riesco a cogliere il motivo di quel “è finita”. Un “serverino della scuola” non significa mica blindarsi e disconoscere l’esistenza del mondo esterno: si può usare internet come fonte di conoscenza ed anche come strumento di comunicazione pur senza “mettere in piazza” tutto ciò che si fa. Mi pareva che il dubbio riguardasse un blog: una sorta di vetrina del lavoro dei bambini, magari condita con foto, filmati ed altre cose. E nemmeno mi riferisco a dotazioni fantascientifiche (usate spesso come scusa per non fare nulla nell’attesa di potersele permettere!): un vecchio PC, un Linux d’annata con apache ed una instalalzione di wordpress si fanno gratis (con un pc regalato) e con mezzora di lavoro e possono supportare il lavoro di una scuola primaria ad libitum
      Perché non si dovrebbe poter utilizzare qualcosa di condiviso con tutta la scuola ma non con il mondo esterno? Nulla poi impedirebbe di trasferire all’esterno materiale in qualche modo selezionato e già la condivisione con l’intera scuola potrebbe essere utile per imparare i meccanismi: sia la tecnica che le implicazioni sociali dell’operare in un ambiente condiviso.
      Chiaro che non intendevo riferirmi al mare magnum di internet, ma solo alla questione del blog. In fondo anche i vecchi giornalini scolastici venivano distribuito all’interno e tra i genitori, mica pubblicati!
      Non so: sinceramente avevo buttato lì un’idea che mi si era accesa in quel momento, scrivendo, non ci avevo meditato su più di tanto. Però anche ripensandoci non mi pare così balzana… Non escludo però mi possa sfuggire qualche implicazione!

  30. Mariarosaria L says:

    Sono alquanto perplessa…confesso che da appena 10 giorni, cedendo dopo anni alle continue richieste di amici, ho un profilo FB 😞…penso proprio di aver fatto una….

  31. Francesco Valotto says:

    Ah be’: ovvio che concordo al 100% con gli ultimi commenti (43 e 44 ma ce n’erano di simili anche più su: Francesca e forse Paola?). Essere consapevoli e prudenti non significa vietarci o vietare. Mio figlio usa il PC da quando aveva 3 anni (cum grano salis e cum babbo al fianco!) ed io ci campo di PC e rete, oltre che divertircimi ed informarmi/informare; quindi certo non potrei mai essere d’accordo con chi pensa che la protezione migliore sia evitare la rete… E poi fa la spesa al supermercato pagando con la carta di credito ed accreditando i punti sulla tessera fedeltà e chiede più telecamere in giro contro i malviventi! ;-D

  32. Francesco Valotto says:

    @Robertalinf12 #30 & 31. TRa blog e social network c’è una bella differenza: nel primo ti conosce solo chi viene “spontaneamente” a vederti, i secondi invece comprano proprio la tua identità, il tuo profilo e le informazioni che tu offri sugli altri, ripagandoti con… la possibilità di offrirgliele stando contenta!
    Quanto al blog di classe io personalmente sarei perplesso e, se mi si ponesse il problema (sono genitore non insegnante) dovrei certamente meditarci su e soppesare attentamente pro e contro. “blindarlo” è possibile, poi accede solo chi è invitato e si fa riconoscere, ma a quel punto c’è da chiedersi se ne valga effettivamente la pena: magari avresti lo stesso rislutat con un bel file condiviso da trasformare in PDF e mandare a casa con una “pennetta” USB o via mail no?!
    Credo che la soluzione migliore potrebbe essere un bel serverino di scuola (si potrebbe fare con un vecchio PC, un linux gratuito e mezzora di lavoro di una persona mediamente competente) sul quale lavorare e da aprire ai genitori durante colloqui, riunioni o cose simili

  33. Andreas says:

    brevemente
    siamo qui per sporcarsi le mani
    siamo qui non per imparare a vietare
    ma per accompagnare e mostrare
    e soprattutto imparare a vedere il buono
    perché stranamente nel nuovo
    i più vogliono vedere il male
    ma il mondo lo portano avanti
    coloro che sanno discernere il buono
    o che lo costruiscono
    coloro che vietano e proteggono
    diseducano

  34. Lisa says:

    Premetto che la frequenza del corso @linf12 ha spostato notevolmente il mio punto di vista…io repellente verso tutti i s.n. e convinta “se non vedo non credo” perciò il mondo virtuale non ha motivo di essere considerato, mi sono ricreduta. Il mondo virtuale c’è, si vede, si vive e può essere utile. Il punto è un altro: non mi illudo che mi sia offerto per niente, sono consapevole che se non imparo ad usarlo vengo inevitabilmente usata da questo. L’esserne consapevoli è il primo grande passo per agire con cautela. Altra questione è mantenere la propria criticità, cercare di essere protagonisti attivi della propria vita…nutrire la conoscenza, scegliere, cercare, informarsi perché i passivi ricettori vengono sfruttati quotidianamente anche senza accedere ad alcun servizio web…sul posto di lavoro, nei centri commerciali, in banca, per non dire nella cabina elettorale…Ultimo punto (quello a me più caro) che continuerò a ripetere in ciascun post…tutelare i minori. Non solo nel senso di non esporli a rischi pubblicando loro foto o fornendo info che li riguardino ma proponendogli QUOTIDIANAMENTE alternative che possano maturare il loro senso critico. Se crescerli secondo sane regole alimentari può risparmiarli dall’obesità e da malattie varie, alimentare le proprie menti li salverà dall’omologazione passiva. Mi sono convinta in questi mesi che questo è il loro mondo e il loro avvenire ed è innegabile, allora 1. diamo loro delle strutture mentali che possano sorreggere certi strumenti (l’eperienza diretta x capirci perché non si illudano che l’orto possa essere coltivato a tutte le ore magari un giorno sì e otto no) e qui siamo proprio nella prima infanzia. 2. proponiamogli la tecnologia utile e facciamogliela usare perché non rimangano con il desiderio per l’ignoto: questi sono gli strumenti che possono facilitare i tuoi compiti per tutti i motivi che vogliamo. coinvolgimento, attrattiva, semplificazione, superamento di certe barriere…ecc…3. ora che sei abbastanza grande (ma grande) è giusto che tu giri anche tra i servizi, per i quali servono certe accortezze, come la prima volta che andrai in discoteca, o che uscirai con la tua macchina…spero di essermi spiegata perché temo che gli effetti dell’anestesia per un intervento ad un dente possano aver compromesso le mie capacità di spiegazione…

  35. Anonimo says:

    aggiungo un commento per quanto riguarda i bambini. Credo, e Andreas mi correggerà se sbaglio, che FB non permetta a bambini di età inferiore a 13 anni di aprire un account, per “tutelarli” dal le insidie dei pedofili che popolano i SN; se un ragazzino di 11 anni ha un account FB significa che alle spalle un adulto, spesso un genitore, incosciente (e anche bugiardo, visto che ha mentito sull’età del figlio…)

  36. Manuela says:

    Tanti gli spunti di riflessione, questo post è da leggere veramente con attenzione… Io non ho un account su Facebook, ma ho un blog e finora ho usato i servizi di Google a mani basse…Sono pronta a conoscere e a operare negli interstizi liberi… Grazie Prof, per avermi aperto nuovi spazi, e avermi mostrato le luci e le ombre …

  37. Anonimo says:

    @marina p.#11 e @francesca #21 credo, ma Andreas mi correggerà se sbaglio, che FB non permetta a ragazzini di età inferiore a 13 anni di aprire un account, questo per tutelare i bambini dall’adescamento in rete da parte dei pedofili che frequentano molto i Social network con obiettivi palesi; pertanto per creare un account ad un bambino di 11 anni ci vuole un adulto (genitore) imprudente (ed anche bugiardo perchè deve mentire sull’età del proprio figlio…)

  38. alessandroF says:

    Attenti. Bisogna stare sempre attenti o, in alternativa, abbandonare computer e rete e continuare la propria vita sullo stile dei nostri nonni. Mi rendo conto che ho delle competenze (piccole, piccole per carità) che mi consentono di navigare con un sufficiente grado di tranquillità, ma che riesco a trasmettere ai miei alunni (quest’anno in quinta primaria) con estrema difficoltà per la loro diffidenza verso consigli e ammonimenti che li allontanano dalle esperienze dei loro simili. D’altra parte frequentare ambienti come Facebook mi ha permesso di condividere alcuni interessi e stabilire contatti con persone di altri continenti altrimenti impensabili.
    Comunque per il blog della classe che abbiamo creato lo scorso anno, ho scelto di creare uno spazio cui possono avere accesso solo utenti registrati, utenti che in realtà sono gli alunni e alcuni colleghi. Questo anche se avevo l’autorizzazione dei genitori e del Dirigente per pubblicare alcune foto e video dei bambini.
    AlessandroF
    (ho visto che c’è un altro Alessandro e aggiungo una F per non fare confusione)

  39. Anna C says:

    Come sempre post e commenti molto interessanti da condividere con i miei figli e con gli alunni. I social network non mi suscitano ancora alcuna curiosità, mentre il cyberspazio mi interessa sia per cogliere nuove opportunità professionali, sia per ampliare le conoscenze informatiche e non. Condivido l’approccio prudente e consapevole alla rete, in attesa di cimentarmi anche con il blog.

  40. Claude Almansi says:

    Ai video già proposti da @Emanuela Pulvirenti #3 e #4, @giroxia #7, aggiungo http://www.amara.org/en/videos/PgdRv8HB57rE/info/ordering-pizza-in-the-future/ – cioè il video “Ordering Pizza in the Future” della American Civil Liberties Union (con sottotitoli inglesi, italiani e portoghesi): siccome è del 2003, siamo in pieno – e forse in peggio – in quell’ “in the future” di allora.

    Sono anche preoccupanti le “app” che ti chiedono di fare delle cose nei tuoi altri account. Quando “ilmiolibro.it”, cioè kataweb, mi chiede di autorizzare la sua app ad interferire nel mio account Facebook per “una lettura migliore” dell’anteprima di un libro, ovvio che penso “vaffa” e clicco “no grazie”: kataweb come Facebook (anche se ci ho fatto l’account “così per vedere”) mi fanno venire l’urticaria. Potrei anche giustificare quelle allergie razionalmente, ma è proprio una anzitutto reazione epidermica.

    Invece quando è stata la piattaforma di sottotitolazione Amara a proporre di usare una loro app per sincronizzare i propri video YouTube ai sottotitoli fatti da utenti Amara, quella reazione epidermica non l’ho avuta. Perché Amara è in teoria una piattaforma libera tipo Wikipedia, e perché una sincronizzazione del genere viene usata da tempo dai loro team a pagamento, come ad es. il team Plural+ dell’omonimo concorso per ragazzi, organizzato dalle Nazioni Unite.

    Quindi solo curiosità quando mi sono ritrovata quell’opzione, offerta anche agli utenti non paganti, nella mia pagina “account” dopo l’ultimo aggiornamento del software a dicembre. Però ué, cliccandola arrivavi, dopo una finestra intermedia, su una pagina Google in inglese che diceva:

    “Universal subtitles is requesting permission to:
    Manage your YouTube account
    View and manage your videos and playlists
    View and manage your YouTube activity

    Perform these operations when I’m [sic] not using the application”

    (“Universal subtitles chiede l’autorizzazione di gestire il tuo account YouTube; vedere e gestire i tuoi video e le tue “playlist”; vedere e gestire la tua attività YouTube; fare queste operazioni quando io [sic] non uso l’applicazione”)

    A parte il fatto che erano nove mesi che la piattaforma aveva cambiato nome da Universal Subtitles ad Amara, ste cose non vanno lasciate fare manco alla propria nonna!

  41. Sabina says:

    Prof,
    Ma lei é un veggente? Ha centrato in pieno il problema della settimana .
    É veramente difficile : l’emergenza social network é esplosa e le preoccupazioni dei genitori sull’uso di alcuni strumenti e della piattaforma e-learning pure.
    Io non ho risposte , ma di certo non voglio abbondonare la strada che ho intrapreso con tanta fatica e buoni, per ora, risultati. In realtá i nostri allievi nativi digitali hanno fra le mani uno strumento cosí potente che persino gli adulti non riescono a gestire.
    Forse intravederne a scuola usi diversi che costruiscono un percorso collettivo e riflettere con loro, insieme a loro puó servire.
    Io sto imparando tutti i giorni qualcosa, ma del resto astenersi dal frequentare il web o rifugiarsi nella nostalgia del bel passato perduto come vedo fare da colleghi e non quotidianamente mi pare una posizione di retroguardia che mal si concilia con il senso stesso dell’essere insegnanti e di essere scuola.

  42. Francesca Giusti says:

    Ciao,
    secondo me il punto è cominciare a concepire la rete sempre di più come la strada sotto casa tua piena di giorno piena di gente, e magari piena di ispettori, spie potenziali e ladri d’appartamento.
    Non che vengano a truffare o a controllare proprio te tra tutta quella gente, ma se ne hanno bisogno possono vederti bene, quindi meglio non girare con cartelli addosso che indicano quali sono i tuoi punti deboli, non lasciare il portone di casa aperto, e non camminare con i propri valori in una tasca poco sicura.
    Nel senso che.. non siamo trasparenti, siamo visibilissimi, anzi, più ‘tracciabili’ che nella realtà fisica. Per strada non ti metti a fare o a dire o mostrare cose che non vuoi che gli altri sappiano, te ne rendi conto bene se non sei in preda a una psicosi; non ti metti a fare niente di sconveniente, se non vuoi rischiare di essere beccato. Ecco, secondo me la rete è ancora più rischiosa, ma ancora la percepiamo come qualcosa che ci garantisce l’anonimato perché i singoli utenti che incontriamo non ci riconoscono. Ma se la si affronta con un atteggiamento un po’ più guardingo e non con quell’illusione di anonimato libertino da chattista di fine anni ’90, non potrà altro che giovarci.
    F

  43. adrianapa says:

    Oddio, fra breve parteciperemo al blog!? Mi scusi, prof., sono molto lenta e, come ritengo molti altri iscritti, impegnata nell’ultimo tour de force scolastico. Trovo molto interessanti i suoi articoli e cerco di seguirla, ma il tempo è tiranno! Chiedo troppo se propongo di procedere un po’ più lentamente? Anche osservando i post, trovo i nomi di poche persone, considerando che gli iscritti sono 450 circa. Dove sono? E’ solo una mia lentezza personale?

  44. adrianapa says:

    Concordo con il post di Paola. Per quanto riguarda il racconto di Doctorow, mi ha fatto tornare in mente gli apocalittici (non quelli “integrati”… purtroppo) Orwell o Bradboury. Inoltre ci sarebbe da discutere all’infinito su cosa sia l’identità!

  45. Robertalinf12 says:

    ….inoltre ho anche molti genitori reticenti, ma se il prof . dice che esistono i sistemi tecnici per controllare e consentire gli accessi, mi piacebbe conoscerli… prima di mettermi all’opera!

  46. Robertalinf12 says:

    @FrancescoValotto post. n .5 ecco il mio dilemma:mi piacerebbe aprire una blogoclasse per valorizzare i prodotti dei bambini (che è una strategia fondamentale a mio parere nell’apprendimento), condividere ed utilizzarlo come strumento didattico, ma rimango bloccata da suggestioni come quelle che tu hai ben espresso…

  47. uliram67 says:

    Spunti di riflessione davvero interessanti.
    Sto mettendo seriamente in discussione l’utilizzo dei social network in ambito didattico.

  48. sandramtt says:

    Ma non vendiamo comunque la nostra identità, anche al supermercato?
    Sono a livello 2 nella graduatoria, tuttavia penso di essere comunque un numero nei database
    di qualcuno.

    1. Andreas says:

      @sandramatt #25 Sì, infatti la questione è generale e inevitabile; hai fatto bene a ricordarlo. Infatti la questione non è divenire paranoici ma essere consapevoli e minimamente accorti. Se volete come la strada: ogni anno muoiono diverse migliaia di italiani sulle strade, un grave problema, molto più grave. Ma non ha senso affrontarlo rinchiudendosi in casa ma imparando a essere corretti nella guida.

  49. Andreas says:

    @Flavia #20 non ti angosciare, Francesco parlava di Facebook, non è la stessa cosa. Il blog tu lo puoi controllare, volendo puoi farci accedere solo chi vuoi tu…

  50. Letizia says:

    Condivido pienamente il pensiero di Paola e credo che da oggi rifletterò ancora di più su tali tematiche sia a livello personale che professionale. Grazie al prof. e a tutti i partecipanti.

  51. Francesca says:

    Mi sono definitivamente “venduta l’anima”….per ignoranza! Mi diverte e mi rilassa, la sera, dedicare un pò di tempo a fb. Ho sbagliato, mi sembra di capire…però ho azzeccato una scelta: non ho permesso a mia figlia (11 anni) di fare il proprio account “ce l’ hanno tutti mammaaaaaaaaaa!”. Forse un istinto….

  52. Flavia says:

    Ok prof, ok Francesco Valotto (#5) mi avete messo in crisi: io ho un blog scolastico approvato dalle famiglie degli aunni dove compaiono loro, gli attori del/dei percorsi. Fino ad adesso non mi ero posta alcun problema avendo avuto il via libera da tutti gli organi preposti (famiglie, CD, CDI), ora sono combattuta :/

  53. Paolo Del Chiappa says:

    un post che con illuminante chiarezza e sintesi mette in risalto una sconcertante realtà … per me non positiva – grazie e … un saluto alle spie! 🙂

  54. crimatisse says:

    Mi sono ritrovata molto nelle riflessioni del prof….io, per scelta convinta, appartengo al gruppo 1, cioè all’insieme di coloro che non portano nessun profitto ai vari social network.
    La scelta non nasce da questioni economiche bensì umane: sono tra quelli che ancora credono che i contatti, le amicizie, le relazioni abbiano bisogno dell’incontro reale, della
    fisicità, della sensorialità che uno schermo nega. Che poi fb o altro possa anche essere uno strumento che offre facilitazioni come nel caso dell’esempio 3, mi trova d’accordo;
    a me finora non è capitato dato che me la sbrigo piuttosto bene con le mail. Di sicuro ho ancora molto da capire ed imparare e il fatto di “poter popolare gli
    interstizi” affermando principi di libertà e giustizia, è un aspetto su cui mi voglio provare…ma pensare che si possa intessere un’amicizia nel senso umano del termine via rete,
    a mio parere, è parecchio preoccupante….

    1. Andreas says:

      @crimatisse #18 Attenzione, in realtà una delle cose che voglio dimostrare con questo laboratorio è proprio il contrario: l’intensità delle relazioni che si possono avere anche a distanza. Vai a leggere le testimonianze che avevo messo nel primo post. E dal canto mio, specialmente nel lavoro, da quando ho imparato ad abitare il cyberspazio, le migliori amicizie le ho trovate in rete, successivamente quasi sempre seguite da contatti personali. Per dirla in estrema sintesi: la rete ti consente di trovare i fratelli. La questione non è reale contro virtuale, ma minore o maggiore intelligenza. Ci ritorneremo.

  55. Antonietta Renzi says:

    Beh, di fatto se ci sono delle luci e dei corpi ci saranno necessariamente delle ombre, grazie prof per averne parlato.

  56. Anonimo says:

    Una riflessione: se uno usasse, per esempio, Ubuntu e solo programmi liberi e/o opensource nessuno potrebbe infilare dei cookies nel suo compiuter, no? O mi sbaglio? Quindi neanche spyware, malaware e troiai vari?
    In questo caso, Facebook o Google potrebbero usare solo le informazioni date in modo esplicito,,, O mi sbaglio?

    Daniele

    1. Andreas says:

      @Daniele #16 No. Il meccanismo dei cookies riguarda il browser e funziona in tutti i sistemi. Facilita la navigazione e il servizio reso dai portali web. I sistemi basati su Linux non sono intrinsecamente immuni. Il sistema operativo Linux, basato su Unix, è storicamente più solido di Windows, questo sì, ma non immune. La sicurezza assoluta nel mondo informatico non esiste ma non esiste nel mondo tout court. La pretesa della sicurezza è un’idea balzana della contemporaneità. Ci sono semplicemente cose più o meno sicure. Windows soffre sicuramente dei problemi derivati dal malware sorpattutto perché è enormemente più diffuso. È una questione epidemiologica.

    2. Francesco Valotto says:

      @Daniele #16 & @Andreas #29: non esiste immunità, ed è chiarissimo pensando che quello che viene registrato non è tanto “tecnico” quanto “comportamentale”. Chi sono i tuoi amici e che scelte fanno? Dove metti mi piace? Che pagine vai a vedere più frequentemente, ecc. ecc. ecc.
      Dal punto di vista tecnico i cookies sono un bel cavallo di troia, ma sono cancellabili. Invece a meno che non usiate la “navigazione anonima” (privacy o come la chiama ciascun browser) è facilissimo “chiedere” al browser con un semplice Javascript quali siano gli ultimi N siti che hai visitato prima di arrivare da me (non ricordo ora il numero massimo: direi 5 o 10), e questa ad esempio è una cosa che Google fa sistematicamente, anche se si vanno a fare ricerche senza avere un account. Poi ti lascia un coockie e la prossima volta che passi le pubblicità che ti presenta sono scelte incrociando queste informazioni con quelle ricavate dalla tua ricerca

  57. Daniele says:

    Leggendo questo articolo, mi sono messo a cancella re i cookie dai siti che visito più spesso.
    come risultato … non posso più entrare in google gruppi.
    Gli altri siti non c’è problema, ma google gruppi più niente.

    Daniele

  58. Luisella says:

    Giusto, giustissimo. Però se non mi fosse capitato di vedere un post su fb relativo a questo cMOOC, io ora non sarei qui, e allora questa volta anch’io ci ho guadagnato qualcosa (forse più di 17 dollari, vero prof.?). Poi ci ho incontrato persone che già conoscevo, ma questa è un’altra storia… Comunque vero è che bisogna essere cauti, e questo spesso i nostri alunni non lo capiscono (e nemmeno molti di noi adulti…)

  59. paola says:

    molto interessante. Tuttavia: è l’anima dell’Occidente ad essere faustiana. Ci vendiamo tutto, mamme, figli …. figurarsi una identità telematica! Non vorrei sembrare cinica, ma il rapimento delle identità è solo uno dei tanti mali del capitalismo (=dell’occidente), è uno dei suoi fenomeni molteplici; ma dall’occidente non è più possibile trarsi fuori. Non è possibile fare l’anima bella e tentare di non sporcarsi le mani, di non cadere nella rete. Per questo, anche per questo stiamo facendo questo corso – per “stare” in modo più consapevole nella situazione. Grazie. I miei orizzonti si ampliano scoprendo cose nuove ed utili; anche questa riflessione è utile.

  60. marina.p says:

    Proprio la settimana scorsa abbiamo fatto un incontro con degli ” esperti” dedicato ai ragazzini di prima media sull’uso consapevole dei social. Cominciano in quinta elementare ad avere dei profili su fb….
    E la settimana prossima incontreremo le famiglie. Ma sembra che di consapevolezza ce ne sia davvero poca, a cominciare dagli adulti!

  61. Rosa Iaquinta says:

    Grazie per il contributo prof, che aiuta a non prendere tutto alla “leggera” ma a riflettere su gesti apparentemente innocui.
    Andare oltre il “divertentismo” valutando la portata di ogni azione,difficilmente circoscrivibile alla superficie.

  62. Carmelina Azzato says:

    Informazioni interessantissime; alcune le conoscevo già, ma non nel dettaglio così come descritti nel post.
    Grazie 🙂

  63. Francesco Valotto says:

    Ottimo post prof! Mi ostino a dire queste cose da un pezzo, ma devo dire che non credo di essere mai riuscito a raggiungere la chiarezza e la semplicità (direi quasi ovvietà) del tuo scritto.
    Mi permetto una piccola aggiunta alle tipologie: la creazione di un profilo “dedicato”. Ovvero non un profilo dove la persona scrive di sé stessa o stringe “amicizie” con chi è simpatico, ma un profilo “utilitaristico”, dove l’interazione è tesa ad uno scopo preciso (vendere un prodotto, far conoscere un luogo o un servizio, scambiare notizie di un certo tipo). Assomiglia al tuo 3 da cui si distingue se “togli la persona” che ci sta sotto e lasci solo la parte strumentale.

    Un’altra aggiunta che vorrei fare è questa NON PUBBLICATE FOTO DI ALTRI e di bambini in particolare! Rabbrividisco a vedere galleries de “il mio tesoro” (figlio/a) oppure de “la mia meravigliosa classe” con decine di bambini. Poi magari passa uno che li “tagga” e così sono belli che marchiati a fuoco: pronti per una ricerca di marketing longitudinale dai primi vagiti a… fin quando esisterà FB (o qualsiasi altra piattaforma analoga)

  64. Graziano says:

    Bell’esempio quello di Cory Doctorow e anche le slide di Caterina Policaro sono interessantissime, per quanto concerne il prezzo da pagare per l’utilizzo dei servizi legati alle nuove tecnologie spero che ci sarà modo di prendere coscienza di cosa stiamo rinunciando per queste ‘connessioni’…

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